Benedetto Croce.
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Storia d'Italia dal 1871 al 1915.
1973. Laterza Editori. ROMA BARI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice.
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1. POLEMICHE POLITICHE IN ITALIA DOPO IL 1870 E REALT STORICA.
2. L'ASSETTO DELLO STATO E L'AVVIAMENTO DELL'ECONOMIA NAZIONALE. (1871-1887).
3. LA VITA POLITICA E MORALE (1871-1887).
4. LA POLITICA ESTERA (1871-1887).
5. IL PENSIERO E L'IDEALE (1871-1890).
6. RIPRESA E TRASFORMAZIONE DI IDEALI (1890-1900).
7. IL PERIODO CRISPINO (1887-1896).
8. CONATI DI GOVERNO AUTORITARIO E RESTAURAZIONE LIBERALE (1896-1900).	
9. IL GOVERNO LIBERALE E IL RIGOGLIO ECONOMICO (1901-1910).
10. RIGOGLIO DI CULTURA E IRREQUIETEZZA SPIRITUALE (1901-1914).
11. LA POLITICA INTERNA E LA GUERRA LIBICA (1910-1914).
12. LA NEUTRALIT E L'ENTRATA DELL'ITALIA NELLA GUERRA MONDIALE (1914-1915).
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Fine Indice.
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AVVERTENZA.
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 questo lo schizzo di una storia dell'Italia dopo la conseguita unit di stato: ossia, non una cronaca, come se ne hanno gi parecchie in materia, e non una narrazione in un senso o in un altro tendenziosa, ma appunto il tentativo di esporre gli avvenimenti nel loro nesso oggettivo e riportandoli alle loro fonti interiori. Il racconto comprende un tratto di quarantacinque anni, di quelli che si chiamano "di pace", ma che mostrano il loro moto e il loro dramma a chi non ripone queste cose unicamente negli urti fragorosi e nei grossi fatti appariscenti, e anzi, anche davanti a spettacoli di guerre e rivoluzioni, cerca sempre il vero moto e il vero dramma negli intelletti e nei cuori. La conoscenza di questo tratto di storia ha, senza dubbio, importanza particolare per noi italiani, ma gliene spetta un'altra pi generale in quanto esso  parte e riflesso insieme della recente storia europea.
Sono consapevole che per taluni punti da me toccati mancano ancora i desiderabili lavori preparator; e tuttavia non c' altro modo di farli nascere se non di porne l'esigenza con lo studiarsi di disegnare il quadro complessivo.
Mi sono arrestato al 1915, all'entrata dell'Italia nella guerra mondiale, perch il periodo che si apre con questa, per ci stesso che  ancora aperto, non  di competenza dello storico, ma del politico. N io vorr mai confondere o contaminare l'indagine storica con la polemica politica, la quale si fa, e si deve certamente fare, ma in altro luogo.
Napoli, novembre 1927.
In questa nona edizione non sono altre modificazioni che lievi ritocchi, come gi nelle precedenti ristampe. Viene essa fuori quando ormai, da circa quattro anni, l'Italia, crollato il funesto regime che  stato una triste parentesi nella sua storia, respira di nuovo - pure tra le difficolt del presente e i pericoli - nella libert, della quale io, scrivendo questo libro nel 1927, procurai da mia parte che non si perdesse il ricordo e il desiderio. Perci questo libro fu allora caro a molti, ed  sempre caro a me, che non senza commozione ne ho ora riletto le pagine. Possa anche nell'avvenire restare testimonianza dei sentimenti e dei pensieri delle tre operose generazioni di cui volli narrare la storia.
BENEDETTO CROCE. Marzo 1947.
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1. POLEMICHE POLITICHE IN ITALIA DOPO IL 1870 E REALT STORICA.
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Nel 1871, fermata la sede del regno in Roma, si ebbe in Italia il sentimento che un intero sistema di fini, a lungo perseguiti, si era a pieno attuato, e che un periodo storico si chiudeva. L'Italia possedeva ormai indipendenza, unit e libert, cio le stava dinanzi aperta la via al libero svolgimento cos dei cittadini come della nazione, delle persone individuali e della persona nazionale; ch tale era stato l'intimo senso del romantico moto delle nazionalit nel secolo decimonono, strettamente congiunto con l'acquisto delle libert civili e politiche. Non si aveva altro da chiedere per quella parte, almeno per allora; e si poteva tenersi soddisfatti.
Ma ogni chiudersi di periodo storico  la morte di qualche cosa, ancorch cercata e voluta e intrinseca all'opera chiaramente disegnata ed energicamente eseguita; e, come ogni morte, si cinge di rimpianto e di malinconia. Non pi giovanili struggimenti di desiderio e divampanti ardori per un ideale nuovo ed alto e remoto; non pi sogni ondeggianti e sconfinati, cos belli nella vaghezza del loro scintillio; non pi acre e pur dolce tormento dell'amore contrastato; non pi trepidar di speranze come nel quarantotto e nel cinquantanove; non pi gare generose e rinunzie ai propr concetti particolari per raccogliersi in un fine comune, e accordi taciti o aperti di repubblicani e di monarchici, di cattolici e di razionalisti, di ministri e di rivoluzionari, di re e di cospiratori, e dominante e imperiosa in tutti religione della patria; non pi scoppi di giubilo come nel sessanta da un capo all'altro d'Italia, e il respirare degli oppressi e il ritorno degli esuli e l'affratellarsi delle varie popolazioni, ormai tutte italiane. Il rimpianto, come suole, avvolgeva perfino i pericoli, i travagli, i dolori sostenuti, le battaglie a cui si era partecipato, le persecuzioni, l'affannoso trafugarsi, i processi, le condanne, le carceri e gli ergastoli. Molti sentivano che il meglio della loro vita era stato vissuto; tutti dicevano (e disse cos anche il re, in uno dei discorsi della Corona) che il periodo "eroico" della nuova Italia era terminato e si entrava in quello ordinario, del lavoro economico, e che alla "poesia" succedeva la "prosa". E sarebbe stato inopportuno e vano ribattere che la poesia ossia il profumo di idealit e gentilezza non  nelle cose ma nel cuore dell'uomo, il quale la infonde nelle cose che esso tratta, e che la nuova prosa poteva ben essere poesia, diversa dalla prima ma non meno bella: ne dava esempio allora Nino Bixio, una sorta di Achille omerico, facendosi armatore e procurando di acquistare all'Italia l'industria dei trasporti commerciali, e morendo in questa ultima battaglia, egli che era rimasto salvo nelle altre. Sarebbe stato vano e inopportuno sorridere degli irrequieti e impazienti, che accusavano il "vuoto", che, secondo essi, si avvertiva nei dibattiti del parlamento italiano, e si domandavano se l'Italia si fosse fatta perch non facesse nulla, e la vedevano gi vecchia prima di esser diventata giovane; e lamentavano l'incertezza nelle cose da imprendere a petto della chiarezza e nettezza che si era avuta nel periodo precedente. E non sarebbe giovato somministrar loro le ragionevoli risposte, che era pur fortuna che non ci fosse pi uopo di eroi ribelli e guerreschi, dolorosi in una patria dolorosa; che non era poi una grande disgrazia che il parlamento avesse poco da fare; che la lineare semplicit dell'azione precedente doveva condurre alla intricata complessit della presente, come sempre che si scende dal generale ai particolari. Si era dinanzi a uno stato d'animo affatto naturale, e la cui mancanza sarebbe stata, essa, contro natura. Ma non  n superfluo n inopportuno rammentare che quello stato d'animo, formatosi dopo la cueillaison du rve, non val nulla come criterio di giudizio, e che perci i paragoni per espresso o per sottinteso istituiti tra l'Italia del risorgimento e quella che segu alla compiuta unit, e i giudizi che reggono e concludono quei paragoni e descrivono il nuovo periodo del quale narriamo, che va dal 1871 al 1915, come meschino o inferiore o addirittura di decadenza rispetto all'antecedente, sono da ritenere privi di fondamento.
Un altro giudizio ha l'aria invece di muovere da un criterio, e anzi da un grave criterio storico; cio che l'Italia, dopo il 1870, venne meno al proprio programma o alla propria missione, alla giustificazione stessa del suo risorgere e perci alla grandezza di lei sperata; e fu mediocre e non sublime. Quale fosse quella "missione", rimaneva di solito indeterminato; ma taluni la determinavano nel dovere di promuovere e compiere la redenzione di tutti i popoli oppressi della terra, essa che era stata gi tra gli oppressi; o nell'altro di affrancare il mondo dal giogo spirituale della Chiesa cattolica; essa che ne aveva ora infranto li potere temporale, e creare una nuova e umana religione; o nell'altro, infine, di fondare la "terza Roma", da emulare nella eminenza mondiale e superare nella qualit dei pensieri e delle opere la Roma antica e quella cristiana: echi ed avanzi degli impeti e delle credenze gi intrecciatisi al mazzinianismo, al garibaldinismo, al giobertismo e agli altri moti del Risorgimento. Anche Teodoro Mommsen domandava concitatamente a Quintino Sella: "Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti: a Roma non si sta senza propositi cosmopolitici"; e il Sella gli rispondeva che il proposito cosmopolitico dell'Italia, a Roma, era "la Scienza". Il quale aneddoto del Mommsen mette sulle tracce dell'origine di quel falso giudizio, da ritrovare nella storiografia romantica, che, artificiosamente generalizzando le storie passate, assegnava ai var popoli missioni speciali e non concepiva popolo che ne fosse privo senza essere privo per ci stesso della dignit di popolo. Onde non fa d'uopo sottoporre a critica e rifiutare l'una o l'altra delle missioni escogitate per l'Italia, neppure quella detta dal Sella o altre da noi non ricordate; ma bisogna criticare e rifiutare il concetto stesso delle "missioni speciali", delle quali i popoli dovrebbero caricarsi. In effetto, i popoli, non diversamente dalle persone singole, non hanno altra missione se non quella generale che  di vivere umanamente, cio idealisticamente, la vita, operando secondo le materie e le occasioni che loro si offrono e riportando di continuo lo sguardo dalla terra al cielo e dal cielo alla terra; e, cos facendo, avviene loro di esercitare, nei var tempi e circostanze, una o altra azione o "missione" pi o meno spiccata, e perfino in certe epoche assai spiccata e primeggiante le altre, ma non mai una missione anticipata e prefissa, determinabile secondo una fantastica legge storica. Questa sar tutt'al pi un mito, che, come sempre i miti, ora indirizza ora svia, ora anima ora deprime, ora arreca vantaggi ora danni; ma in nessun caso  in grado di porgere criterio storico, e porge anch'essa una misura arbitraria che nega o sfigura i fatti, e, insomma, non li lascia intendere bene.
Continuando nel togliere preliminarmente talune ombre e falsi riflessi che turbano nel generale la visione di questo periodo storico, ci s'incontra, proprio al suo capo, con quella caduta del partito di Destra dal governo del paese, che, sentita come ingratitudine, ingiustizia e calamit dagli uomini di quella parte e dai loro molti affezionati,  stata poi ritenuta, nel giudizio ammesso e comune, una discesa di pi gradi nel tono della vita politica italiana, che non mai pi risal a quell'altezza. Ammirata, recata a modello, invano sospirata e richiamata nei decenni seguenti, la Destra ha preso le sembianze di un'et aurea, di un buon principio dell'Italia parlamentare, caduto presto e per sempre a vil fine; e il 18 marzo del 1876, giorno del voto che l'abbatt e che parve segnare la data di una vera e propria rivoluzione, di una "rivoluzione parlamentare",  rimasto nelle memorie come giorno infausto, pi ancora del 6 giugno 1861, che strapp all'Italia, ancora bramosa e bisognosa di essa, la guida del genio di Camillo di Cavour; perch questa perdita fu una crudelt della natura e l'altra una prova della poca seriet morale del suo popolo. Anche qui il sentimento che si  fatto e si rif vivo non soffre obbiezioni, ch di rado un popolo ebbe a capo della cosa pubblica un'eletta di uomini come quelli della vecchia Destra italiana, da considerare a buon diritto esemplari per la purezza del loro amore di patria che era amore della virt, per la seriet e dignit del loro abito di vita, per l'interezza del loro disinteresse, per il vigore dell'animo e della mente, per la disciplina religiosa che s'erano data sin da giovani e serbarono costante: il Ricasoli, il Lamarmora, il Lanza, il Sella, il Minghetti, lo Spaventa e gli altri di loro minori ma da loro non discordi, componenti un'aristocrazia spirituale, galantuomini e gentiluomini di piena lealt. Gli atti loro, le parole che ci hanno lasciate scritte, sono fonti perenni di educazione morale e civile, e ci ammoniscono e ci confortano e ci fanno a volte arrossire; sicch deve dirsi che, se cadde dalle loro mani il fuggevole potere del governo, hanno pur conservato il duraturo potere di governarci interiormente, che  di ogni vita bene spesa ed entrata nel pantheon delle grandezze nazionali.
Ma fu forse, quella catastrofe del 18 marzo '76, oltre l'esclusione di alcuni uomini dal governo diretto ma non certo dall'operosit politica, da loro non intermessa, il disfacimento dell'opera loro e l'abbandono dei loro concetti politici? Fu, per contrario, a guardare i fatti, il rassodamento di quell'opera, il mantenimento e la prosecuzione di quei concetti, adottati dai loro stessi avversar, successori nel governo. Avevano essi voluto un'Italia che s'inserisse sul tronco di un passato ancora robusto e verde, epper erano stati propugnatori della monarchia dei Savoia; e i loro successori, e anche di essi gli antichi repubblicani e i recenti convertiti, lasciarono cadere le vecchie idee di sovranit popolare e di costituente, e si dichiararono e dimostrarono col fatto fedeli e devoti alla monarchia e, prima ancora di giungere al potere, si erano staccati dal proprio passato, contrapponendo a una "Sinistra storica" una "Sinistra giovane", senza utopie e velleit rivoluzionarie. Avevano voluto laico lo stato, ma prudente a non venire a rozzo e violento contrasto con le credenze cattoliche della maggioranza del popolo italiano, e perci osservante delle libert garantite alla chiesa dallo statuto e da una legge speciale; e i loro successori non toccarono niente di queste loro leggi, e superarono con prudenza e vigore la prova del primo conclave, che si svolse tranquillo e senza impacci in Roma non pi papale, e, quanto a rappresaglie e procedimenti di guerra, sarebbe difficile dire che ne usassero di pi gravi di quelli gi usati al bisogno dalla Destra, quantunque lasciassero maggiore sfogo alle manifestazioni anticlericali, rispondenti, del resto, al temperamento stesso del papa Pio nono, che pareva compiacersi nell'eccitarle con le sue smanianti invettive. Avevano voluto forte l'autorit dello stato, non solo contro quel che resisteva rabbiosamente protestando del partito reazionario e clericale, ma contro le superstiti minoranze repubblicane e i recenti nuclei degli internazionalisti e socialisti; e i loro successori furono in ci ben fermi, e talvolta pi aspri o meno riguardosi che essi non erano stati, e se altre volte, per convincimenti dottrinar, tentarono altri metodi, non per cangiarono fine, e quei metodi stessi smisero, quando l'opinione pubblica e gli amici loro stessi giudicarono che non avessero dato buon frutto. Avevano voluto una politica estera saggia e cauta, condotta dai gabinetti merc la diplomazia, resistente all'interferenza delle forze irresponsabili, che, per essere riuscite una volta felicemente ad accelerare l'opera dell'unit con l'impresa dei Mille, minacciavano di diventare quasi un'istituzione, parallela a quella dello stato; e i loro successori, che un tempo erano stati garibaldini e del partito d'azione e fautori di popolari spedizioni, furono tanto cauti e saggi da finir con lo stringersi in alleanza con le potenze conservatrici della media Europa. Avevano voluto il "pareggio", la salda costituzione finanziaria dello stato italiano, che i reazionar susurravano incapace di bastare alle spese della propria unit; e il capo del partito opposto, venuto in alto fra le acclamazioni e le speranze dei popoli troppo tassati, inaugur il suo governo col dichiarare che non avrebbe rinunziato a una lira sola delle entrate, e, rendendo omaggio al bilancio formato dalla Destra, si mostr attento a non abbandonare il punto da questa faticosamente raggiunto. Avevano voluto la ponderatezza delle risoluzioni; e chi fu pi ponderato, incline piuttosto al non fare che al troppo fare, di quello stesso uomo, il Depretis, che tenne il governo con poche interruzioni nel decennio seguente? Si passi a rassegna ogni parte dell'opera della Sinistra al potere, e si riscontrer dappertutto la medesimezza di concetti effettuali con l'opera della Destra, che, dunque, non fu n disfatta n abbandonata con la rivoluzione parlamentare del marzo '76.
Gli stessi uomini di Destra non disconvenivano di ci, osservando che "il governo della Sinistra era lo stesso di quello della Destra", ma (soggiungevano) "peggiorato". E in questa accusa di peggioramento si annidava, in verit, la differenza tra i due partiti, che non stava gi nella conservazione e nel progresso, essendo noto che la Destra fu tanto e forse pi arditamente riformatrice della Sinistra, e molto meno nella pratica del "cesarismo", che essa avrebbe appresa dal terzo Napoleone, che le era stato amico, e in altrettali appassionate ingiurie e calunnie, allora lanciate e ripetute; ma nel diverso abito di vita pubblica, nel diverso modo di trattare progresso e libert, e, per dirla in breve, era la differenza tra "liberalismo" e "democrazia" (o "radicalismo", "demoliberalismo", e come altro si denomini). Per quelli della Destra, la libert importava la spontanea autorit del sapere, della rettitudine, della capacit, riconosciuta da uomini che erano in grado di scegliere con spirito di pubblico bene i loro rappresentanti, e richiedeva il coraggio della verit, l'opera razionale della discussione e dell'accettata conclusione, la coerenza tra il pensiero e l'azione, sdegnando essi come ciarlatanesimo l'oratoria dei demagoghi e come arte di corruttela la combinatoria degli interessi individuali o regionali o di gruppi. Per queste ragioni si stringevano tra loro, respingendo quei personaggi politici che stimavano non irreprensibili moralmente, se anche abili e audaci e vantanti servigi effettivamente resi alla patria nelle cospirazioni e nelle guerre; per queste ragioni rifuggivano dall'allargare il corpo elettorale, che gi, ristretto com'era, pareva a loro troppo largo, considerata la qualit dei suoi componenti; e, per conseguenza delle stesse ragioni, gli avversari li screditarono "consorti" e "autoritari", e che volessero tenere il libero popolo italiano "sotto tutela", e contrapponevano al loro sistema quello della "democrazia" o del "progressismo", come, lo chiamavano. Erano i loro avversari, in genere, di origine intellettuale diversa dagli uomini di Destra, questi antichi neoguelfi, giobertiani, romantici, idealisti, storicisti, essi illuministi e giacobini e mazziniani; di minore o inferiore cultura; di diversa tradizione nel costume pubblico, usi come uomini di cospirazioni e sommosse a non guardare pel sottile nella scelta degli alleati, e perci pronti a tirarsi dietro anche i ritinti borbonici del Mezzogiorno e gli scontenti del nuovo ordine, a non darsi troppo pensiero di promettere quel che non si poteva mantenere, o a darsi l'aria di acconsentire per logorare via via quanto di impossibile era nelle domande, a non schivare atti e contatti che mettessero a rischio il decoro del contegno: che  (senza bisogno di pi oltre particolareggiare) quello appunto che  noto come metodo democratico.
Senonch il rapporto di liberalismo e di democrazia o demoliberalismo non  gi rapporto di due realt empiriche, sibbene di un ideale e di una realt empirica, di un concetto regolativo e di un'attuazione, dove la forza dell'ideale e del concetto regolativo sta nella sua presenza, nell'efficacia che spiega nell'attuazione, con la quale non mai coincide a pieno. Se al demoliberalismo venisse a mancare quell'interno concetto regolativo, esso si convertirebbe in tirannide piazzaiola e faziosa, e in tirannide si converte pi o meno, secondo la maggiore o minore misura di quel mancamento, che tocca talvolta il limite estremo, ma, di solito, si mantiene in confini tollerabili e lascia che nei fatti si rispecchi, senza eccessive deformazioni, l'ideale del governo liberale. Gli uomini della Destra, educati nella tradizione della monarchia di luglio, alla quale era stato legato anche il Cavour, par che ignorassero questo carattere regolativo e pensassero il liberalismo come realt empirica; e in ci commettevano errore. Non era possibile non tenere alcun conto dei bisogni, delle passioni, e sia pure degli interessi particolari e delle ignoranze e delle illusioni del popolo italiano, cos come l'avevano conformato i secoli e usciva dalla recente rivoluzione, e immaginare e presupporre un paese diverso dal "paese reale"; non era possibile avere in gran disdegno i compromessi e le clientele, quando ben si sapeva di non potersi appoggiare su classi conservatrici, sulla nobilt e il patriziato, che pi non esistevano, e sul chiericato che li aborriva e che essi combattevano; non era possibile far di meno dell'abilit e delle arti della combinatoria elettorale, e, come uno di Destra, il Bonghi, diceva a difesa e lode del proprio partito, provvedere alle "cose" (ai grandi interessi pubblici) e non alle "cosette" (agli interessi spesso piccini degli individui, dei gruppi e delle regioni), lasciando sfruttare questo campo dagli avversari; non era possibile, soprattutto, non badare alle condizioni del mezzogiorno d'Italia, che erano comparativamente peggiorate per effetto della nuova economia e dei nuovi scamb, e in cui si agitavano pericolosamente troppi disoccupati; non era possibile, infine, data la libert all'Italia, restringere l'esercizio elettorale, in un popolo di ventotto milioni, a un mezzo milione di cittadini, dimenticando quel che pur era scritto a chiare note nei libri nei quali essi avevano studiato, che non si  trovato finora altro modo di educare i popoli alla libert, cio di educarli senz'altro, che quello di concedere loro la libert e di far che imparino con l'esperienza, e magari col fiaccarsi la testa. C'era nelle loro pretese, altamente ispirate che fossero, un tratto involontariamente comico, che fu ben clto dal Martini col paragonarle alla semplicit di Arlecchino, il quale, distribuito ai suoi ragazzi un dono di trombette e tamburelli, li ammoniva di divertirsi, ma non far rumore.
Una sembianza di realt, non certo senza perturbazioni, ebbe l'ideale della Destra nel decennio del compimento dell'unit, quando l'istintiva assennatezza rendeva accorti a non distrarre le volont dal duplice fine dell'acquisto di Venezia e di Roma; e nei primi anni dopo il settanta, quando incombeva pur sempre lo spettro del fallimento, e la stessa assennatezza, anche negli avversar, faceva che si lasciasse alla Destra, pur contrastandola, il compito di tassare ferocemente per raggiungere il necessario pareggio. Ma, risoluto il problema di Roma, raggiunto il pareggio, quelle che erano state avvisaglie nelle elezioni del 1865 e del 1874 con l'avvento alla Camera dei cosiddetti "uomini nuovi" e l'esclusione di molti vecchi patrioti, dovevano prendere forma pi intensa e conclusiva: la sollevazione degli interessi offesi, specie nelle provincie meridionali, non poteva pi frenarsi; il "paese reale" sobbolliva contro l'"Italia legale", e, alla prima scaramuccia parlamentare, la Destra cadde. Cadde cio, non semplicemente come partito che lasci il governo per ripigliarlo in altra vicenda, rinfrescate le sue forze merc l'opposizione; ma nella sua stessa idea, come quella pretesa di perfezione, che riteneva dell'astrattezza. Di che non ebbero allora, n per lungo tempo dipoi, consapevolezza gli uomini della Destra e quelli stessi della Sinistra, appunto perch n agli uni n agli altri era chiara l'indole del puro liberalismo, quantunque quella definizione di "rivoluzione parlamentare", allora foggiata dal sicuro intuito generale, dovesse indurli a meditare e a cercare pi in fondo.
Anche quella caduta fu, dunque, non una decadenza della vita politica italiana, ma un trapasso dallo straordinario all'ordinario. N per ci si perse l'idea liberale, che sopravvisse non solo in quegli uomini di Destra che ancora parteciparono alla vita pubblica e talvolta operarono da freno e tal'altra aiutarono al trionfo di buone leggi; ma nei loro antichi oppositori, costretti, ora che avevano la responsabilit del governo, a tener fiso l'occhio a quell'ago polare; sicch di volta in volta essa fu fatta valere per ripigliare negli urti e scosse della lotta politica l'equilibrio che sempre si squilibra e sempre si riequilibra. Contro i malanni o, come fu allora chiamata, la "corruttela" della vita pubblica, dovuta a un troppo largo uso dei metodi democratici, lev la voce, tra gli altri, il De Sanctis, nella sequela di frementi articoli che scrisse nel Diritto tra il '77 e il '78, e che parvero atto di accusa contro il partito stesso a cui era ascritto, e certo miravano a taluni rappresentanti di questo e a taluni modi di sentire e di fare che si diffondevano e stavano per diventare costumanze. Tra i giovani, che erano andati in grandissimo numero a sinistra, si venivano raccogliendo quelli del "centro sinistro", che poi era anche un "centro destro" ed esprimeva esigenze di Destra. Il Depretis era assai spesso di accordo con gli avversar, che in suo cuore assai stimava; e rammento che una volta, nel 1885, avendo lo Spaventa definito in una lettera a un giornale la vita politica dell'Italia un "pantano" tra grido di proteste e contumelie dei zelanti del ministero, una sera gli udii raccontare che il povero Depretis, a certe indiscrete domande e pressioni dei suoi, aveva esclamato: "Ha ragione Spaventa: stiamo in un pantano, fino agli occhi!". Certo non pochi degli uomini di Destra e di coloro che avevano il medesimo loro temperamento e carattere non vollero in alcun modo piegarsi alle necessit del diverso avviamento della vita pubblica: come mai avrebbe potuto piegarvisi un Lanza, che aveva un tempo assai sofferto di quella che egli giudicava "duplicit" nella politica del Cavour, e si era poi doluto di talune promesse che la Destra aveva fatte nella lotta elettorale del 1874; o uno Spaventa, incrollabile nei suoi convincimenti, inesorabile nelle sue condanne morali, e di una rigidezza che talora sfiorava l'orgoglio? L'uno e l'altro erano di coloro che, per iscrupolo di onest e timore di cedere agli affetti, accolgono le richieste degli amici con maggiore diffidenza e maggiore disposizione a dir di no che non quelle degli avversar e nemici. Ma si sa che la politica  quella che , e chi prova ripugnanza a certi accomodamenti, a certe maniere, a certe qualit di persone, ben si comporta col trarsene da parte o farne solo quel tanto che pu senza ripugnanza, sia per rispetto verso s stesso, sia perch tutto il rimanente non potrebbe, per mancanza di attitudine, farlo se non contro voglia e goffamente. D'altronde, quella che si chiama la politica in senso stretto  solo una parte, se anche la pi appariscente, dell'attivit politica, nella quale vanno compresi altres l'autorit morale che si acquista verso i concittadini, gli insegnamenti e gli ammonimenti che loro si forniscono e che non troverebbero altrove, la buona scuola che con l'esempio si fonda e si tiene viva. E se una taccia deve darsi ai vecchi uomini della Destra  di aver tentato dapprima, e vanamente, di conservare, dopo il '76, il loro partito come partito di governo, nel quale sforzo non riusc neppure colui che elessero per loro capo e che passava per assai abile, il Sella; e, poich la logica dei fatti ebbe pronunziato la sua sentenza, di essersi lasciati andare ai sarcastici dispregi e al nero pessimismo, gettando attorno a s, senza volerlo, lo sconforto negli animi, in luogo d'intendere ed esercitare il loro ufficio meramente regolativo, l'ufficio del sale che, se diventa insipido, non c' modo di salarlo. Ma cotesta era una conseguenza del non inteso carattere ideale del puro liberalismo.
Se la caduta della Destra mosse allora grande ambascia e ingener sfiducia in moltissimi e porse argomento a giudiz di riprovazione sull'Italia, che ancor oggi confondono e nascondono i veri lineamenti di quei tempi, consimile e maggiore effetto produsse un altro processo che allora fece il suo corso: il dissolvimento dei grandi partiti politici, il cangiamento di colore o piuttosto i var colori che via via assunsero i loro rappresentanti, lo sfumare via di ogni particolare significato nei vecchi nomi; non sostituiti da altri che l'avessero pi preciso. Qui il pessimismo non era pi dei soli uomini di Destra e dei loro fautori, ma di tutti; e il giudizio non concerneva la maggiore o minore levatura morale e intellettuale degl'italiani, ma la stessa loro capacit a reggersi secondo le leggi della vita libera e parlamentare. La pubblicistica di quegli anni, tra il 1876 e il 1886, si aggir principalmente su questo punto; i discorsi elettorali e i dibattiti dei giornali vi tornavano sopra con insistenza; un dotto della materia, venuto in Italia nel 1878, il De Laveleye, trov che se ne discuteva in tutti i molti salotti che egli ebbe occasione di frequentare, da tutti gli uomini politici coi quali convers, e da tutti gli intelligenti. L'ascesa della Sinistra al potere, - onde si di lode al re per avere, chiamando gli oppositori di lunghi anni e in buona parte di origine repubblicana, al posto dei governanti da lunghi anni schietti monarchici, attestato la sua fiducia nelle istituzioni liberali e nella vicenda parlamentare, - invece di rendere pi salda la compagine di quel partito e del suo opposto, e pi reciso il distacco, scompose quelle compagini e cancell le linee distintive, che prima c'erano o sembrava che ci fossero. Invero, per l'innanzi, un problema aveva dominato sugli altri tutti, quello del compimento dell'unit, nel quale potevano dividersi all'incirca due partiti, il partito del fare rapido e arrischiato, e l'altro del pi lento e sicuro, il partito che chiedeva che l'Italia facesse da s o che si lasciasse fare al suo popolo cio ai suoi garibaldini, e l'altro che stimava che l'Italia dovesse ben fare i conti con le potenze europee e adoperare la diplomazia e stringere alleanze e alle armi ricorrere solo nel momento buono; e la divisione era durata ancora dopo il settanta, tra coloro che procuravano economie e tassavano, e gli altri che volevano minori tasse e maggiori spese: il quale contrasto arieggiava in immaginazione quello dei due partiti classici della conservazione e del progresso. Ma neppure tale parvenza reggeva pi quando bisognava dare un senso proprio, e non metaforico e non fittizio, alla conservazione e al progresso, perch allora si mostrava chiaro che l'uno  l'altro partito, la Destra e la Sinistra, erano tutt'insieme conservatori e progressisti nel loro indirizzo generale, e che il divario sorgeva solo su questioni concrete e particolari, nelle quali ciascun componente di quei presunti partiti era in accordo o in dissenso coi suoi, in dissenso o in accordo con gli avversar; cosicch, nei particolari, ogni problema aggruppava e divideva diversamente gli uomini politici. L'allargamento del suffragio era chiesto dal Cairoli e dal Crispi come suffragio universale, con l'accompagnamento del Senato elettivo, della indennit ai deputati, e, residuo del passato, l'ombra della Costituente; ma, nello stesso loro partito, di affatto diverso avviso era il Depretis, che pensava a un moderato allargamento, e il Nicotera, che forse avrebbe fatto a meno anche di questo, mentre, tra quelli di Destra, il Sella gli era favorevole, e, del resto, quando alfine fu attuato non produsse nessuno dei disastri profetati, e la qualit degli eletti non solo non peggior, ma in generale divenne migliore. Sulla questione della tassa del macinato il Sella era rigido nel ritenerla indispensabile, ma il Minghetti inchinevole all'abolizione, e, quando si voleva abolirla in ogni parte troppo rapidamente, fu un ministro di Sinistra, il Grimaldi, quegli che si ribell e si dimise, dichiarando che "l'aritmetica non  un'opinione". Circa le relazioni tra stato e chiesa, laddove il Lanza e il Minghetti si attenevano alla formula cavouriana della chiesa libera nello stato libero, lo Spaventa era risolutamente per lo stato contro la chiesa, cio per lo stato moderno contro lo stato antiquato o (se piace dire diversamente) per la chiesa moderna contro l'antica; e il Sella, giurisdizionalista, vedeva nella chiesa il "pericolo immenso" della societ moderna, temendo che lo stato si spogliasse troppo spensieratamente delle armi di difesa e offesa che ancora possedeva contro di essa, e approvava il disegno di legge del ministro di Sinistra, il Mancini, sugli abusi del clero. Nella sempre riproposta e non mai affermata di proposito n risoluta questione del decentramento, quelli di Destra erano altrettanto discordi e perplessi quanto quelli di Sinistra. Nelle questioni economiche, come in quella dell'esercizio delle ferrovie, liberisti che le preferivano affidate all'industria privata, e monopolisti che le assegnavano ai compiti dello stato, si trovavano nell'uno e nell'altro campo. Nella politica interna, il Nicotera, che mantenne il domicilio coatto e l'istituto dell'ammonizione e proib comizi e celebrazioni repubblicane o semirepubblicane, e sciolse societ operaie e mand alle isole i promotori di scioperi, e poi il Crispi, davano dei punti ai pi autoritar ministri della Destra, laddove lo Zanardelli, geloso della libert di riunione e tenace nella massima del reprimere e non prevenire, non avrebbe discordato dal Ricasoli e da altri puri liberali di Destra, i quali, per altra parte, non potevano non plaudire al rispetto scrupoloso che quest'uomo di Sinistra sempre dimostr per l'indipendenza della magistratura. La domanda di garanzie contro le prepotenze dei governi di partito nell'amministrazione, che ebbe precipuo proponitore e sostenitore lo Spaventa, fu accolta e tradotta in un istituto, la quarta sezione del Consiglio di Stato, da niun altro che dal Crispi, che di essa volle presidente e ordinatore proprio lo Spaventa. La legge della perequazione fondiaria fu opera di un ministero di Sinistra, con la valida collaborazione del Minghetti e di altri della Destra. L'obiezione costituzionale, sollevata dallo Spaventa contro il Crispi sulla illegittimit di creare o abolire ministeri per decreto, fu accolta da altro governo di Sinistra e fin col diventare pi tardi legge dello stato. Cos procedevano i fatti, per chi guardi ai fatti.
Eppure senza una netta distinzione di partiti, senza i due grandi partiti della conservazione e del progresso, lottanti tra loro e avvicendantisi nel governo, un sano regime parlamentare era, per comune convincimento o comune preconcetto, impossibile. Donde l'affanno a impedire che essi mescolassero le loro acque, i gridi di orrore quando ci accadeva, le esortazioni e le invocazioni a far rientrare ciascuno dei due in quello che si presumeva dovesse essere il suo letto, o l'invito a scavarsi un proprio letto. Il "programma della Sinistra", l'"ideale della Sinistra" erano richiamati a ogni istante, senza che avessero forza di arrestare la reciproca compenetrazione delle due schiere. Il Depretis, fin dal suo primo Ministero, fu assalito cos dalla estrema Sinistra legalitaria del Cairoli come da quella repubblicana del Bertani, per aver rotto fede al "programma della Sinistra", e peggio ancora nei suoi seguenti ministeri, pei quali cerc appoggi nel centro e a destra. Si giunse a ridare, nell'uso corrente, significato eulogico e positivo al nome di "Sinistra storica", che era stato foggiato propriamente per designare la Sinistra antiquata e morta. Il Crispi, discorrendo alla Camera il 7 dicembre del '78, diceva: "Non so ancora la ragione per cui taluni uomini di Destra abbiano creduto di scomporre il loro partito per disordinare il nostro... Io mi appello al patriottismo di tutti perch, facendo tacere i risentimenti, possiamo accingerci alla ricomposizione delle due parti politiche del parlamento, affinch ciascuno, entro la cerchia del suoi amici, faccia il debito suo". Ma in quello stesso discorso, avendo egli rimproverato allo Zanardelli, a proposito dei circoli di repubblicani e internazionalisti, di non adoperare, per timore di scapitare nella popolarit, i mezzi di polizia che erano a sua disposizione, ne ebbe per risposta: "Il suo  linguaggio di Destra: vada a sedere a destra!". Si spiava ogni occasione che sembrasse propizia alla divisione bramata e si sospirava quando la si vedeva fuggire senza che se ne fosse tratto profitto a quel fine. Gi nel 1866 il Minghetti cercava "una grande idea, un gran principio intorno ai quali si formi una maggioranza e una minoranza", e credeva di averla presente nella questione, che allora si dibatteva, dei rapporti tra stato e chiesa. Per disperati, si carezz pi volte, e da pi parti, l'idea, o si effuse il van deso che entrassero nella Camera italiana i cattolici, i quali se ne tenevano fuori per ordine del Papa, a operare da reagente chimico per la divisione dei partiti: come se i cattolici, partecipando ai dibattiti e alle combinazioni parlamentari, avessero potuto portare altro che qualche maggiore complicazione e ritardo nelle questioni particolari che si trattavano, o produrre altro che qualche aggiunta transazioncella: un'opposizione di princip allo stato liberale essi non potevano farla se non fuori del parlamento, in quanto clericali, con professioni di fede, cospirazioni e moti rivoluzionar; n pi n meno dei repubblicani e poi dei socialisti, che, entrati nel parlamento e giurata fedelt alle istituzioni, erano afferrati nell'ingranaggio delle combinazioni parlamentari, e via via cessavano nel fatto di essere repubblicani e socialisti.
Non ostante lo spasimo di questi sforzi e di queste aride escogitazioni, i due partiti non si cristallizzavano, e rimanevano fluidi, e continuavano a mescolare, peggio di prima, le loro acque. Uomini di Destra entravano in gabinetti di Sinistra, frazioni di Destra sostenevano siffatti gabinetti, frazioni della Sinistra si combattevano tra loro: lo stesso Crispi, il 15 marzo dell'80, domandava conto e ragione di come mai si fossero uniti il Depretis e il Cairoli, che pure rappresentavano "due gradazioni diverse", e quale dei due avesse piegato all'altro. Il contegno reciproco degli uomini dell'una e dell'altra parte, che era stato ostilissimo nei primi tempi, durante le vendette e persecuzioni operate particolarmente dal Nicotera (talch prefetti di Destra presentarono nel 1876 le dimissioni e i giornalisti dei giornali opposti non scambiavano il saluto, e gravi accuse di carattere personale furono prodotte, come quella della Gazzetta d'Italia contro il Nicotera), si venne facendo pi mite e cortese: nel 1878, l'Opinione e il Diritto discutevano amicamente del modo di formare un nuovo partito con la fusione di elementi dei due antiquati. Rimaneva qualche vecchio rancore negli uomini vecchi, si opponeva da parte di qualcuno un assoluto rifiuto a conciliazioni con qualche altro; ma, insomma, l'atteggiamento vicendevole era mutato. Il Sella, che si era trovato a destra forse solo perch su quella parte poteva contare per la sua severa politica finanziaria di tasse e di economie, disegnava, nel 1881, di comporre un ministero di accordo fra elementi di Destra e quelli di Sinistra pi temperati; e che cos'altro voleva fare (si osservava) se non quello che fece trent'anni innanzi il Cavour col "connubio", e che era stato per accadere nel 1873, quando la morte del Rattazzi tronc le trattative per un ministero di larga base, e che in quello stesso anno aveva riproposto il Minghetti? E se il disegno del Sella era ancora prematuro e fu impedito, egli ne riaffermava la necessit, notando che Destra e Sinistra si dividevano ormai non per diverso indirizzo di idee, ma per effetto di tradizioni e di uomini; e fu, infatti, ripreso da altri. Sorgevano nuove parole, oggetti di scandalo, ma tuttavia sintomi del processo in corso: in luogo delle denominazioni secondo gli ideali della conservazione e del progresso, i gruppi si designavano secondo i capi che si tenevano capaci di formare i ministeri, depretisini e crispini e nicoterini e zanardelliani e selliani, e simili; poco di poi, segu la parola che dava la coscienza della dissoluzione avvenuta, una parola che parve brutta o addirittura vergognosa, e con senso di pudore e di ribrezzo correva per le labbra di tutti: "trasformismo". Con le elezioni dell'80 si era costituito il centro sinistro; con quelle dell'82 si ebbe la nuova maggioranza del Depretis, quella appunto del "trasformismo", che egli chiamava il "grande nuovo partito nazionale". Il Minghetti, l'ultimo presidente del governi di Destra, nel suo discorso di Legnago, vi aderiva, andando per troppa foga forse di l del necessario; lo Spaventa l'avrebbe accettato se, invece di una incondizionata dedizione come quella del suo amico, si fossero poste condizioni e il Depretis avesse fatto passi verso la Destra, smettendola di "vezzeggiare i radicali": ma questo n il Depretis n altri poteva, e meno ancora quegli poteva riconoscere la Destra come alcunch di esistente quando, nel suo intimo pensiero, non riconosceva come tale neppure la Sinistra. Nell'altro campo, irremissibili come lo Spaventa, riprovanti come lui e il Depretis e il Minghetti, parvero il Crispi, il Nicotera, lo Zanardelli, il Cairoli, il Baccarini, che costituirono la "pentarchia"; ma questa non oper nulla di pratico e presto si sgretol, e, comunque sonassero le sue parole, il Crispi doveva fare poco dopo anche lui politica di trasformismo, e quando nel 1891, caduto dal potere, cerc di ripigliare nella Camera l'antica canzone, il trasformato a sua volta Nicotera gli rispose che venire a parlare di Destra e di Sinistra non era pi cosa seria, e che meno di tutti aveva diritto di parlarne lui, Crispi. Il Bonghi, non solo ex-ministro e deputato, ma autorevole pubblicista e vivacissimo polemista della Destra, si domandava: "Come faremo noi a fare un'opposizione seria a un ministero, che cammina sulla nostra medesima via, nel modo stesso o meglio che avremmo potuto far noi?".
Dopo il 1885, il trasformismo si era cos bene effettuato che non se ne parl pi, e il nome stesso usc dall'uso. Ma sempre quel nome, quando fu ricordato, parve richiamare qualcosa di equivoco, un fatto poco bello e la coscienza di una debolezza italiana; e l'eco di quel sentimento perdura nei libri degli storici, degli storici che sono di solito professori o altra candida gente, tutta smarrita al susseguirsi dei mutamenti ministeriali, al continuo fallire della loro sospirosa speranza di un "governo stabile", e, insomma, al cangiamento delle cose, perch, secondo il segreto desiderio del cuor loro, le cose dovrebbero restar ferme; e non riflettono che in questo caso non avrebbero pi storie da scrivere, neppure come quelle che di solito scrivono. Senonch, ci che per questa parte accadde in Italia, accadeva allora in tutta Europa e nella stessa Inghilterra: i libri dei professori di altri paesi sono pieni degli stessi lamenti che in Italia si facevano al ricordo del parlamento subalpino, notandosi l'inferiorit nel decorso e nell'oratoria dei parlamenti dell'80 a confronto di quelli di cinquant'anni prima in Francia e in Inghilterra, o dell'assemblea di Francoforte del 1848, quando personaggi insigni dibattevano in nobili duelli i pi alti problemi. Chi metteva il capo fuori dell'uscio di casa propria, ne riportava la notizia dello scadimento dell'istituto parlamentare non solo in Italia, ma in tutta l'Europa. Il vero  (come gli esperti sanno) che, allora, n in Italia n fuori scadde la vita libera e parlamentare, ma si dissip, invece, semplicemente un'arbitraria dottrina politica, che, sebbene si fosse radicata in superstizione, non si poteva sostenere n innanzi alla logica delle idee, n, di conseguenza, innanzi a quella dei fatti; e se il dissiparsi di quella teoria produsse smarrimento pi grande in Italia che altrove, la ragione era in ci, che la delusione da noi seguiva troppo dappresso l'inizio della vicenda parlamentare. Certo, il ritmo della vita e della storia si svolge con quei due momenti, della conservazione e del progresso, e con la loro sintesi; ma, appunto perch quei momenti sono in ogni singolo atto e moto, non  lecito mitizzarli in due anime diverse e materializzarli in due programmi in ogni punto diversi e contrapposti. La dottrina politica, nel porre i due partiti "regolari", commetteva lo stesso errore della teoria dell'arte, quando poneva i generi letterari e artistici con le rispettive regole, e poi si confondeva nel trovarsi davanti opere regolari che non erano opere di poesia e opere di poesia che non erano regolari, e nel vedere la gente correre non dove trovava regolarit, ma dove trovava poesia, cio vita.
Il medesimo accadde nell'esperienza della vita politica, nella quale nessuna forza poteva impedire agli uomini di accordarsi o discordare non su astratti e vuoti programmi, ma su questioni e provvedimenti concreti, e seguire i capi che via via davano speranza di attuare quello che ad essi pareva buono e plausibile: che era la realt della lotta politica. Perch gli italiani avrebbero dovuto sbigottirsi delle frequenti mutazioni ministeriali, le quali ai sopradetti storici suggeriscono l'immagine dell'infermo che non trova posa sulle piume, ma che erano invece continui adattamenti e riadattamenti soliti in ogni opera, e segnatamente in una cos complicata come  il governo di un gran paese, e non turbavano, o assai lievemente, il normale andamento della loro varia operosit? Perch avrebbero dovuto tendere tutti i loro muscoli per tenere in alto i cartelli di Destra e Sinistra, trascurando le importanti cose che quelli non rappresentavano o rappresentavano in modo assai vago e fiacco? Perch non avrebbero dovuto contentarsi di quei governi, che, pur nella loro instabilit, davano loro all'incirca quelle libert, quell'ordine e quell'amministrazione che rispondevano al bisogno ed erano praticamente possibili? Perch non dovevano lasciar fare al Depretis, buon monarchico, uomo d'ordine, con certo cuore popolare, che aveva promesso quello che pochi chiedevano, l'allargamento del suffragio, e l'aveva attuato, aveva promesso l'abolizione dell'imposta del macinato, poco caritatevole o sentita come tale, e in varie tappe l'aveva abolita, aveva promesso l'abolizione del corso forzoso e pi o meno felicemente lo faceva cessare; e che, avvertendo col suo buon senso non esservi in Italia materia di pericolosi contrasti sociali e politici, annunziava nel 1882 di metter pausa alle riforme pi propriamente politiche per attendere all'amministrazione? Nondimeno, anche la lunga permanenza del Depretis al governo, i suoi otto ministeri, dal 1876 al 1887, quella che fu chiamata la sua "dittatura", formava per gl'itaiani argomento contro s medesimi e sembrava indizio della loro pochezza politica: quasi che in quegli undici anni altri uomini non si fossero provati alla direzione dello stato, come il generoso e cavalleresco Cairoli, e non si fossero dimostrati inferiori al Depretis nell'accortezza, e altri, come lo schietto e capacissimo Sella, non avessero dovuto deporre il mandato ricevuto dal re, non riuscendo a superare le difficolt parlamentari e le persistenti passioni settarie e personali. Giosue Carducci, in quei tempi, recandosi come soleva a Roma, e dallo spettacolo della vita politica di col e dalle dispute che udiva intorno a s cercando rifugio nella contemplazione dei monumenti dell'Urbe, scoteva via tutta quella piccina umanit:
Che importa a me se l'irto spettral vinattier di Stradella
mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi?
E se il lungi-operoso tessitor di Biella s'impiglia,
ragno attirante in vano, dentro le reti sue?
Ma erano impressioni da poeta, il quale poi, come poeta, e vi avesse rivolto il pensiero e l'affetto, forse si sarebbe preso di umana ammirazione per quel "vinattier di Stradella", per quel vecchio settantenne, che, in tenore di vita modestissimo e quasi povero, tutto il vigore del corpo e dell'ingegno, per oltre quarant'anni, consum nella passione del pubblico governo, e per quel "tessitore di Biella", mente chiara, animo sereno e lieto, scevro di livori, sempre temperato, sempre giusto, che aveva salvato l'Italia dal gettarsi nel baratro della guerra franco-prussiana, l'aveva risanata finanziariamente prendendo sopra di s l'odio dei sacrifici imposti, l'aveva voluta allenata all'operosit industriale e fisicamente pi robusta e alacre educandola all'amore delle montagne, aveva procurato la trasformazione della capitale in grande citt moderna, e in Roma aveva fondato una grande sede della scienza, e, poco stante, moriva ancor giovane, fiaccato dalle fatiche. Cose queste che avevano il loro proprio valore, anche accanto alle vetuste pietre dell'arco di Tito.
Infine, e per terminare questa rassegna d'idola con uno che attiene a una generica considerazione metodologica, giova mettere in guardia a non convertire in giudiz storici i giudiz che s'incontrano nella pubblicistica politica, la quale dava allora, come suole, descrizioni delle "condizioni d'Italia", che erano in apparenza quadri di realt storica, ma in sostanza quadri di desider dei loro autori: lo stesso fissamento della dinamica storia in statici "quadri di condizioni" dimostra che si tratta della visione non d'una realt per s stessa, ma di una realt in rapporto a un desiderio, negata pi o meno nel desiderio. Le polemiche e le proposte della pubblicistica politica, non che essere storia, sono poco pi che materia bruta per lo storico, il quale sceverer tra esse quelle che furono germi che si schiusero in fatti, e le moltissime altre, germi invalidi e caduti su terreno disadatto, destinati a disseccarsi e perire: ch il desiderio umano procede non diversamente dalla sempre desiderante natura, la quale profonde miriadi di germi per dar vita a poche creature. Cos in Italia, allora, assai si tratt delle autonomie amministrative e dell'autogoverno all'inglese o all'americana, e parve che in ci fosse una grande nostra manchevolezza e insieme l'aspettazione di un sommo beneficio. Ma lo storico deve dire che, se di tali istituzioni ci fosse stato il bisogno, l'Italia se le sarebbe create, e le voci dei richiedenti e proponenti non sarebbero rimaste, come rimasero, lodate e inascoltate, perch sarebbero venute in aiuto di un processo gi in corso; e che, d'altra parte, l'ammirazione suscitata da quelle istituzioni di altri paesi (non perpetue, del resto, ma anch'esse transeunti) non deve nascondere agli occhi tutto l'autogoverno che ci  sempre nelle intraprese economiche e sociali e nelle opere della cultura e della scienza e dell'arte e simili, e che allora, in Italia, con la vita libera, crebbe e non diminu. Il nuovo avviamento sociale e la divisione del lavoro rendevano sempre pi difficile, qui come altrove, quella sorta di delegazione ai cittadini di talune parti della pubblica amministrazione, che si era mantenuta e aveva prosperato in altre e pi semplici e meno mobili condizioni. Coloro che la pensavano altrimenti facevano benissimo a dire il loro avviso, ma non si pu imputare a colpa dell'Italia che i loro disegni non fossero tradotti in atto. Parimente c'erano di coloro che, passando ad ammirare il nuovo popolo assurto allora all'ammirazione mondiale, il tedesco, avrebbero desiderato che l'Italia prendesse un abito pi disciplinato, pi militare e bellicoso, e magari si ritemprasse in un "bagno di sangue", e smettesse le sue sciolte consuetudini e i suoi affetti umanitar e le sue ripugnanze per le durezze dei castighi e per la pena di morte; e anch'essi esercitavano un loro diritto e compievano un loro dovere cos manifestando i loro non bassi ideali e desider, e potevano anche produrre qualche bene col correggere certi eccessi delle disposizioni italiane; ma sarebbe poi strano che si volesse far colpa al popolo italiano di non essere stato il popolo tedesco.
Fuori di tutti codesti idola si muove la semplice storia di quel che l'Italia fu e fece e sent e immagin, dal 1871 al 1915, e che ora prendiamo ad esporre con ordine, ricollocando ai loro posti per accenni, o meglio determinando, quei tratti di essa, che abbiamo stimato conveniente in qualche modo anticipare.
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2. L'ASSETTO DELLO STATO E L'AVVIAMENTO DELL'ECONOMIA NAZIONALE. 1871 - 1887.
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L'opera nazionale e politica, giunta a termine nel 1870,  stata pi volte, e dagli stranieri pi che dagli italiani, giudicata mirabile; quale (si disse) soltanto la genialit italiana, ardita e sennata, idealistica e insieme realistica, poteva delineare ed eseguire, imprimendole, come alle grandi opere della sua arte, il suggello della innata classicit. Queste espressioni e modi immaginosi, nati da meraviglia e ammirazione, e perci lirici e poetici, disconvengono, non meno di quelli satirici, al calmo pensiero indagante e intendente, che non conosce se non processi logici o "naturali". E nondimeno, anche alla pi fredda critica, quel "risorgimento" d'Italia, quel suo impeto nazionale, quel suo rapido raccogliersi e fondersi in unit statale, si dimostra una delle pi felici, delle pi chiare attuazioni di quanto lo spirito europeo, da oltre un mezzo secolo, si era proposto a fine dell'opera sua e amava come la bella creatura del suo sogno. Preparato nel moto delle riforme del secolo precedente, aveva acquistato coscienza di s nelle esperienze della Rivoluzione francese e dei rivolgimenti che le tennero dietro in Italia; da illuministico e cosmopolitico era diventato nazionale, senza perdere nobilt di umano e universale sentire; aveva provato i mezzi delle stte e delle congiure, e, ritrovatili non abbastanza efficaci e moralmente non giovevoli, aveva messo al loro luogo l'aperta cospirazione della cultura e la preparazione delle menti e degli animi; aveva persistito per alcun tempo a vagheggiare la repubblica unitaria di tradizione giacobina, ma si era discostato da quella idea per risvegliato senso storico, che lo portava a tentare la federazione dei molteplici e tradizionali stati italiani, tra i quali era quello del Pontefice; aveva, in ultimo, abbandonato anche l'idea federale per effetto delle esperienze del quarantotto e pel maturato senno politico, stringendosi attorno alla monarchia dei Savoia. Religione, letteratura, vigore di pensiero e di studi severi, apostolato di redenzione nella libert, semplice e generoso cuore popolaresco, chiaroveggenza di uomini politici dal sagacissimo intelletto, sangue e sofferenze di martiri e sacrifiz d'ogni sorta, cautela di diplomatici, cavalleresco intervento guerriero di una vecchia stirpe regia con l'esercito a lei devoto, idealit monarchica e idealit repubblicana, queste varie e diverse forze e virt avevano concorso con discorde concordia all'opera; e l'Europa guardava con commosso compiacimento l'Italia cogliere il frutto dei suoi lunghi e nobili sforzi, congiungere al suo passato di gloria un vivo presente. Con quali parole questa nuova e antica sorella fu salutata nelle assemblee dei paesi liberi di Europa! Con quale dolore, anche negli stati e popoli nemici, fu compianta la sparizione della luce di Camillo di Cavour nel punto stesso che si avvivava di pi fermo splendore! Con quale entusiasmo venne festeggiato Garibaldi in Inghilterra nel 1864! Esercit anche, allora, l'Italia ufficio di maestra in politica, e l'Unione nazionale italiana fu esempio e modello a quella che con intenti analoghi fu fondata in Germania nel 1859, e il Cavour poteva rispondere, nell'ottobre del '60, all'inviato di Prussia circa le proteste di quel governo contro le annessioni italiane, che un giorno la Prussia sarebbe stata grata al Piemonte della via mostratale per effettuare l'unit germanica (lezione poco dopo messa in pratica); e Mazzini e Garibaldi infiammarono le anime e insegnarono i metodi della lotta alle nazioni oppresse, e ancora ai nostri giorni quei nomi risuonano nella lontana India e quegli uomini hanno col i loro discepoli.
A oscurare questo carattere e valore dell'opera compiuta si form e diffuse un giudizio (e non, come quello ammirativo, da parte degli stranieri, ma da parte degli italiani stessi) che essa si dovesse piuttosto a fortuna che a virt di uomini e di popolo e, come si diceva, alla buona "stella d'Italia": al "mirabile" degli spiriti poetici veniva sostituito il "miracolo" degli spiriti superstiziosi. Quasich ogni cosa che accada al mondo non possa ascriversi, con pari diritto, alla fortuna, e non pure il risorgimento italiano, ma la civilt ellenica, l'impero di Roma, la grandezza britannica, qualsiasi pi grandioso o pi modesto avvenimento: sebbene, in realt, niente le appartenga davvero e tutto sia degli uomini e della Provvidenza che li ispira e li conduce e li fa. Chi fantastica sui possibili - se l'Austria nel '59 non fosse caduta nel giuoco del Cavour, dichiarando per prima la guerra; se il re delle Due Sicilie avesse in quell'anno, o nei primi del seguente, accettato di allearsi col regno sabaudo; se la crociera borbonica avesse incontrato e catturato nel '60 le navi che portavano i Mille; se l'Austria e lo stesso Napoleone terzo, che l'unificazione d'Italia contrariava nei suoi disegni, si fossero interposti in quell'anno, come ce n'era minaccia; se nel '70 l'Italia si fosse trovata non in disarmo ma in pieno assetto militare e si fosse gettata nel baratro della guerra, - vede sempre tutto a un pelo dall'andare in rovina e salvato solo per fortuna o "miracolo"; ma, appunto, a questo modo non si fa se non fantasticare. La "virt" degli uomini sta nel saper cogliere le occasioni, e quella dei popoli nel secondare e non opporsi all'azione delle minoranze elette. E, quanto alla "stella d'Italia", varrebbe la pena di rintracciare chi primo foggi questa immagine; ma certo la si ritrova sulla bocca di re Vittorio Emanuele, che dichiarava, nell'aprile del '63, di "aver fiducia nella stella d'Italia" e sempre nei suoi detti di quegli anni espresse questa sua fiducia e sicurezza. Era forse in lui, nella forma, una reminiscenza dell'astre del vecchio motto sabaudo, ma, nella sostanza, la virile espressione di chi si sente in tacito accordo con la logica delle cose, con la necessit dei tempi, col proprio dovere: nel qual senso quella "stella" splendeva allora nelle anime di tutti gli italiani e veramente li guidava.
Nei due anni, tra il 1859 e il '61, le varie parti del nuovo stato furono saldate fra loro con una vera rivoluzione, che non solo sovvertiva totalmente i trattati del 1815, ma sforzava la volont dell'Inghilterra e pi ancora della Francia, che avrebbero voluto la federazione e non l'unit, o almeno due regni, dell'alta Italia e della meridionale; eppure tutto ci fu condotto con tanta avvedutezza che parve come se si facesse cos risolutamente e in fretta per la sollecitudine di impedire il dilagare dello spirito rivoluzionario e contribuire all'ordine in Europa. Era la linea segnata dal Cavour, alla quale i suoi successori si attennero; sicch Napoleone  terzo nel '60 consentiva all'occupazione delle Marche e dell'Umbria per timore che l'impresa di Garibaldi sboccasse in un movimento repubblicano; il Palmerston, nel '61, esprimeva pubblicamente la sua soddisfazione, augurando al popolo italiano di godere i benefic che il popolo inglese aveva tratti dalla monarchia costituzionale; il cancelliere russo Gortschakoff nel 1862, nel riconoscere il nuovo regno, lo dichiarava elemento conservatore delle monarchie contro le rivoluzioni. E mentre a questo modo si venivano tranquillando e conciliando le potenze e le loro cancellerie, allo spinto democratico si dava sfogo e soddisfazione merc le non contrastate insurrezioni e le agevolate accolte di volontari e le solennit giuridiche dei plebisciti. A disfare quella unit, nessuno aveva pi la forza efficace n l'interesse effettivo: l'Austria si era rassegnata, dopo il '66, al distacco delle provincie italiane, che ormai i suoi uomini pi saggi giudicavano irreparabile e da non tentar di riparare, e scambiavano concetti d'intesa con la potenza formatasi sulle sue spoglie, ed entrambe avrebbero probabilmente combattuto da alleate nel '70, se la Russia non avesse guardato, in quell'anno, le spalle alla Prussia; l'imperatore Napoleone terzo, premuto da ragioni di politica interna, si restringeva a mantenere discosto l'Italia da Roma, cercando di differire quello che egli stesso sentiva, un po' prima un po' dopo, fatale; la Prussia traeva il suo vantaggio da questo dissidio, e, come aveva contribuito a spingere il Garibaldi a Mentana, cos non si opponeva all'acquisto di Roma. La quale situazione diplomatica rese possibile l'entrata nella citt, nove anni prima proclamata capitale del Regno, e l'abbattimento della sovranit temporale del Papa, che restava come un cuneo nel mezzo: cosa che era tenuta assai ardua e tuttavia pass quasi senza obiezione o senza gravi obiezioni. - Ma nell'undicennio dal '59 al '70, oltre a costituire questo corpo statale affatto nuovo perch l'Italia non era stata mai nella storia (neppure al tempo dei Romani, neppure a quello degli Ostrogoti!) integralmente una e indipendente, si provvide al suo organamento interno, con l'estensione dello statuto piemontese a tutto il regno; con l'ordinamento amministrativo, ossia con la legge comunale e provinciale del 1859 del Rattazzi; con la fusione degli eserciti dei var stati e di quello garibaldino, che il Fanti effettu superando le difficolt che erano nella diversa provenienza, e nelle gare e gelosie che ne nascevano; con l'unificazione dei debiti pubblici e con quella tributaria, che ebbe luogo tra il '62 e il '65; con l'unificazione legislativa e i codici del '65, con la legge sull'asse ecclesiastico del '67, con quella di pubblica istruzione del '59, anch'essa estesa a tutto il regno, con le altre minori di beneficenza, di assistenza sanitaria e simili; e, strumento di esecuzione, con la formazione di una classe di impiegati fedele e adatta al nuovo ordine. Il lavoro era stato enorme, segnatamente durante la presidenza del Lamarmora (1864-65), quando il Lanza tenne il ministero degli interni. Nello stesso tempo, si sostenne, oltre le guerre, la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo, e che fu domato finalmente e per sempre: cosicch la parola "brigantaggio" pot a poco a poco dissociarsi dal nome del paese d'Italia, al quale era stata congiunta forse pi che ad altra parte di Europa, almeno nei tempi moderni.
Delle grosse questioni internazionali una sola restava al principio del 1871: quella dei rapporti del regno d'Italia col pontificato romano, nella quale quasi tutte le altre potenze avevano interesse maggiore o minore e per non si poteva negar loro il diritto di metter bocca, sia che si lasciasse al Papa poca libert sia che gliene si lasciasse molta, perch la molta poteva esser troppa e la poca troppo poca nelle relazioni delle varie potenze con questa singolare potenza internazionale, che era poi nient'altro che il sopravvivente antico Impero romano, convertito in ispirituale e teocratico. Di questa realt di fatto il governo italiano aveva coscienza, e si disponeva in conseguenza a regolare quei rapporti con atto internazionale, e ne anticip in qualche modo il pensiero. Ma poich le varie potenze, affaccendate in altro o schive delle difficolt in cui si sarebbero intricate, non si mostrarono sollecite a raccogliere la spontanea offerta, il governo italiano la lasci cadere nel silenzio generale, e regol, com'era assai pi logico al concetto dello stato moderno e alla dignit dell'Italia, quella materia con un atto interno, con la legge delle "guarentigie" (13 maggio 1871), cio con la prima parte di questa. Nella quale si dichiarava sacra e inviolabile la persona del Pontefice, concedendogli onori e prerogative regie, gli si assicurava la piena libert nel suo ministero religioso e nelle comunicazioni coi cattolici di tutto il mondo, e perci speciali uffici postali e telegrafici, si riconoscevano ai rappresentanti dei governi esteri presso la Santa Sede le immunit e prerogative diplomatiche, si stabiliva pel Pontefice una rendita annua sul bilancio dello stato italiano, quale era stata gi in quello dello Stato romano, gli si lasciava il godimento del Vaticano e di altri palazzi e ville, e il diretto governo dei seminari e degli altri istituti cattolici in Roma, fatti esenti dalla vigilanza delle autorit scolastiche italiane. La legge non fu n negoziata n accettata dal Papa, che volle che rimanesse, rispetto a lui, col carattere di una legge di guerra, imposta dal vincitore brutale e insidioso. Il che gli permise di atteggiarsi agli occhi dei cattolici del mondo intero come il "prigioniero del Vaticano", ma anche addolor molti italiani, cattolici-liberali o liberali temperati e miti e prudenti; c'erano, pure tra gli uomini di qualche levatura, di quei sentimentali e fantasiosi che, come avevano sperato che Pio nono si sarebbe arreso alle persuasioni di re Vittorio Emanuele prima della breccia di Porta Pia, cos sognavano ancora ad occhi aperti che, all'entrata del re in Roma, il vecchio Papa gli sarebbe uscito incontro, lo avrebbe benedetto e abbracciato, e benedetta e abbracciata con lui e in lui l'Italia, in un profluvio generale di lagrime d'intenerimento. E in tutti costoro perdur il desiderio della "conciliazione", che era stata ideata e cercata dal Cavour e da altri quando si doveva tentare quella via per agevolare il concorso e l'appoggio della Francia, e pi volte, dopo il '70, quando pi non c'era questo bisogno di una politica transazione, rimise ali, e si effuse in disegni e proposte. Ma nel generale buon senso si fece presto chiara l'idea che quella conciliazione, fondata su pezzetti di territori da ritagliare per foggiare al Papa un giocattolo bambinesco di stato temporale, era altrettanto poco decorosa per il Papa quanto per l'Italia; e, pi ancora, che al Papato, istituto politico internazionale qual , non conveniva di rappattumarsi con lei e anzi non poteva, per non accrescere agli occhi del mondo il suo carattere italiano, che gi era cospicuo; e che doveva prendere il contegno di chi ha soggiaciuto alla forza, dell'oppresso e del sacrificato, e sempre protestare, in modo pi irato dapprima, meno irato ma non meno reciso pi tardi, e non abbandonare mai l'asserzione del suo violato diritto. Cosicch, a poco a poco, lo si lasci dire, senza pi oltre discutere n ribattere le proteste: riconoscendo i perspicaci italiani che essi, al posto del Papa, non avrebbero potuto comportarsi diversamente, e sentendo in quello un italiano come loro, pratico e diplomatico come loro. C'era voluto il gran fracasso delle guerre della Repubblica e dell'Impero per mettere a tacere le rivendicazioni di cose ben pi piccole, come Avignone e la contea Venassina e la chinea che offrivano in omaggio i re di Napoli. La non avvenuta conciliazione, a causa del potere temporale, turbava,  vero, qualche anima di buon cittadino e di osservante cattolico; ma troppe altre cose turbavano o avrebbero turbato quelle anime nell'andamento preso dalla societ italiana, e quella non era tra le pi gravi, ch tutti pi o meno avvertivano che la libert del Papa non sarebbe cresciuta col possesso di Roma e che non mai era stata grande in forza di quel possesso. I conclavi, radunati in Roma, si svolsero tutti senza ombra di impacci, senza alcuna dimostrazione ostile, senza nemmeno la malevolenza degli astanti, a cominciare dal primo, che, per la novit del caso, aveva dato luogo alle maggiori precauzioni: gli altri divennero fatti ordinar, ai quali non si bad, cio li si guard come li guardava ogni altro popolo. Nei rispetti delle potenze estere accadde quello che non si prevedeva, e pur era da prevedere, che l'unica volta in cui il punto della libert del Papa si affacci alla discussione fu quando, nel pi acceso della "lotta di cultura", il Bismarck prov la rabbia dell'impotenza per non poter inviare al Papa, a Civitavecchia, una nave da guerra e minacciargli il cannoneggiamento, e mosse le sue rimostranze al governo italiano, con non altro effetto che di arrecare ottimo argomento alla polemica italiana, alla quale fu messa in mano la prova che non mai il Papa era stato tanto libero. Come potevano gli italiani impedire al Papa gli eccessi verbali contro la Germania e il suo cancelliere, se non potevano impedirli contro s stessi? E non era meglio toglierli in pazienza? Questa non era l'opinione proprio di tutti, perch non mancavano alcuni che gridavano: - Abbasso le guarentigie! - o proponevano alla non lontana morte di Pio nono di renderne pi stretti i vincoli; ma fu l'atteggiamento costantemente serbato dalla classe dirigente e responsabile, confortata dall'opinione generale. Che poi la mancata conciliazione, e il modo in cui  stata regolata la posizione del Papato, sia per l'Italia uno dei punti scoperti alle eventuali ferite nei casi di conflitti internazionali e di guerre,  cosa certa, ma a questo, finch il tempo non l'avr ben coperto del suo usbergo, non si rimedier mai in altro modo che col difendersi nei conflitti e vincere nelle guerre; e, del resto, ogni potenza ha i suoi punti scoperti e vulnerabili.
Certamente, nei primi anni dopo il '70, i partiti cattolici degli altri paesi, e soprattutto quelli di Germania e di Francia, premevano l'uno sul Bismarck e l'altro sui vari governi che si succedevano e sulle varie combinazioni tentate nei dibattiti circa la forma politica che la Francia doveva prendere, di monarchia borbonica, orleanistica o bonapartistica o di repubblica radicale o conservatrice, affinch intervenissero contro l'Italia per la restituzione del mal tolto. Ma nessuno di questi agitamenti assurse a minaccia seria, non favoriti n dalle condizioni interne di quei paesi, n dalla situazione internazionale. Il Bismarck, anzich farsi crociato e campione del Papato, impegn con esso una fierissima lotta, e ne volle all'Italia perch non si mise al suo fianco, aggiungendo rigori e persecuzioni a quelli che egli adoperava in Germania e che non gli dettero partita vinta. In Francia, nonch il volterriano Thiers e l'anticlericale Gambetta, neppure forse il conte di Chambord, se fosse asceso al trono, avrebbe potuto imprendere una guerra contro l'Italia per ridare Roma al Papa, e, in ogni caso, il conte di Chambord non divenne Enrico V e le preoccupazioni per questa parte si attenuarono e dileguarono, se anche, come si  notato, non era possibile strapparne fin le ultime radici. Un rancore d'altra natura nutriva non il governo ma il popolo francese contro l'Italia, cio l'"ingratitudine", di cui questa si sarebbe resa colpevole col non correre in suo aiuto nel '70: motivo affatto popolare e volgare, che non saliva fino alle menti degli uomini politici, i quali sapevano che l'Italia, per effetto della politica romana di Napoleone terzo, che aveva alienato gli animi di tutti e inferocito i democratici e il partito d'azione, e per la condizione di disarmo in cui si trovava, non aveva potuto condursi diversamente, e che, per quel che riguardava il desiderio di venire in soccorso alla Francia, ce n'era stato pi di quanto si sarebbe aspettato, e, prima che in altri, grandissimo nel re. Solo atto poco amichevole da parte dell'Italia, allora, pot giudicarsi la proposta "lega dei neutri", di cui Inghilterra e Russia si affrettarono ad adottare ed eseguire l'idea, e che agli uomini di stato italiani fu dettata forse dal timore che non fosse facile tenere a freno il re nella sua gran voglia di prendere le armi. Molta era, in quei primi anni dopo il '70, la stima che si faceva dell'Italia: "una nazione saggia (si diceva), guidata da uomini abili"; e Carlo Cadorna, ambasciatore a Londra, confermava, nel 1872, la "reputazione di assennatezza e di una decisa superiorit politica" che governo e popolo italiano godevano in Inghilterra e in Francia presso gli uomini di giudizio; e il Massari osservava nello stesso anno: "L'Italia non ha mai occupato nella considerazione del mondo un posto pi alto: non avete che a recarvi all'estero per raccogliere attestati di simpatia e di rispetto da per ogni dove, basta che vi diciate italiani". Anche la sua casa regnante era circondata da questa simpatia, e, come una figliuola del re d'Italia era andata sposa all'erede della corona del Portogallo, cos un suo figlio fu chiamato al trono di Spagna. A suggello della riputazione di saviezza seguirono, nel 1873, le visite del re d'Italia all'imperatore d'Austria a Vienna e all'imperatore di Germania a Berlino, ricambiate poi dal primo nella sua gi imperiale Venezia, e dal secondo a Milano, evitando di comune intesa la visita a Roma per non eccitare vieppi i risentimenti dei cattolici tedeschi ed austriaci. Le rispettive legazioni dei tre stati furono innalzate allora al grado di ambasciate. Intanto il governo francese ritirava dalle acque di Civitavecchia la nave che vi aveva tenuta per pi anni a disposizione dell'antico suo protetto pel caso che si risolvesse a lasciare il suolo di Roma: alla qual cosa, veramente, n il Papa n i cardinali pensavano, come mossa molto rischiosa e che poteva metter capo a una umiliazione della Santa Sede. L'opinione pubblica, come il governo, desiderava che si stringessero pi intime relazioni con le due potenze centrali senza darvi carattere di ostilit verso la Francia, e solo cercandovi contrappesi ed appoggi, dopo che l'esperienza degli ultimi anni della politica napoleonica aveva mostrato la malsicurezza di una quasi dipendenza della Francia a causa del clericalismo col potente e anche di un certo naturale contrasto d'interessi tra essa e il confinante e concorrente nuovo stato. Ma l'alleanza, che il Bismarck avrebbe voluta e che sarebbe riuscita solo a una garanzia per la Germania contro la Francia, parve l'offerta di un "march de dupe", e non ne fu coltivata l'idea.
Cosicch l'antico detto romano di risolutezza e di fiducia, ricordato nell'insediarsi in Roma: Hic manebimus optime, non era stato pronunziato invano; e il re, col suo consueto buon senso, diceva nel 1874: "Tutte le nostre questioni sono ormai questioni interne e possiamo deciderle tra noi, e in qualche modo ce la caveremo sempre". Ma neppure a una questione interna poteva dar luogo la forma presa dall'Italia cos per quel che si atteneva all'unit come nei riguardi della monarchia. La possibilit di restaurazione degli antichi principi e delle antiche partizioni non aveva avuto, negli anni dopo il '60, altra realt che nelle speranze di taluni ligi ai vecchi regimi, almanaccanti sugli effetti di guerre e complicazioni internazionali, e aveva occupato talora l'inquieto animo, diviso tra il volere e il non volere, tra le ideologie e la ragion di stato, dell'imperatore dei francesi. E definitivamente era stato sepolto il disegno neoguelfo, ripreso da Napoleone terzo nel 1859, di una federazione italiana presieduta dal Papa. Il federalismo di alcuni solitar come il Cattaneo e il Ferrari, di reminiscenza comunale-medievale, aveva origine e tendenza repubblicana, e in altri repubblicani, come il Mario, si appoggiava agli esempi della Svizzera e degli Stati Uniti d'America; e, a ogni modo, restava nella cerchia delle dottrine, privo di efficacia pratica e senza neppure molta eco teorica. Il regionalismo, ossia i contrasti d'interessi, che gi allora si accennarono tra alcune regioni, specie tra mezzogiorno e settentrione, e riceverono maggiore rilievo pi tardi, non divenne mai contrasto politico, neppure come vago desiderio di separazione o di diversa unione. L'idea repubblicana, del resto, aveva avuto la sua forza in Italia nella concezione rigidamente unitaria, sorta nel crollo delle Repubbliche cisalpina, cispadana e partenopea, e continuata precipuamente dal Mazzini con la Giovine Italia; e, per avere riposto il punto saliente nell'unit, rese agevole il passaggio di molti dei suoi uomini principali e della maggioranza dei seguaci all'unit attuata per mezzo della monarchia. Queste conversioni, che trovarono il loro motto nelle parole del Crispi sulla "monarchia che ci ha uniti e la repubblica che ci dividerebbe" si accrebbero tra il '60 e il '70 e si accelerarono ancora dopo il '70, e si fecero pi esplicite e nette dopo il '76: quando proprio molti degli antichi repubblicani ascesero al governo, e gi i vecchi monarchici piangevano la monarchia "venuta a man degli avversar suoi", e antivedevano la sua fine, al pi tardi, alla morte di re Vittorio Emanuele secondo: mentre invece, quegli antichi repubblicani si dimostrarono tra i pi zelanti monarchici e anche, a volte, alquanto cortigiani, quali non erano stati gli uomini della Destra. Invano i repubblicani puri, per bocca di Alberto Mario, salutarono l'avvento della Sinistra come un "ponte" verso la repubblica: con che riuscirono soltanto a rinfocolare le diffidenze e a ridestare la vigilanza dei vecchi monarchici; ma quell'avvento, francamente voluto dallo stesso re, e l'atteggiamento che, come si  detto, presero subito gli uomini della Sinistra, perfino i pi a lungo repubblicani come il Cairoli, dissiparono le speranze e i timori del "ponte". I repubblicani nel parlamento, coi loro capi, come il Bertani, si restringevano alla dignitosa professione di fedelt a un ideale, piuttosto che dell'avvenire o dell'avvenire prossimo, del loro personale passato, e prestavano, intanto, giuramento alle istituzioni monarchiche e nella cerchia di esse operavano: la stessa costituzione di un'estrema Sinistra repubblicana nel 1877 fu effettivamente la costituzione di un'estrema Sinistra democratica, e non il segno di un pi energico proposito repubblicano. L'esempio della vicina Francia, conservatrice e autoritaria, anzich accendere gli animi a imitarne la forma di governo, dava luogo al giudizio che la monarchia italiana fosse la migliore delle repubbliche, pi liberale della pi larga di queste. Il Garibaldi, che parlava pur sempre di repubblica e figurava in cerimonie e partecipava a comiz per quell'idea e mandava in giro epistole ora pastorali ora furenti, e salutava e auspicava il "socialismo", da lui non molto inteso ma battezzato il "sole dell'avvenire", e intanto faceva e restituiva visite ai sovrani e ai principi reali, era considerato un sopravvissuto, e si mormorava che la sua vita si era protratta troppo per la sua gloria. Nel 1881 il figliuolo di lui, Menotti, voleva costituire, per l'addestramento militare, gli "allievi volontar", che furono vietati dal ministro della guerra. Moti se ne ebbero qua e l, soprattutto nelle Romagne; ma furono semplici e circoscritti perturbamenti di ordine pubblico, repressi coi mezzi ordinar, come nello stesso tempo quelli di altra e non politica natura in Sicilia; e anche i moti di carattere politico, piuttosto che alla tradizione repubblicana, s'ispiravano al socialismo rivoluzionario o anarchico del Bakunin. Il quale aveva trasportato il suo comando in Italia e aveva dimorato per oltre due anni, tra il '65 e il '67, a Napoli, allora principale focolare italiano degli internazionalisti, che vi fondarono una sezione e pubblicarono giornali. In Italia il Bakunin trovava quel seguito che non vi trovava Carlo Marx, troppo critico, troppo economista, troppo sarcastico e troppo scarsamente umanitario. Ma quei desider e quei moti non si appoggiavano realmente su masse proletarie, operai nelle citt e contadini nelle campagne, ed erano affare privato di pochi ideologi, spesso di nobilissimo animo, con qualche commisto avventuriere e intraprenditore di rivolte. Carattere sociale-religioso, e si direbbe di reviviscenza medievale, ebbe la propaganda di Davide Lazzaretti sul Monte Amiata, finita nel 1878 con la morte del suo capo e di altri in un conflitto con la forza pubblica: che fu un caso isolato e piuttosto curioso che non storicamente significante. Il socialismo era considerato come una minaccia che si addensava sull'Europa, ma lontana assai dall'Italia, la quale doveva darsene pensiero solo in quanto apparteneva anch'essa alla societ europea. Si trascinarono quei conati talvolta nelle forme di iniziate e presto fallite rivolte con bande armate, come, dopo quella di Imola del '74, l'altra del '77, con a capo il Cafiero, a Pontelandolfo; pi spesso, con la costituzione di circoli sovversivi, repubblicani e internazionalistici, che si fregiavano del nome del caporale Barsanti, fucilato nel 1870 per aver preso parte a un tentativo mazziniano di sommossa. Ma gli stessi repubblicani, come il Mario, riprovavano con simili dimostrazioni, sentendole ripugnanti alla coscienza morale; e molto pi manifestarono il loro orrore per gli atti terroristici, accaduti a Firenze, a Livorno e in qualche altro luogo, con lanci di bombe, e per gli attentati regicidi: il primo dei quali, che si ebbe in Italia, nella serie dei parecchi seguiti allora in Europa, quello del 1878 del Passannante contro re Umberto, pose termine qui ai moti sovversivi per la risoluta e universale condanna della pubblica coscienza e valse alla popolarit del ministro gi repubblicano, il Cairoli, che col suo corpo aveva protetto il re ed era rimasto ferito, dibattendosi con l'assassino. Qualche straniero, memore del modo in cui si erano attuate le rivoluzioni in Francia, nel Belgio e altrove, osservava che all'Italia, per sua ventura, mancava una "capitale rivoluzionaria", tale non essendo Roma; ma, in verit, mancava ancor pi la materia rivoluzionaria.
La monarchia, cos saldamente assisa in Italia, era, intrinsecamente, una creazione affatto nuova, improntata del carattere finemente culturale che fu proprio del Risorgimento italiano: espressione del bisogno di rannodare la nuova alla vecchia Italia, la forma che l'idealit morale prende nei tempi moderni a quella onde si era rivestita nei secoli, il progresso alla veneranda tradizione, la quale, rinvigorita dalla libert, dava il pi efficace presidio alla libert. Come tale fu compresa dalla parte eletta e intelligente della nazione, come tale fu pi o meno largamente sentita dal popolo, come tale fu vagheggiata e cantata dal poeta che essa ebbe, unico ma grande, da un poeta che era stato per lunghi anni repubblicano e che, per questo stesso, con maggiore freschezza ne accolse la singolare e complessa poesia e ne celebr il profondo significato: Giosue Carducci. Doveva perci mancarle il sostegno su cui altre monarchie poggiavano e fidavano in Europa, di vecchia aristocrazia, di superstiti nuclei feudali, di clero e di popolare religiosit, di superstiziosi sentimenti e di irrazionali fanatismi; e ci la fece giudicare alquanto artificiale e astratta e malferma nella base. Ma questa apparente debolezza, dedotta da un fallace paragone, nascondeva la sua forza vera; e n artificiale n astratta poteva considerarsi un'istituzione nata da pensiero ed esperienza, da un pensiero dialettico e storico, dalla riconosciuta astrattezza e artificialit delle altre forme politiche.  vero che la natura stessa del pensiero che l'aveva creata lasciava anche intravvedere nell'avvenire la sua non eternit; ma tutte le istituzioni umane sono mortali, e le monarchie altrimenti sostenute non si sottraevano a questo fato, e forse i loro sostegni erano meno sicuri e resistenti, perch meno sicuri e meno resistenti sono sempre le forze irrazionali della superstizione e dell'abitudine, quantunque sembri talvolta il contrario. Un repubblicano, che fu poi ministro del re, parl come di cosa possibile o alla lunga certa di un "placido tramonto", e in discorsi di questa sorta un altro ministro intrattenne un giorno il re Umberto, il quale lo ascolt senza dir motto: che cosa obiettare, infatti, alla terra che si gira e al sole che tramonta? Intanto, nel presente e nel prevedibile avvenire, la monarchia appariva la forma necessaria dello stato italiano; e questo praticamente bastava. Lo stesso pensiero onde era sorta le dava la linea di azione e di svolgimento, e configurava sempre pi il re come il "primo magistrato dello stato", eletto a quel posto non da una assemblea ma dalla storia, "per grazia di Dio", dunque, e "per volont della nazione". Vittorio Emanuele secondo aveva serbato non poco del vecchio re di razza, la qual cosa conferiva al suo prestigio presso il popolo, che trovava rispondente al proprio concetto di un re il suo aspetto e piglio soldatesco, il suo abito di gentiluomo campagnuolo e cacciatore, la franchezza e la sprezzatura dei suoi modi, e perfino quel che si bisbigliava delle sue relazioni col bel sesso. Anche nella politica us operare direttamente, facendo pesare la sua volont, conducendo maneggi e intese personali, fino al 1870: era fiero, e lo mostr pi volte verso l'imperatore Napoleone, e ancora, nel '71, si rifiut di andare a incontrare il Thiers a Modane; ma poi si era sempre pi conformato alla regola del re costituzionale, che regna e non governa; e contro voglia, ma perch tale era il suo dovere politico, si dispose nel 1873 al viaggio a Berlino, dove, appena giunto, non lasci, a quanto si narra, di dichiarare all'imperatore Guglielmo che egli, nel '70, era stato sul punto di sfoderare la spada contro di lui, se non glielo avessero impedito i suoi ministri: dichiarazione di un cavalleresco sovrano a un altro che aveva animo pari. Scrupoloso osservante dello statuto e del regime parlamentare fu il suo successore, che volse le sue precipue cure alla politica estera e alla congiunta preparazione dell'esercito, re di spiriti militari e generosi, cui tocc di regnare in tempi di pace e di non propizie vicende internazionali e di non fortunate imprese coloniali. Con lui, il cangiamento del numero, ond'egli, diversamente da suo padre che era rimasto Vittorio Emanuele secondo, non fu Umberto quarto ma Umberto primo, segn (e il segno alquanto radicale fu voluto dal Crispi e dispiacque ai conservatori) il distacco tra la figura dei vecchi duchi di Savoia e re di Sardegna, e quella dei re d'Italia.
Lo statuto piemontese del 1848, esteso alle altre regioni d'Italia man mano che seguivano le annessioni, non fu formalmente mutato, nonostante che da parte democratica si seguitasse a parlare per qualche tempo di una riforma da promuovere per opera di una speciale assemblea, ora che si aveva dinanzi non pi il piccolo Piemonte ma l'Italia intera; ma esso ricevette, per altro, le modificazioni e gli adattamenti che si effettuano con la consuetudine, e il governo dello stato trapass da semplicemente costituzionale a parlamentare e come tale fu consacrato dal re nella crisi del 1876. Anche al corso delle cose si dovette la scemante forza del Senato, che pur nei primi anni del governo della Sinistra respinse leggi troppo radicali, come quella del Mancini sugli abusi del clero, e non tem di entrare in una sorta di conflitto con la Camera dei deputati, opponendosi alla troppo frettolosa abolizione dell'imposta del macinato. Ma la sua composizione non fu pi quella onde un tempo accolse il fiore della nobilt piemontese e degli uomini preclari; e via via si venne riempiendo di ex-deputati che si ritiravano dalle lotte elettorali o non riuscivano pi eletti, e d'impiegati o ex-impiegati; sicch la Camera dei deputati, e i ministeri che esprimeva dal suo seno, poterono facilmente dominarlo e confinarlo a un ristretto ufficio di controllo e di critica. Per converso, diventate le nomine dei senatori cosa dei governi, il Senato, per difendersi dagli abusi che in esse talvolta si commettevano, prese sin dal 1892 a esercitare nelle convalide un giudizio di merito, che non gli spettava ai termini dello statuto, e fu come un'estensione correggitrice di un'estensione. La sola mutazione formale e importante per quel che concerneva il potere legislativo, si ebbe con la riforma elettorale, promulgata, dopo lunghe esitazioni e svariati disegni, nel 1882, per la quale il diritto del voto fu allargato dai venticinque ai ventun anno, il censo richiesto da quaranta a diciannove lire, e il requisito di cultura alla licenza di seconda classe elementare: con la sostituzione inoltre (che dur pochi anni) dello scrutinio di lista al collegio uninominale. Cos gli elettori si accrebbero da poco pi di mezzo milione a circa tre milioni, e l'Italia, conforme all'indole sua propria e all'avviamento generale della civilt, prese andamento pi democratico. L'amministrazione rimase strettamente accentrata con la legge comunale e provinciale, modellata su quella francese o piuttosto belga (che, come fu notato, derivava storicamente da istituti olandesi), la quale divideva lo stato in provincie, non sempre in modo conforme alle ragioni storiche e territoriali, tutte immediatamente sottoposte alla vigilanza del governo centrale. Un diverso disegno, quello del Minghetti del 1861, che costituiva invece sei regioni, non and innanzi, e fu sempre ricordato e rimpianto come tale che avrebbe risparmiato gli inconvenienti e i danni dell'accentramento. Si osservava infatti che le varie parti d'Italia erano troppo diverse di storia, di tradizioni, di costume, di economia da essere amministrate tutte allo stesso modo, dal centro; ma l'argomento provava troppo, perch se ne inferiva che l'autonomia, buona forse per alcune parti, non era buona per altre, e, non potendosi darla a tutte, era giocoforza non darla a nessuna, cio amministrarle tutte dal centro. Che era in fondo il motivo pel quale il disegno del Minghetti incontr pochi sostenitori tra gli uomini del suo stesso partito: il dubbio cio che la recente unit dello stato fosse per essere messa a pericolo. Particolarmente per l'Italia meridionale, travagliata dal brigantaggio o appena uscita da quel travaglio, e per la Sicilia, in cui si durava fatica a ristabilire la sicurezza pubblica, c'era timore che i fautori dei Borboni rialzassero il capo, che i contadini insorgessero, che i liberali fossero soverchiati, che la borghesia o piccola borghesia delle provincie, ineducata e prepotente, lasciata a s, provocasse coi suoi soprusi qualche grosso scompiglio. Nei primi tempi, le accuse contro l'accentramento si confondevano con quelle al "piemontesismo", cio agli impiegati piemontesi che non conoscevano e non intendevano il costume e il carattere delle altre popolazioni, e ai regolamenti piemontesi, che mal si adattavano a quei caratteri e costumi. E si soleva rammentare, quasi simbolo della precipitosa e dannosa unificazione, una lettera del Farini da Modena, del novembre '59: "Ho fatto il colpo. Ho cacciato gi i campanili e costituito un governo solo. Ad anno nuovo, da Piacenza a Cattolica, tutte le leggi, i regolamenti, i nomi, ed anche gli spropositi, saranno piemontesi". Ma quel "piemontesismo", per effetto del trasferimento della capitale prima a Firenze e poi a Roma, e dell'afflusso di impiegati da ogni parte d'Italia, e del rimescolo tra essi, era gi un remoto passato, del quale si narravano gli aneddoti curiosi o comici; e col "piemontesismo" erano caduti molti dei malumori contro l'accentramento. Il quale non dove pesare troppo, n essere troppo disforme dall'indole e dai modi di vita delle popolazioni, se la polemica in proposito rimase dottrinale e non si concret mai in chiare e urgenti richieste di riforme, e le parole "discentramento" e "autonomia" riecheggiarono nei programmi dei vari partiti come un ritornello che si ripeteva senza che vi si prestasse fede e al quale nessuno dava un senso determinato. Della burocrazia si usa fare la satira, non pi e non meno che di ogni altra professione, dei medici, degli avvocati, dei preti: ma la satira non  un giudizio e il giudizio comincia quando si considera che tutto il lavoro allora e poi ideato dagli uomini di governo italiani fu eseguito appunto dalla burocrazia, il cui miglioramento qualitativo si accompagn a quello generale del paese, scelta come fu solitamente per concorsi, con sempre maggiori requisiti di cultura, e fornita di dignit morale assai maggiore al confronto degli impiegati dei vecchi governi.
L'opera principale di amministrazione, che riempi i primi anni dopo il '70, andava in certo senso oltre l'amministrazione, perch era sentita come di vita o di morte pel nuovo stato: il pareggio del bilancio. Bisognava smentire coloro che, in Italia e all'estero, giudicavano che l'Italia, aiutatasi con l'abilit e la fortuna politica, si sarebbe rotta nello scoglio finanziario; o, per lo meno, si sarebbe disonorata, suscitando la generale diffidenza del mondo finanziario; e, d'altra parte, senza un bilancio in pareggio non era dato provvedere nemmeno alla difesa dei confini. "Quale  la grande questione che possa essere sorgente di forti e irreparabili dissid? - scriveva nel '73 un uomo politico. - La politica estera? No: si  sicuri che continua ad essere diretta con prudenza. L'interna? Nemmeno, non avendo a temere pi di attentati contro la libert, n d'imprevidenza nella tutela dell'ordine. La questione grossa, al cospetto della quale le altre si eclissano, per quanto importanti,  la finanziaria. Tutte le principali questioni di credito, di corso forzoso, di esercito, di difesa nazionale, di istituzioni, di sviluppo economico, ad essa si rannodano". Coi cinquecento milioni di entrate, che era tutto quello di che disponevano i sette vecchi stati italiani, non si era potuto fare fronte n alle spese delle guerre necessarie per l'unit n alle opere della vita civile, e anzitutto alle comunicazioni tra le varie parti del paese e alle costruzioni ferroviarie; sicch gi nel 1862 il disavanzo del bilancio assommava a quattrocentottanta milioni, nel triennio seguente si tenne intorno ai quattrocento, nel 1866 super i seicento. Il debito pubblico, dai poco pi che due miliardi degli antichi stati, era cresciuto, per effetto delle spese e dei disavanzi dei bilanci, a oltre otto miliardi nel 1871. L'eroe, che imperson la lotta per il pareggio, fu il Sella, il quale, fin quasi dal suo affacciarsi alla vita pubblica, ne intese l'importanza capitale, ne divenne quasi ossesso come accade agli uomini che debbono adempiere una missione, e v'impegn tutte le sue forze, con tenacia pari solo al coraggio di superare ogni sorta di ostacoli e reggere alle strida dolorose dei tassati e all'odio che gliene veniva. E, mentre esercitava quella che egli chiam "economia fino all'osso", ritagliando perfino sulla lista reale nonch sugli stipendi dei ministri, insisteva, finch nel 1868 vinse il punto, per una imposta indiretta a larga base, l'imposta del macinato; e non solo questa tenne ferma, ma, nel suo lungo ministero insieme col Lanza (1869-73), tra le spese necessarie e inaspettate degli armamenti e poi della riforma militare, continu a imporre e a tassare (aumento della fondiaria, dell'imposta sui fabbricati, di quella per la ricchezza mobile), riducendo via via il disavanzo, che discese a cento milioni. L'opposizione di Sinistra, come si suole in questi casi, strepitava, quasi esistessero mezzi, solo ad essa cogniti, di risanare il bilancio e accrescere le spese senza nuove imposte; nella stessa maggioranza di Destra, c'erano dissensi tra quelli che non credevano urgente il definitivo pareggio e avrebbero preferito temporeggiare, e gli altri che, col Sella, giudicavano che il temporeggiamento avrebbe peggiorato la situazione, e che gi malamente si era fatto temporeggiando in passato e cedendo in qualche modo al grido dell'opposizione. Comunque, nel quinquennio dal '70 al '75 le entrate ordinarie s'ingrossarono di dugentotrentaquattro milioni, laddove l'aumento delle spese non tocc i quaranta; e il ministero Minghetti, avendo continuato nello sforzo di raggiungere il pareggio, pot annunziarne il compimento nella sua ultima esposizione finanziaria del 16 marzo 1876. Il Minghetti, nei dieci anni che ancora visse lontano dal governo e non pi sollecitato o sperante di ripigliarlo, fu confortato dal ricordo di quell'opera, per la quale veramente gli parve di non esser vissuto indarno. Ma eroi non furono soltanto quegli uomini del governo, s tutto il popolo italiano, che, entro un decennio, si addoss pesi come forse non mai altro popolo e divenne il pi tassato d'Europa: eroico come un esercito di quelli che si dicono eroici, che, anch'essi, ora hanno impeti generosi (simili al pronto consenso e concorso, nel 1864, al pagamento anticipato della rata fondiaria, da parte di parecchi municip italiani, primo nell'esempio quello di Brescia), ora mormorano o danno in atti d'impazienza e in episodi di stanchezza e di scoramento, e nel tutt'insieme ubbidiscono alla coscienza di non poter fare altrimenti; e pur giungono alla vittoria. La Sinistra non pot disconoscere il gran beneficio recato dalle operazioni chirurgiche della Destra e ne accett il bilancio, che, negli anni seguenti, dal '76 all'81, nonostante le molte nuove spese e le abolizioni o trasformazioni d'imposte (riduzione della tariffa del sale; soppressione dei due decimi di fondiaria: nell'80 fu affatto abolita la tassa del macinato), si mantenne in avanzo, salito nell'81 a cinquantatre milioni. Ma l'avviamento della sua amministrazione era, per il prevalente democratismo, di necessit meno severo di quello della Destra; il principio di non deliberare nuove spese senza prima essersi assicurati delle entrate o di aver aggiunto nuove entrate non fu sempre rispettato, preferendosi di soddisfare le richieste e girare le difficolt politiche del momento col rimandarle accresciute a un avvenire pi o meno lontano; e solo a raffrenare alquanto, ma non a impedire, questo metodo non buono, valsero le critiche degli uomini di Destra e degli esperti di finanza, nella Camera e nel Senato, dei Sella, dei Minghetti, dei Saracco, dei Perazzi. Un ministro che per dieci anni (dal '78 all'88) quasi ininterrottamente govern le finanze, il Magliani, di vivo ingegno e di molta scienza, e di abilit anche troppo grande nella escogitazione degli espedienti, fu come l'antitesi del Sella e, impiegato proveniente dall'amministrazione napoletana, si sent quasi impiegato verso i ministeri di cui fece parte, inchinevole ad agevolarne la contingente politica, sacrificando quel superiore pensiero cos forte nel Sella e nei suoi compagni di governo. Il disavanzo, nonostante il continuo aumento delle entrate dello stato (da milioni 1301 nel 1882 salite a 1449 nel 1887-8), si venne reintroducendo e crescendo fino a toccare nell'88 i dugentocinquantatre milioni e pi, e il Magliani usc dal gabinetto sotto le critiche dei vecchi uomini della Destra e della Sinistra e del giovane Giolitti, e si riaperse la crisi del bilancio, che si trascin per parecchi anni. Certo quella finanza che fu detta "allegra" nei rispetti della Sinistra governante (e veramente, corrispose a un periodo di generale prosperit dopo la crisi del '73, e specie dal '78 in poi), e di "prestidigitazione" nei rispetti del Magliani, non manc di buoni effetti nella vita economica e civile, giacch le spese che essa lasci fare tornarono per molti riguardi utili e fruttuose; ma come finanza fu condannevole e disperse ricchezze, il che si vide, tra l'altro, nell'abolizione del corso forzoso, la quale, non sostenuta da rigida amministrazione, fin col ripristinamento del corso forzoso. Pure, le altre burrasche finanziarie non ebbero pi il carattere di quelle del primo quindicennio dell'unit; n il salvamento della nave, che poi si fece, parve il salvamento dello Stato, come allora; e questi alti e bassi, per perniciosi e dannosi che fossero, rientravano nelle vicende dei bilanci di tutti gli stati.
Con l'unit, si era formato per la prima volta un esercito italiano, del quale il nucleo si aveva in quello piemontese, bene ordinato e glorioso di lunga tradizione; onde al re fu attribuito il concetto, che egli avrebbe manifestato all'imperatore Napoleone nel 1861, di "italianizzare" il Piemonte e "piemontizzare" l'esercito; le quali parole, in ogni caso, descrivevano la situazione ed esprimevano un proposito savio. Per fortuna, il corso degli avvenimenti politici del 1860-1 risparmi il contrasto in pieno dell'esercito piemontese con l'altro esercito principale della vecchia Italia, quello del regno delle Due Sicilie, quantunque, come si  accennato, fossero inevitabili a principio talune gare e gelosie e reciproche accuse di deficienze tra gli ufficiali provenienti dall'uno e dall'altro, accusando i piemontesi di rilassatezza e scarso spirito militare i napoletani, e questi i piemontesi di grettezza, pedanteria e ignoranza. Dall'esercito delle Due Sicilie, nel quale gli ufficiali delle armi dotte erano eccellenti e per la pi parte di sensi liberali, il nuovo esercito italiano ebbe uomini che tennero in esso uffici dominanti, come il Cosenz, il Pianell, i due Mezzacapo, il Primerano, il Milon, il Marselli, nella marina l'Acton; e qualche altro valido e capace gli venne fornito dai minori eserciti e dai volontar del Garibaldi. S'intende che l'opposizione democratica, soprattutto quella di estrema democrazia e repubblicaneggiante, non tralasci la sua rettorica invocazione della "nazione armata", anch'essa una mera frase, priva di significato assegnabile, quando quello che si era formato e si educava era appunto un esercito nazionale, composto di tutti i cittadini di tutte le classi sociali. Il fascino dei volontari era stato grande per la persona del Garibaldi e per l'impresa dei Mille, ma era anche evidente quel che essi presentavano di poco solido, e, a ogni modo, di affatto inadeguato alla difesa di uno stato moderno; e su questo punto si erano gi fragorosamente urtati il Garibaldi e il Cialdini. Quel fascino stesso diminu nelle posteriori guerre, e in ispecie per il fatto d'armi di Mentana, dove i volontari si lasciarono sconfiggere dai papalini e dalla sopraggiunta truppa francese; e il tracollo ultimo fu portato dalla guerra franco-prussiana, la quale non solo spazz via le illusioni sui volontari e sugli eserciti improvvisati, ma con le sue lezioni rese necessaria in Italia, come altrove, una larga riforma degli ordinamenti militari. A quest'opera si accinse, nel ministero Lanza-Sella, con mente esperta degli ordinamenti germanici ma pur libera da imitazione servile, il Ricotti, che stabil il sistema delle due categorie e della milizia territoriale e del volontariato di un anno, serb come corpo scelto i bersaglieri e form quello degli alpini, e, per le stesse cautele che avevano impedito il sistema delle regioni e il discentramento, escluse il reclutamento regionale. Poco dopo, nel 1876, fu abolita la guardia nazionale, residuo delle garanzie che i moti costituzionali e liberali si erano date e delle quali non si sentiva pi il bisogno, tanto che quell'istituzione, che pur fu di qualche uso nella lotta contro il brigantaggio, si porgeva oggetto di celie. Con la riforma condotta a termine dal Ricotti nel 1873, l'Italia ebbe un esercito permanente di trecentocinquantamila uomini, diviso in dieci corpi d'armata, che in caso di guerra si sarebbe pi che duplicato. Continu per la stessa via del Ricotti il Mezzacapo, e poi, nel 1882, a causa degli armamenti cresciuti dappertutto in Europa, si aumentarono i contingenti di prima linea e di milizia mobile, e i corpi d'armata salirono a dodici. Si era veramente trasfuso nell'esercito italiano lo spirito di quello del vecchio Piemonte; e i competenti, tra i quali quel colonnello austriaco Haymerle che diede il grido d'allarme contro l'animo austrofobo dell'Italia, ammiravano il contegno, l'intelligenza e la disciplina dell'esercito italiano. Nel 1878 furono deliberate le opere militari intorno a Roma. Anche la marina da guerra ebbe allora un grande impulso per opera del Saint-Bon e per quella del Brin, ingegnere navale e per pi anni ministro; onde la flotta italiana prese uno dei primi posti e possedette i maggiori colossi del mondo, l'Italia, il Duilio, il Dandolo, la Lepanto, e gli altri. Gli arsenali di Spezia e di Taranto furono armati, e per l'educazione degli ufficiali di marina venne istituita nel 1881 l'accademia di Livorno.
Alla difesa dello stato, alla prosperit economica della nazione e anche alla sicurezza interna (poich il brigantaggio era favorito dalla mancanza di strade), importavano le costruzioni ferroviarie, che si posero come il terzo cmpito fondamentale e urgente all'amministrazione italiana. L'Italia, nel 1860, non solo era poverissima di ferrovie, ma circa una met di quelle esistenti appartenevano alla sola regione piemontese, e il regno di Napoli ne possedeva meno di cento chilometri. Dai 1758 chilometri del 1860 si era gi nel '65 saliti a 4200, che nel 1876 divennero 7438 in esercizio oltre 349 in costruzione, e nell'85 circa 10.000, mentre nel 1871 si era aperto il traforo alpino del Frjus e nell'82 si apr quello del Gottardo per le comunicazioni pi dirette con l'Europa occidentale e centrale, e la valigia delle Indie passava da Brindisi per l'Italia. Dopo un primo periodo di concessioni a societ private, lo Spaventa, ministro dei lavori pubblici nel gabinetto Minghetti, propose il principio dell'esercizio statale, e non gi come un semplice modo pi o meno economico di gestione, ma come attribuzione necessaria, rispondente alla sicurezza e alla dignit dello stato; e con questo intento furono riscattate nel '73 e nel '75 le ferrovie romane e meridionali e negoziata la convenzione di Basilea pel riscatto di quelle dell'alta Italia. Ma i liberisti e sostenitori dell'esercizio privato, che avevano contribuito alla caduta del governo della Destra, combatterono quel concetto dello Spaventa e fecero adottare il principio opposto. E tuttavia per pi anni non seppero attuarlo, e stud e commissioni d'inchiesta si susseguirono, finch si giunse alle convenzioni ferroviarie del 1885, strette con tre societ, per le quali lo stato, proprietario della massima parte della rete ferroviaria, ne serbava la propriet ma ne dava in appalto l'esercizio, assumendo le societ la vigilanza, il traffico e la manutenzione per una quota del prodotto rispondente a quella che aveva rappresentata la spesa nell'esercizio di stato. La marina mercantile, nella quale conveniva compiere la sostituzione del vapore alla vela, pass dalle diecimila tonnellate a vapore che possedeva nel 1862 a un milione nel '77, e prese il terzo posto dopo le marine dell'Inghilterra e della Francia, sebbene nell'82 decadesse al quinto posto. Lo stato sovveniva le compagnie (la Rubattino di Genova, la Trinacria e poi la Florio di Palermo) prima pei servizi marittimi interni e poi per le linee internazionali; e, nell'81, le due maggiori compagnie si unirono a comporre la Navigazione generale italiana. La decadenza, che si  detta, port ai provvedimenti del 1885 "a favore della marina mercantile" coi premi di navigazione; onde i noli, anche per la concorrenza estera, calarono ad assai miglior mercato. I lavori del porto di Genova, che languiva per la concorrenza di quello di Marsiglia, furono agevolati dalla munificenza di uno dei figli di quella citt, del duca di Galliera; e intanto si provvedeva a quello di Venezia e ad altri.
Per l'abbattimento delle barriere doganali dei vari stati, per il sistema liberistico gi seguito dal Piemonte e che fu rassodato tra il '60 e il '70 merc trattati di commercio, e, bisogna aggiungere, per effetto dei mutamenti e delle crisi del commercio mondiale al quale ora l'Italia pi vivamente partecipava, l'agricoltura italiana ebbe nuovi avviamenti. Dapprima la guerra d'Oriente, che faceva mancare i grani russi, e poi quella americana di secessione, che fece mancare i grani americani, spinsero a estendere la coltura granaria; e nell'Italia meridionale si procedette rapidamente a dissodare le terre a pascolo del Tavoliere di Puglia e ne fu scossa la tradizionale agricoltura patriarcale, rivolta quasi per intero al consumo interno e locale e familiare. Poi, scemando la richiesta dei grani, premendo in tutta Europa la concorrenza transoceanica, si allargarono i vigneti, che i crescenti profitti dell'esportazione dei vini da taglio in Francia, dove la filossera aveva largamente devastato, indussero a moltiplicare con non minore rapidit che anni innanzi le dissodazioni, in particolare nelle Puglie. Ma erano labili favori della fortuna, slanci e tentativi audaci e rischiosi: un vero progresso nei metodi, un intensificamento della coltivazione, la manifatturazione dei prodotti grezzi, non ebbero luogo. Nel corso dell'et del Risorgimento, la sollecitudine per l'agricoltura, continuando in ci una tradizione che era cominciata nel secolo delle riforme, aveva accompagnato l'opera politica; e societ agrarie e scrittori di cose agrarie erano sorti, soprattutto nell'Italia media e superiore, ma anche nella meridionale. Pure, non ostante questi stud, persisteva la non discussa premessa che l'Italia fosse il "giardino della natura", come dicevano i suoi poeti, una terra naturalmente fertile e ricca, negletta per l'ignoranza dei suoi agricoltori e per colpa dei cattivi governi. Ma gli studi ripresi dopo l'unit, primi per larghezza e importanza quelli dell'inchiesta agraria proposta nel 1872 dal Bertani, deliberata nel '77 e presieduta dal Jacini che ne scrisse la relazione generale, e le indagini che la precessero, accompagnarono e seguirono del Franchetti, del Sonnino, del Fortunato, i quali ebbero l'occhio alla Sicilia e all'Italia meridionale, non solo modificarono, ma quasi capovolsero quel giudizio, e resero familiare l'affermazione, che sonava come paradosso, della "povert naturale" dell'Italia. Al capovolto giudizio tennero dietro proposte molteplici di ovviare, per quanto era possibile, a quella povert; e un intero programma di lavori e di altre provvidenze formava la conclusione dell'inchiesta agraria. L'esecuzione del programma era superiore alle forze di una o due generazioni, e per la generazione stessa che lo formul incontrava impedimenti non solo nell'imperizia degli esecutori e negli interessi di partiti e clientele, ma anche, e principalmente, nella insufficienza dei mezzi finanziari, che si  visto come fossero tutti, fino all'estremo, impegnati nel pagare debiti, costruire ferrovie, preparare l'esercito e l'armata, e nelle altre necessit vitali. Che se i mezzi fossero abbondati, il primo e pi efficace provvedimento per migliorare l'agricoltura si offriva nella diminuzione della pressione tributaria, che ostacolava e ritardava la formazione dei capitali da impiegare; e, invero, per alcuni anni, dopo l'85, per effetto della crisi agraria si diminuirono uno e due decimi della fondiaria, ma poi convenne ristabilirli. Si iniziarono anche bonifiche, che produssero benefizi nella valle del Po, nel Ferrarese e nel Ravennate, ma assai minori nel Mezzogiorno. La legge forestale del 1877 promosse i rimboschimenti, ma l'opera riusc poco efficace, a giudizio degli intendenti, per la mancata sistemazione degli alti bacini fluviali, e quella legge rimase, pi che altro, un attestato di riprovazione contro un danno che l'Italia si era inflitto da s nel corso dei secoli e pi gravemente nei tempi di rivolgimenti, e che era cessato o era stato fermato solo quando non c'era molto ancora da distruggere. Si dettero cure all'insegnamento agrario con le scuole superiori di Portici e di Milano, con quelle di viticoltura ed enologia, di pomi ed orticoltura, di zootecnica e caseificio, con l'istituto forestale di Vallombrosa, con le stazioni sperimentali e con altre simili, sorte tutte tra il '70 e l'85: frequenti erano i comizi e le esposizioni agrarie: la media dei raccolti annuali cresceva notevolmente. Quel che  meglio, il problema dell'Italia agraria, una volta posto, non fu pi dimenticato. Insieme con esso si pose quello dell'Italia industriale, confutandosi l'altro pregiudizio, che l'Italia, poich era (e in effetto non era) un gran paese agricolo, la magna parens frugum, potesse astenersi dall'industria o tenerla in luogo secondario, mancandole il primo elemento della valida concorrenza, il carbon fossile: quasi che il carbon fossile fosse l'unica e definitiva fonte di forza motrice o che esso fosse l'unico fattore della concorrenza industriale. Certo, il cammino era aspro, e se nell'esposizione di Londra del 1862 l'Italia aveva tenuto il quarto posto dopo l'Inghilterra, la Francia e la Germania, nelle seguenti era stata in molti rami sorpassata dall'Austria e da altri paesi. Ma l'esposizione di Milano del 1881, e pi ancora quella di Torino del 1884, coi suoi diciottomila espositori e con notevole partecipazione del Mezzogiorno, e quella di Palermo del 1892, riuscirono di pi lieto augurio. L'industria cominci a far sentire la voce dei suoi bisogni e porse argomento a inchieste e stud da parte degli organi dello stato: si citava l'esempio della Francia, agricola e che pure si era fatta industriale; si domandava perch non si potesse lavorare la seta in Italia anziche mandarla greggia a Lione, perch si dovesse far tessere il cotone a Manchester e la lana nel Belgio: le fabbriche di Biella e di Schio mostravano che si poteva fare ci in Italia. Nel 1878, con la riforma doganale, s'introdusse un temperato protezionismo industriale, che nel 1887, con la denunzia dei trattati di commercio franco-italiani, si mut in pieno sistema protezionistico. Allora veramente s'irrobust l'industria italiana, come si vede dai numeri delle statistiche, che mostrano, tra il '79 e l'83 raddoppiata l'importazione del carbon fossile, cresciuta pi che dodici volte quella del ferro greggio e degli acciai, duplicate similmente e triplicate le altre della lana e del cotone, e, indice del generale progresso industriale, il numero degli operai metallurgici, da men di sei migliaia che erano nel 1881, venuto, a circa quindicimila nell'89. Proprio allora, nel 1882, si ebbero i primi saggi di trasporto dell'energia elettrica, che la scienza italiana aveva preparato con le scoperte del Pacinotti e pi particolarmente di Galileo Ferraris; e in quell'anno sorse il primo impianto, primo in Europa, quello di Santa Radegonda a Milano, per l'illuminazione, opera del Colombo, e nell'85 l'altro di Tivoli, e nel '92 si effettu il primo trasporto per scopo industriale, seguito alcuni anni dopo dal grande impianto industriale di di Paderno. Il commercio estero, che nel 1862 era calcolato intorno a un miliardo, venti anni dopo si calcolava a due miliardi e un quarto. Nel 1883 si pubblicava un assai lodato codice commerciale. Anche le statistiche postali confermavano il ricambio sempre pi vivo tra le varie parti del paese e con l'estero, coi settantuno milioni di lettere cresciuti nel ventennio a centosessantotto, e a capo del secondo ventennio a trecentotrentaquattro, e dei telegrammi, che da due milioni toccarono, nello stesso periodo, i settantatre.
La proverbiale accusa del "dolce far niente" degli Italiani  falsa per ogni et della loro storia, e dovuta a vaghe impressioni e fantasiose interpretazioni; ma anche quella pi circoscritta, allora e poi ripetuta, che essi preferissero gli impieghi amministrativi, le professioni forensi e le occupazioni letterarie all'agricoltura, all'industria e al commercio, non era vera se non nella misura della difficolt e della lentezza con cui questi rami di attivit progredivano in Italia. L'ideale dell'operosit economica era andato congiunto a quelli della libert e dell'indipendenza, e il Cavour, coi suoi studi e le sue personali inclinazioni e con la sua opera di ministro, lo rappresent in modo vivo; ma anche il Garibaldi dava lo stesso esempio col suo disegno del 1875 per la bonifica dell'agro romano, per la canalizzazione del Tevere e per far di Roma un porto di mare, e con l'altro del 1879 per raddrizzare in due grandi tratti l'alveo del Po dal mare verso Milano e da Pavia a Torino. Il Cavour voleva rigenerare i giovani italiani con l'insegnamento tecnico; e scuole e istituti tecnici e professionali si vennero aprendo accanto ai ginnas e licei classici, e scuole di applicazione, e, nelle Universit, laboratori di chimica. La lotta contro l'analfabetismo aveva un lato economico oltre quello morale, e fu combattuta senza tregua; ma il male si dimostr assai pi duro a risanare che prima non si credesse, per la stessa vivace intelligenza delle popolazioni italiane e meridionali, che sanno far di meno dell'alfabeto: la gravissima media degli analfabeti, che era del settantotto per cento nel 1861, si abbass a settantadue nel 1871, a settantasette(1) dieci anni dopo, e con lo stesso ritmo nei due decenn seguenti. Nel 1877 fu prescritto l'obbligo dell'istruzione elementare, gi proposto dal Bonghi, quantunque la legge, allora e poi, non pot essere sussidiata da serie sanzioni. La ricchezza generale cresceva (da lire 1331 per abitante nel '72-74 a 1646 nel '75-79); e, sebbene fosse per una parte cospicua falciata dalle crescenti imposte, si notava nondimeno con meraviglia che nelle casse di risparmio il mezzo miliardo che c'era nel 1872 era aumentato a circa un miliardo dieci anni dopo. Cominciava, accanto all'artigiano e in sostituzione dell'artigiano, a mostrarsi il nuovo operaio di fabbrica; si diffondevano le societ operaie di mutuo soccorso (da poco pi di un migliaio nel 1873 a circa cinque migliaia nell'85), e, promosse dal Luzzatti, le banche popolari; e, per opera del Sella, s'istituivano le casse postali di risparmio. Il cibo e le vesti dei contadini miglioravano: il moltiplicarsi dei medici condotti nei comuni e le regole d'igiene e gli studi e l'apostolato del Lombroso per la cura della pellagra, e, pi tardi, quelli di altri per la malaria, portarono alla riduzione della mortalit, che, del 30 per mille nel 1872, era del 28 nel 1887 e del 21 venti anni dopo. I risultati delle visite per la leva, dapprima sconfortanti, dettero anch'essi modo di misurare il miglioramento sanitario del popolo italiano; il quale dai circa venticinque milioni del 1861, era diventato, nel censimento dell'81, di ventotto e, venti anni dopo, di trentadue. La mobilit della popolazione, per ragioni d'impieghi e d'affari, e in particolare il servizio militare, che per pi anni apprest anche utilissime scuole reggimentali, toglievano via via le angustie e i pregiudiz e gli abiti provinciali, e svegliavano il ceto contadinesco, nel quale introducevano nuovi bisogni, nuovo sentire e nuove idee.
Questi progressi erano generali in ogni parte del paese, ma, di necessit, comparativamente diseguali e talora compiuti a spese di una parte sull'altra. Donde contrasti d'interessi, che, svaniti gli ultimi strascichi delle resistenze antiunitarie, si determinarono come economici fin dalle elezioni del 1874, e dettero nascita ai nomi di deputazione "piemontese", "ligure", "toscana", "meridionale", e via dicendo. Comparativamente sfavorita fu l'Italia meridionale che, a giudizio ormai concorde dei competenti, dall'unificazione dei debiti pubblici, dalle alte imposte, dalla messa in vendita dei beni ecclesiastici, ebbe assorbito gran parte del suo non molto capitale, mentre all'industria del settentrione, pi ricco per natura e per ragioni di storia civile, vieppi arricchito per concentrazione di uomini e di amministrazioni e di lavori richiesti dalla difesa militare, si apriva un mercato nel mezzogiorno, nel quale sparivano di conseguenza le industrie locali e quella domestica. Anche la citt di Napoli, gi capitale di un grande stato, sede di una fastosa corte e nobilt e unico emporio delle sue provincie, perdeva la vita economica della capitale e sentiva via via diminuire il concorso delle provincie che il disciolto legame politico e i nuovamente annodati legami ferroviar volgevano in parte, come gli Abruzzi, verso Roma, o, come le Puglie, verso settentrione; n, intanto, essa si trasformava in citt industriale e commerciale. Il malessere della piccola borghesia meridionale si acuiva nel paragone con quel che essa vedeva altrove, e si sfogava nel darne colpa non tanto agli uomini politici del settentrione, quanto ai suoi stessi del partito governante, ossia della Destra, che sembravano ligi a quelli o esclusivamente premurosi dell'Italia generale ed astratta e troppo incuranti di quella particolare e regionale, che pure aveva i suoi diritti; onde cercava avidamente protezioni, raccomandazioni, impieghi, soccorsi. Le condizioni dei contadini perduravano misere, e insieme si sentivano pi intollerabili, non essendo adeguato il compenso delle migliorate mercedi, cresciuti i bisogni col generale diffondersi dei nuovi comodi, e non reggendo, come si  detto, l'industria domestica all'offerta dei prodotti a buon mercato e pi var e pi appariscenti e moderni, che venivano dall'alta Italia. Il malessere della borghesia meridionale forn, come si  gi accennato, la "massa di manovra" alla Sinistra per rovesciare il governo della Destra; ma non poteva trovare in quel sollevamento elettorale il proprio rimedio e vi trov, tutto al pi, empirici e saltuari e individuali lenimenti, espressi dalla frase scherzosa, eppur tanto triste, del Depretis, che egli si guadagnava l'appoggio dei deputati meridionali con non altro compenso che la concessione di qualche spaccio di sale e tabacchi. I contadini, quando l'agricoltura meridionale dov sempre pi piegarsi alla prevalenza delle industrie nazionali, e la rottura dei trattati commerciali con la Francia fece perdere i capitali impiegati nella cultura della vigna, e la stessa perequazione fondiaria si annunziava in generale assai meno giovevole nel Mezzogiorno e il protezionismo si aggrav, cercarono salvezza nell'emigrazione transoceanica. Verso questa si notava gi la tendenza dal '71, ma essa venne aumentando dal 76 all'86, si raddoppi dopo di allora e aument ancora in seguito, dato l'esempio, fatta la strada, e non pi solamente per la disperazione del vivere, come nel primo periodo. Erano queste le inevitabili ripercussioni e complicazioni del processo economico nel quale entrava l'Italia; ma non tolgono al movimento generale il suo carattere di svolgimento e di crescenza.
Tale carattere era confermato dall'aspetto con cui l'Italia si presentava agli occhi degli stranieri, segnatamente di quelli che vi tornavano dopo lunghi anni, i quali notavano tutti quanto fossero mutate le condizioni che si chiamano "materiali" della vita. Tra gli altri, Guglielmo Gladstone, nel 1888, non riconobbe pi la Napoli che un tempo gli aveva ispirato la sua accusa al governo borbonico: vi trov una plebe non pi scalza, raro l'accattonaggio prima tanto fastidioso, la citt percorsa da linee tranviarie, un'ottima acqua condottavi di recente, diminuzione del tifo e di altre malattie infettive, nuovi rioni in costruzione o disegnati, e iniziato il "risanamento" o "sventramento" della vecchia e aggrovigliata e lurida parte della citt, la quale opera era stata stabilita per legge e col concorso statale di cento milioni. Di gran lunga maggiori erano stati l'ampliamento e la trasformazione di Roma da citt papale a capitale dell'Italia unita (nel solo primo decennio vi si costruirono cinquantunomila stanze da abitazione), e di Firenze, cos negli anni durante i quali era stata provvisoria capitale come dipoi, e di Torino che, diversamente da Napoli, pot cangiarsi da antica sede di corte e di politica in citt commerciale e industriale, e di Milano, e di Palermo, che si fece delle pi magnifiche, e delle altre grandi citt, e delle minori, che tutte s'ingrandivano e diventavano importanti; mentre dappertutto sorgevano grandiosi edifiz pubblici, e nella Lombardia e nel Veneto e nel Piemonte, e sparsamente altrove, opifici ed impianti industriali. E a quelli degli italiani, che non immersi e sommersi nella passione dell'attimo presente solevano riandare e ripensare nel presente il passato, si riempiva il petto di non volgare soddisfazione nel partecipare alle nuove maniere di vita, nel percorrere il paese dalle Alpi alla Sicilia, nel recarsi a Roma: a Roma, che, a ripensarvi e nonostante i detti dei poeti, pareva un sogno che fosse oramai il centro politico del popolo italiano. Col, accanto al Campidoglio, si veniva innalzando il monumento al Re, nel cui nome si era acquistata l'indipendenza e l'unit, e l'Italia, da persona immaginaria, si era fatta persona reale.
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3. LA VITA POLITICA E MORALE. (1871 - 1887.
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Ancor pi che l'aspetto materiale o economico, il Gladstone, nel 1888, considerava con compiacimento il nuovo aspetto civile e morale che l'Italia presentava, con cangiamento cos totale e cos rapido in confronto degli anni innanzi, che egli, frugando nei ricordi storici, non sapeva paragonarlo se non alla trasformazione della Francia tra il 1789 e l'Impero. In effetto, si era stabilita la vita di libert, e non con lentezza e stentatamente come presso altri popoli in passato, ma a un tratto, essendosi prese le mosse dal pi alto grado altrove raggiunto; e il lungo desiderio di un secolo e il fine ingegno e l'agile spirito di un popolo di antica cultura avevano permesso di appropriarsi i metodi altrove elaborati e maneggiarli senza sforzo e come cosa naturale. Sparito affatto il regime poliziesco, coi sospetti, gli "attendibili" politici, lo spionaggio, le vessazioni; dissipato quell'odor d'incenso e di sagrestia, quella vigilanza pretesca e gesuitica, che s'insinuava e gravava in ogni parte della vita pubblica e della privata, e porgeva al braccio secolare il sussidio malizioso della mente ecclesiastica. In cambio, completa libert nella stampa, nell'associazione, nelle pubbliche discussioni: una libert a pieno garantita e che si garantiva da s col suo stesso esercizio, e sindacava l'amministrazione, impediva la violazione delle leggi, rendeva pubblico il controllo della giustizia. Fuggevole apparizione nei brevi periodi delle rivoluzioni del ventuno e del quarantotto, e durevole dopo quell'anno solo nel Piemonte, i giornali politici si erano diffusi dappertutto subito dopo la guerra e le annessioni del 1859-60, anch'essi senza dover passare per gli impacci delle cauzioni, dei bolli e della vendita ad alto prezzo, ma prendendo subito la forma di giornali per tutti, a un soldo. E tra i loro direttori e scrittori si noveravano uomini di provata fede e di varia e spesso specifica cultura, venuti al giornalismo dagli studi politici ed economici. Non mancavano a rafforzare e attestare quella libert del pensiero e della parola i giornali repubblicani, e i primi foglietti d'ispirazione socialistica, e quelli fanaticamente clericali e papalini, e, a Napoli, i borbonici, legittimistici e autonomistici, che tutti quanti profittavano largamente, senza che si desse loro fastidio, degli ordinamenti liberali, da quasi tutti essi vituperati e maledetti. Era come una grande conversazione, che si era accesa dall'un capo all'altro d'Italia, nella quale si apprendeva quanto giornalmente accadeva nel paese e fuori, e si assisteva a scontri e dibattiti di idee, e si ascoltavano proposte, e il sapere e l'esperienza si allargavano, e le menti si facevano esperte e acute. Uomini politici e pubblicisti e oratori si recavano da una citt all'altra per discorsi e conferenze; associazioni politiche, liberali, democratiche o repubblicane, si formavano; ritrovi politici di varia tendenza e spesso eclettici, nei quali si sentivano le ripercussioni immediate degli avvenimenti e gli scopp non meno immediati dei giudiz e delle passioni, si accoglievano nei caff, celebri alcuni, in ispecie della capitale. E ritrovi pi eletti avevano luogo nei salotti, segnatamente in quelli degli uomini e delle famiglie appartenenti alla Destra, dei Minghetti, degli Alfieri, dei Visconti-Venosta, dei Guerrieri Gonzaga, dei Peruzzi, dove convenivano ministri ed ex-ministri e deputati e studiosi, vecchi e giovani, e vi passavano illustri forestieri visitatori dell'Italia, e vi si discorreva del presente e dell'avvenire, con piena informazione delle cose italiane e straniere, con elegante dottrina, elevatezza e serenit di animo, con spregiudicato e talora ardito spirito di bene. Si era venuto formando un nuovo carattere italiano, non pi di suddito, ma di cittadino, cosciente di poter sempre far valere e difendere e rivendicare i suoi diritti, di poter professare e sostenere le proprie opinioni; e l'intera societ prendeva, pi o meno spiccata, questa fisionomia. Finanche un critico assai difficile, che nel suo discorso si riferiva a una popolazione italiana per certi riguardi tra le meno progredite, era costretto ad ammettere che "il napoletano odierno , si pu dire, anche nell'incesso e nello sguardo, pi uomo e procede pi eretto di quello di prima del 1860".
La varia e generale partecipazione ai pubblici affari conseguiva al rivolgimento istituzionale, onde la politica, prima tutta del principe e della sua anticamera e della sua consulta di stato, e ravvolta e segreta e scendente dall'alto, e oggetto di dicerie paurose o trepide, si vedeva farsi all'aperto da ministri e parlamentari, a volta a volta eletti o respinti dalle urne, a volta a volta assumenti il governo o costretti a cederlo ad altri, applauditi o censurati, e, tra queste vicende, pur sempre operosi nella Camera e nel Senato, nelle associazioni e nei giornali e nei comiz. Il punto, a cui si guardava, non erano pi le stanze del palazzo reale o il gabinetto del ministro d'interno e polizia (ai quali, del resto, nei vecchi tempi, appena si osava guardare, e con paura piuttosto che con riverenza se ne distornava lo sguardo), ma Roma, dove a Montecitorio si adunava la Camera dei deputati, a Palazzo Madama il Senato, e ferveva la vita dei ministeri, e quella dei giornali e delle discussioni. Anche alla Reggia si guardava, ora, con schiettezza di riverenza, come alla sede del re che era stato acclamato "padre della patria", e del suo nobile figliuolo, simboli della fondamentale concordia nazionale in mezzo ai contrasti delle discussioni e delle passioni, ai secondar dissensi, che erano pronti a trarsi in disparte ove fossero minacciate l'unit, l'indipendenza e la libert, ove si vedesse in pericolo la dignit d'Italia, la quale nessuno poteva sentir meglio del Re, di un re della casa dei Savoia sempre salda nella virt e nell'onore, e a nessuno dei cittadini d'Italia poteva essere con maggiore sicurezza affidata. Il giovane esercito, intento unicamente a quest'ufficio di spada dei supremi interessi della patria, puro di ogni politica di partito, dai diritti stessi non mai toccato o insidiato, s'irraggiava dalla sua persona e godeva della medesima simpatia e del medesimo rispetto, che non aveva uopo d'imporsi con fierezza e durezza professionali, ma nasceva spontaneo come quello pel re, che era rispetto non verso la "sacra maest", ma verso il galantuomo e il gentiluomo. Ebbe a notare uno scrittore di cose militari, che la figura del militare non veniva mai in Italia portata sui teatri, oggetto di scherzi, come pure accadeva in Francia e da noi non si sarebbe tollerato. Le riviste militari, i vari delle grandi navi, facevano battere il cuore di affetto per la patria: per la patria, di cui nessuno allora revocava in dubbio la legittimit del culto, ma che anche nessuno convertiva in idolo di nazionalistica avidit e prepotenza, e tutti la intendevano, come va intesa, immagine di quanto di meglio  nelle umane aspirazioni, il pi alto e insieme il pi vicino punto sociale di riferenza degli ideali morali.
Singolare pareva a prima vista che in Italia, nel paese del Papato e centro un tempo della controriforma e reazione cattolica, il partito liberale non si trovasse di fronte un partito cattolico e clericale, e che questa lotta non occupasse il primo piano e non dominasse e soverchiasse le altre tutte. Non gi che il paese non fosse, nella grande maggioranza, cattolico, e cattolici molti di quelli che prendevano parte alla vita pubblica, e parecchi uomini di stato autorevoli; ma l'abbattimento del potere temporale, e l'atteggiamento che il Papato aveva stimato di dover prendere, vietavano la formazione di una parte cattolica, che entrasse nel campo parlamentare: un'associazione liberale cattolica, che cerc di costituirsi nel 1879, non ebbe fortuna, e d'altronde il Vaticano avversava ogni reviviscenza di neoguelfismo. Il dissidio, a cui questa situazione sembrava dovesse condurre, di chiesa e stato, di doveri religiosi e doveri civili, aveva dato e dava ancora molto pensiero a uomini di grande seriet morale; e ne erano venuti fuori parecchi disegni per comporlo. Ad esso si leg gi l'utopia neoguelfa, che, attuata, non avrebbe tanto recato danno all'Italia quanto ferito al cuore il Papato, attribuendogli la presidenza di una federazione di monarchie e repubbliche italiane, come a dire la parte d'imperatore di un impero d'Italia, conferendogli impronta nazionale e per ci stesso togliendogli quella universale di capo della Chiesa cattolica, che sta di fuori e sopra di tutti gli stati. Poi si pens variamente, dai Gioberti, dai Ricasoli, dai Lanza, dai Pantaleoni, e da altri, a una ripresa o "rigenerazione" della Chiesa cattolica, ricondotta alle sue origini evangeliche e insieme fatta progredire nei suoi concetti coi progressi della critica e della scienza; la qual cosa, nonostante le leali intenzioni che vi mettevano i suoi ideatori, sarebbe riuscita a un rinnovato protestantesimo, distruttore della Chiesa stessa, ma in effetto si dimostr impotente, come ogni moto storico che si voglia ripetere artificialmente fuori del tempo suo. Questa impotenza colp altres i molteplici sforzi che, sussidiati dalle societ bibliche, in ispecie nel primo decennio dopo il '60, si tentarono per diffondere in Italia le chiese evangeliche degli altri paesi, o quella valdese, che viveva in un angolo delle Alpi: non solo, anche in questo caso, perch ci che non era accaduto al suo momento buono, nel secolo decimosesto, non poteva accadere nel decimonono, ma altres per la languente forza espansiva e culturale di quelle chiese, varie, divise e pi o meno profondamente corrose dal razionalismo moderno: tanto vero che spesso fecero lega con la massoneria, che si andava ricomponendo in Italia, e i loro uomini appartennero alle une ed all'altra. All'estremo opposto, l'anticlericalismo, l'anticattolicesimo, il materialismo, l'ateismo premevano per troncare il dissidio merc la distruzione del cattolicismo, o addirittura di ogni credenza trascendente, nel popolo italiano, fortificato dai concetti della ragione e dalle scoperte della scienza; e, come quelli si perdevano nei sogni di cose pertinenti al passato irrevocabile, cos essi spaziavano nei sogni dell'avvenire, e di un avvenire troppo semplicistico da essere mai possibile, e certamente tutt'altro che prossimo. Tra questi estremi, la classe dirigente italiana prescelse la via segnata dal Cavour con la "chiesa libera nello stato libero": formola che  stata oggetto di scolastiche censure quasi fosse una formola speculativa o un criterio d'interpretazione storica, laddove era semplicemente una formola politica, contingente come tutte le formole politiche, cio adatta alle condizioni dell'Italia d'allora e alle disposizioni del popolo italiano. Obiezioni di natura politica bens le si movevano col proporre il dubbio che la libert concessa alla chiesa potesse diventare un'arma terribile, che questa avrebbe adoperata contro lo stato italiano con la quotidiana ostilit esercitata per mezzo del suo insegnamento, delle prediche e del confessionale, e col mandare, quando le piacesse, alle urne e ai parlamenti le sue ben disciplinate falangi; e si pensava che perci sarebbe convenuto serbare o ripristinare i metodi giurisdizionalistici, dei quali era viva la tradizione in ogni parte d'Italia come tanuccismo, giuseppismo e leopoldismo, invece di farvi rinuncia, come si era rinunziato, giudicandola anacronistica, alla regia Legazia sicula, che dava alla persona del re in Sicilia diritti ecclesiastici paragonabili solo a quelli dello czar in Russia sulla chiesa ortodossa. Giuristi toscani e meridionali insistevano soprattutto in questo senso. A parare il primo pericolo, il regime della libert o separazione venne praticamente temperato con alcuni espedienti giurisdizionalistici, essendosi serbati nel fatto il placet e l'exequatur, non ostante l'abolizione di principio che ne aveva decretata la legge delle guarentigie, perch quell'abolizione escludeva le moltissime chiese di patronato della Corona e perch, per le altre, era condizionata dalla redistribuzione delle rendite ecclesiastiche, sempre ritardata; e si ebbero casi di espulsioni di vescovi e arcivescovi per non aver presentato le bolle all'exequatur, e nel nuovo codice penale furono comminate pene contro i preti che eccitassero alla disobbedienza delle leggi e rifiutassero i sacramenti per motivi non spirituali. Quanto all'altro pericolo, per allora la Chiesa cattolica teneva lontani i suoi dalle lotte elettorali e parlamentari, col non expedit del 1874 e col "n eletti n elettori"; e se questo giovava ai fini del Papato nei suoi rapporti coi cattolici stranieri, giovava parimente ai fini dell'Italia, che ne guadagnava tempo e respiro per raffermare la sua vita laica e per rendere non temibile l'urto di quelle tali falangi, quando pi tardi si fossero risolute a scendere nell'agone. Era un altro caso di coincidenti interessi e di tacito accordo tra l'Italia e il Papato, pur nel fragore delle invettive e delle controinvettive che l'uno e l'altra dovevano recitare sul teatro del mondo. La cosa aveva tale evidenza che non isfuggiva non solo agli uomini politici, ma alla comune coscienza: nel 1874 il principe ereditario Umberto rivelava il segreto di tutti, conversando col Gregorovius: "La irreconciliabilit della Curia  una fortuna per l'Italia, perch permette di maturare al processo che condurr a una soluzione della discordia". In questa discordia, la parte del liberalismo italiano consisteva nel guardarsi dal suscitare una guerra di religione con irritare e provocare la coscienza cattolica delle popolazioni e dar buon giuoco ai clericali, ma insieme nel non tralasciare di compiere quanto stimava utile ai fini della civilt: donde l'incameramento della propriet ecclesiastica, la soppressione delle facolt teologiche nelle universit e dei direttori spirituali nei convitti, la riforma delle opere pie, la vigilanza sulle scuole cattoliche, la facolt, data alle famiglie, nel 1877, di richiedere o no l'insegnamento catechistico nelle scuole elementari pei loro bambini, l'obbligo del matrimonio civile, l'abolizione del cerimoniale religioso nel giuramento, e simili. Non era possibile impedire certe manifestazioni di violento anticlericalismo o addirittura d'irreligiosit; sia pel rispetto dovuto al principio della libert d'opinione, sia per concedere talora sfogo e formare contrappeso alle non meno violente manifestazioni del Papa e dei clericali. Alcuni uomini politici, per motivi di popolarit o per impulso del proprio temperamento, dettero in parole eccessive, come il Cairoli, che nel 1877 sperava che il catechismo fosse dichiarato "libro proibito", o il deputato Abignente, ex-frate, che alla Camera parlava della "nefandezza" della religione cattolica che egli avrebbe voluto spegnere di un colpo, o il romano ministro dell'istruzione Baccelli che faceva professione di anticlericalismo, e, del resto, compi atto lodevole col chiamare a una cattedra universitaria il filosofo Ardig, ex-prete avversato dai clericali, e al Consiglio superiore dell'istruzione il Carducci, il quale aveva maledetto e scomunicato nei suoi giambi il Papa: qualche fatto deplorevole accadde, come i tumulti della notte del 13 luglio '81 pel trasporto della salma di Pio nono. La massoneria contraffaceva i gesuiti, che il Papa nel 1886 aveva reintegrati in tutti i loro privilegi, e s'ingegnava d'imitarne i mezzi e i modi di lotta, e con ci accresceva soltanto la diffidenza e l'antipatia che gi l'avvolgeva come associazione segreta in tempi di libert, a cui si attribuivano intrighi e malefatte. Ma per l'altro verso non si di alcun ascolto ai consigli di abolire o restringere e ritoccare la seconda parte della legge delle guarentigie, allo stesso modo che si lasci intatta la prima; non si favor la persecuzione dei clericali; non s'incoraggiarono le prove isolate, che pur ci furono, di elezioni popolari dei parrochi; e una legge, a pi riprese proposta nel 1881, nel 1884 e nel 1902, che era forse in contrasto col saldo sentimento italiano della famiglia, ma assai pi col sentimento cattolico, quella del divorzio, sebbene giungesse sino all'esame delle commissioni parlamentari, non fu mai votata. La "conciliazione", non solo per quel che riguardava il potere temporale, ma per tutto il resto, nonostante gli stimoli e i disegni che vennero da parte ecclesiastica, dell'Audisio nel '76, del Curci nel '78, del Tosti nell'87, e nonostante qualche velleit di accordi da parte di uomini politici, non fu mai seriamente cercata o vivamente desiderata, e nel 1886 lo Spaventa pronunziava contro quell'idea un memorando discorso. Stranieri, non abbastanza conoscitori del fare italiano, immaginavano che in Italia ardesse o covasse e potesse prorompere una guerra di religione, e deploravano che essa non si fosse conquistata la sua "pace religiosa", e stimavano che non potesse ottenerla se non col reciso distacco dal cattolicesimo; ma il vero  che non mai l'Italia era stata tanto lontana da guerre religiose, quanto dopo che la guerra parve dichiarata dal Papato; non mai lo svolgimento laico e civile procedette tanto agevole, a segno che l'anticlericalismo, con le sue inutili parate e chiassate, destava fastidio ed era giudicato documento di volgarit e di scarsa intelligenza. Come tutti intendevano che anche se al Papa si fosse ridata Roma, diventata ormai una grande e popolosa citt moderna con moderni interessi, egli non avrebbe saputo che cosa farsene e si sarebbe affrettato a pregare l'Italia di ripigliarla, cos sentivano che al fatale andare del pensiero non era dato porre divieti, e che, per intanto, si doveva lasciare ai morti di seppellire i loro morti.
Ci che allora appassionava gli italiani era, invece, il contrasto, nel parlamento e nel paese, della Destra e della Sinistra, e il problema della costituzione o ricostituzione dei partiti: delle quali cose gi conosciamo la vera natura e sappiamo quali vapori di illusioni le avvolgessero, rendendo confuso, e perci pi acre e rabbioso, il conflitto. Bisogna aggiungere che, laddove la Destra, guardata fin d'allora con riverenza dalla parte eletta dei cittadini, rifulge ancor oggi nel ricordo e spiega efficacia ideale la Sinistra presto perd, e non pi riprese e non ritiene, questo splendore, priva com'era di un suo proprio contenuto ideale e di efficacia etica: il che conferma quel che si  detto, che il contrasto tra le due si riduceva a quello tra un ideale puro e un ideale accomodato alla realt empirica, il qual ultimo solo per poco tempo pot avere sembianza di cosa bellissima e quasi una condizione di beatitudine. Alla caduta della Destra, il popolo italiano, un po' pei troppo gravi sacrific a cui era stato sottoposto, un po' per quel che gli si era fatto credere delle virt mirifiche del "progressismo", acclam delirante l'"era nuova", il "governo riparatore", il "raddrizzamento dei torti", il "risanamento" di tutti i mali di cui si soffriva, della povert, dell'ignoranza, dell'ingiustizia, il "rinnovamento" sociale; e attese fidente il prodigio promesso. Sono momenti di ebbrezza, che s'incontrano nella vita dei popoli, e che spiegano altres le furiose persecuzioni, anche allora accadute, contro i dissidenti e gli oppositori, considerati quasi spiriti del male, che, per cattiveria, impediscano o si argomentino di impedire la felicit universale. Ma segu assai presto il disebbriamento e la delusione, mentre gli uomini, che avrebbero dovuto compiere il prodigio, litigavano tra loro e reciprocamente si accusavano di tradimento all'ideale o al "programma", alla vera e santa "idea" della Sinistra, e procuravano indarno, di tempo in tempo, di rianimarsi col riprendere il grido contro gli antichi avversar, grido che destava sempre minori echi, finch si spense del tutto con lo spegnersi della stessa Sinistra nel "trasformismo". Quel che agli occhi dello storico resta, di l da questo torbido tumulto passionale, dissipato il fumo della battaglia,  nient'altro che la naturale differenza dei temperamenti e delle disposizioni, pur nella medesimezza del generico ideale pratico, intransigenza e transigenza, rigidezza e flessibilit, cautela e precipitazione, austerit e accomodamento, stomaco delicato e stomaco forte, che negli stessi individui variava secondo gli oggetti che venivano in questione, e perci, come si  detto, non consentiva di mantenerli in una netta dualit di parti. N conviene darsi a credere che la dualit persistesse in quanto diversit di dottrine politiche, perch le antitesi delle dottrine riguardano la storia della filosofia politica e non gi i pratici ideali e le pratiche lotte, da esse bens dipendenti ma non riducibili ai loro astratti enunciati teorici. Che il Crispi tenesse fermo alla teoria della sovranit del popolo, il quale delega allo stato, che per s non ha alcun diritto, certi diritti a certi fini, e, se eccede in cotesta delegazione, non  degno di libert; e che lo Spaventa accogliesse la teoria germanica dello stato etico, riflesso in forma filosofica delle condizioni arcaiche della Prussia, e insieme riconoscesse che gli stati moderni sono fatti e disfatti dall'elemento radicale del pensiero; e che il Minghetti ragionasse la teoria dello stato diversamente da essi due; non basta da solo a spiegare gli accordi e le discordie di questi uomini nella loro pratica azione, ma (quando non serviva a dare la misura del loro maggiore o minore acume speculativo, e della loro maggiore o minore cultura scientifica) era nient'altro che l'ombra teorica delle loro inclinazioni e delle loro azioni. E quel che anche resta del passaggio dalla Destra alla Sinistra  l'allargamento del suffragio e un indirizzo alquanto pi democratico in materia di tributi, che furono le parti del programma di Sinistra, con molti temperamenti, attuate; e nel rimanente un'opera di governo, che  impossibile dire che fosse di Sinistra piuttosto che di Destra, ed  difficile discernere fino a qual segno fosse effettuata dagli uomini di Sinistra e fino a qual segno da quelli di Destra, poich gli uni e gli altri collaboravano, pur contrastandosi, nel parlamento e nel paese. Dei concetti di Destra sarebbero dovute essere depositarie le Associazioni cosiddette "costituzionali", fondate in tutte le citt, principale quella di Milano; le quali accolsero, per altro, molti timidi conservatori, di pi che dubbi spiriti liberali, mentre quelle opposte di Sinistra, inclinando alla democrazia, si smarrivano nel verso opposto: tanto  difficile rinserrare in accolte di uomini quel che in qualibet parte redolet nec cubat in ulla.
Se quelle parti del programma, che pi strettamente avevano carattere politico, furono presto esaurite, e il Depretis, dando mano all'unione dei vecchi partiti e al trasformismo, dichiarava che ormai bisognava occuparsi della semplice amministrazione, si pu ben pensare che il partito repubblicano o di estrema sinistra non trovava materia propria su cui lavorare e che dietro di esso non erano masse repubblicane. Il Mazzini aveva ben veduto che il problema della societ moderna, come di quella di ogni tempo,  problema di educazione o rieducazione morale, religiosamente morale, e perci anche di ravvivata o rinnovata religiosit; ma invece di intendere che questo  il lungo e complesso processo di tutto il pensiero e di tutta la storia, al quale, nelle sue forme pi elaborate e ricche, bisognava congiungersi per portarlo pi oltre, si era fermato in una sorta di utopia organicistica di derivazione sansimoniana, indirizzandosi con prediche ed esortazioni di generica religiosit a un ente d'inmaginazione, il Popolo: cosicch era stato disertato dagli uomini di cultura, che lo giudicavano vago e vieto nelle sue concezioni, e disertato da quel che c'era di reale sotto il suo Popolo, ossia dagli operai, che preferivano di darsi al socialismo. I suoi superstiti seguaci in Italia abbrancavano, dunque, il vuoto; e non solo gli operai, ma anche i giovani delle universit, si sentivano attirati non pi dal mazzinianismo e dal repubblicanesimo, ma dal socialismo, che il Mazzini e i mazziniani respingevano e aborrivano. Il giornale mazziniano Il Dovere cess nel 1878 le pubblicazioni per mancanza di lettori, n visse a lungo la Lega della Democrazia, fondata nel 1880. Nei loro programmi elettorali, come in quello del 1882, i repubblicani mettevano suffragio universale, nazione armata, soppressione della legge delle guarentigie, confisca di tutti i beni ecclesiastici, ricostituzione delle autonomie storiche (qui si mescolavano al mazzinianismo le idee del Cattaneo e del Mario), convocazione di un'assemblea costituente, e altrettali cose che bene avrebbero dovuto sapere, e parecchi di essi certamente sapevano, ineseguibili. Cos il partito repubblicano divenne sempre pi esiguo: se ne distaccava circa il 1878 il suo poeta, il Carducci, con una conversione che in lui, nella politica pratica uomo affatto fuori posto, ebbe valore di una catarsi estetica, disciogliendolo dalla poesia di tendenza e di polemica e di satira, che fin allora aveva coltivata per concitazione d'animo e dovere di partito, e facendolo volgere tutto alla vera poesia, a quella del desiderio, del sogno e della celebrazione; ma gli rimanevano uniti i Rapisardi e i Cavallotti, coi loro poemi e drammi di maniera, ch altri diversi non avrebbero saputo farne. Taluno degli anziani, assueto all'utile operosit, la venne variamente esercitando, come il Bertani, che contribuiva ai lavori dell'inchiesta agraria, conforme alla sua competenza di medico, per quel che riguardava le condizioni igieniche dei contadini, e, incaricato dal Depretis, studiava un codice sanitario, che fu poi in buona parte trasfuso nella legge del 1888: gli altri o spiegavano agli occhi del pubblico i drappi di una pomposa e talvolta splendida oratoria su punti dottrinali e rievocazioni storiche, o si erano dati alla professione di moralisti, di Catoni censori, di critici del costume politico e della vita privata degli uomini politici, compiacendosi in quella che lo Spaventa acconciamente defin "ipocrisia dei partiti estremi", che si conoscono incapaci delle prove del potere o tanto da esse remoti da avere, in ogni caso, dinanzi a s tempo sufficiente a far dimenticare le esigenze troppo alte poste prima dal loro purismo. Del resto, qualcuno dei giovani, pi abile alla politica pratica e bramoso di avervi parte, dopo esser passato per il repubblicanesimo, si accostava ai gruppi di governo. Anche il socialismo andava superando l'ingenua et delle cospirazioni e delle rivolte, e si diffondeva, come difesa e rivendicazione di diritti economici, tra gli operai col crescere dell'industria e il formarsi di centri operai, pi che altrove in Milano: nel 1879 si ebbero i primi accenni, da parte del Costa e di altri, all'avviamento legalitario o "evoluzionistico", come allora si diceva. Dopo la riforma elettorale dell'82, comparvero alla Camera qualche deputato operaio e qualche socialista, che formarono, pi che altro, oggetto di curiosit, e soprattutto facevano parlar di s quando, inaugurandosi la sessione parlamentare con l'intervento del re, si abbaruffavano con gli uscieri dell'assemblea per entrare in giacca, invece che col frack di prammatica, ed erano vinti nella pugna ineguale. Pure, quelle apparizioni erano i primi segni del socialismo, come si  detto, legalitario, e indicavano il mutamento avvenuto negli animi, e l'abbandono del metodo delle bande, delle occupazioni dei palazzi comunali, del bruciamento degli archiv e di altrettali mezzi spicci di rigenerare il mondo.
Ma il socialismo, che ancora in modo cos aneddotico partecipava alle lotte parlamentari, e cos poco si faceva sentire ancora nelle lotte economiche, gravava fortemente sin da allora in Italia come in Europa, incubo pauroso pei ricordi del'48 e in ispecie per quello recente della Comune parigina, che era stata interpretata come un esperimento socialistico, e i socialisti l'avevano presa o usurpata come parte della loro storia ossia della loro leggenda; e da quando aveva fatto assai parlare di s l'Internazionale dei lavoratori, corollario pratico di quel quarantottesco Manifesto dei comunisti, scritto dal Marx e dall'Engels, che al suo apparire era rimasto quasi del tutto ignorato; e mentre si ripetevano lanci di bombe e attentati ai sovrani, e dalla lontana Russia veniva una nuova figura e una nuova parola, il mistico rivoluzionario che vuol rivoluzionare tutto, il "nichilista". Tra gli uomini del Risorgimento ce n'erano che si stimavano felici di poter chiudere gli occhi prima di assistere all'orrenda catastrofe, che si preparava in Europa, a fronte della quale le barricate del giugno '48 e le ninfe petroliere del '71 sarebbero state un nulla. Altri, e tra questi il Crispi, osservavano che in Italia non c'era da temere, perch non c'era (essi dicevano) "la materia combustibile a tanto incendio", mancando le grandi citt operaie e non essendo l'operaio italiano a tale altezza d'istruzione da seguire gli esemp stranieri: che, se era un modo di tranquillarsi, era un modo bene strano, argomentando sulla mancanza di ci che doveva augurarsi che ci fosse e al cui sorgere tutta la politica economica e l'amministrazione italiana intendevano col promuovere le industrie e istruire il popolo. I repubblicani dell'estrema sinistra avrebbero voluto inquadrare e risolvere il movimento socialistico nel loro, promettendo la ripartizione proporzionale del prodotto tra i produttori e combinando altrettali frasi, povere di senso. Invece, gli uomini della destra e del centro, comprendendo che il socialismo nasceva dalle viscere stesse della societ produttrice, qual'era modernamente ordinata, pensosi dell'avvenire e perci non disposti ad appagarsi della momentanea sicurezza e tranquillit, furono i primi che ammettessero francamente la realt e la legittimit della "questione sociale", come allora si chiamava, e delineassero una politica preventiva, la quale prese naturalmente il carattere che in Germania e in Inghilterra le davano il Bismarck e il Disraeli, e che i teorici definivano "socialismo di stato" e gli avversar, con riferenza ai Gneist, agli Schmoller, ai Wagner e agli altri professori tedeschi suoi teorizzatori, "socialismo della cattedra". Il Minghetti, che, fin da giovane, nei suoi stud di economia era stato avvinto non tanto dalle dottrine della scuola classica e liberistica quanto da quelle del Sismondi, e aveva scritto un libro sulle Attinenze della economia politica con la morale e il diritto, tra i motivi che lo portarono ad accettare e aiutare il "trasformismo", metteva in prima linea la necessit di "prendere coraggiosamente l'iniziativa di tutte le riforme", senza spaventarsi di certe idee, per non essere travolti dalla "marea demagogica", alla quale "nessuna forza umana pu ormai opporre una diga". Il Berti, passato da destra a sinistra perch contrario alla tassa del macinato, e ministro di agricoltura col Depretis dall'81 all'84, aveva ideato una legislazione sociale, e gli facevano eco lo stesso Depretis e altri uomini politici, tra i quali il Crispi nei suoi discorsi elettorali, e un po' tutti. Consimili riforme invocava gi nel 1878 l'Ellero; autore del libro intitolato La tirannide borghese. Il Villari, moralista e filantropo, si di a insistere con molteplici scritti, raccolti poi nel volume delle Lettere meridionali, sulla "questione sociale", alla quale non bisognava (egli diceva) "chiudere gli occhi" per il brivido di terrore che dava lo spettro del socialismo, ma conveniva guardarla e affrontarla risolutamente, apportando rimed ai mali che la cagionavano. Circa quel tempo, sir William Harcourt aveva pronunziato, nella Camera dei Comuni, la frase diventata popolare: "Oggi siamo tutti socialisti". Anche lo Spaventa, il cui interessamento era rivolto altrove e i cui stud erano piuttosto di giurista del diritto pubblico che non di economista e sociologo, fin con qualche accenno in questo senso, notando che, nelle condizioni del lavoro moderno, la libert stessa  sovente contraria agli sforzi che le classi operaie fanno per la propria elevazione. I socialisti di stato, i moralisti dell'economia, guadagnavano proseliti in Italia, non rattenuti dalle sarcastiche critiche dei liberisti con a capo il Ferrara. Nel 1878 vide la luce in Firenze, e pass poi a Roma, la Rassegna settimanale, diretta da Sidney Sonnino e da Leopoldo Franchetti, i due autori delle indagini sulle condizioni economiche e amministrative dell'Italia meridionale e della Sicilia, la quale aveva il fine determinato di dimostrare l'esistenza anche in Italia della questione sociale e l'urgenza di studiarla per provvedere ai modi di risolverla, e raccolse intorno a s giovani di eletta intelligenza e di buoni stud, come il Fortunato, il Salandra e altri. La rivista continu alcuni anni molto lodata e stimata, e contribu a fare smettere alle classi colte italiane quell'istintivo movimento di "chiudere gli occhi", del quale aveva parlato il Villari, e a introdurre la pacata discussione sul socialismo e sui doveri della borghesia verso contadini e operai, e, in genere, a dare maggiore rilievo che prima non si usasse ai problemi sociali ed economici concernenti il benessere delle classi popolari. Fin dal 1883 era stata istituita la Cassa nazionale per gli infortun sul lavoro, ma con assicurazione soltanto volontaria. Il Minghetti e il Sonnino presentarono alla Camera proposte sul lavoro delle donne e dei fanciulli, e sulla responsabilit dei padroni pei casi d'infortunio, che ebbero nel 1886 sanzioni di legge; e altre proposte riguardarono l'emigrazione, le pensioni per la vecchiaia, il riconoscimento giuridico delle societ artigiane ed agricole di mutuo soccorso, la libert di coalizione negli scioperi, che il codice penale considerava reato, nelle quali tutte si mostrava la tendenza a uscire dal pavido conservatorismo e dal non interventismo economico; il che era anche confermato dalla legge sul bonifcamento dell'agro romano col diritto, da parte dello stato, di obbligare, nell'interesse generale, i proprietar alla coltura di certe zone, e, in caso d'inadempienza, di procedere all'espropriazione. Erano leggi spesso inadeguate, spesso poco o male eseguite, ma che per intanto si proponevano e si votavano. Anche la "questione meridionale", di cui la sollevazione dei meridionali contro la Destra era stata un sintomo ma non gi una consapevolezza, e perci non si era innalzata a tesi politica, giunse allora a chiarezza di coscienza e di definizione per opera precipua del Fortunato, con le congiunte questioni della malaria, dei monti frumentar, dei deman, dell'emigrazione. Le misere condizioni igieniche e morali del popolino di Napoli, i "fondachi", i "bassi", la "camorra", furono rese note dal Fucini, dalla White Mario, dal Villari; e ci indirettamente concorse all'opera del "risanamento" della citt, deliberata dopo le stragi dell'epidemia colerica del 1884. La letteratura e le arti figurative, in quegli anni, si riempivano di questo interessamento per le sofferenze, gli stenti, l'abiezione, il barbaro e selvaggio costume in cui vivevano le plebi delle citt e delle campagne, come si vede nei romanzi e nelle novelle del Verga, del Capuana, della Serao, in molte delle pitture e sculture che allora ebbero fama, il Voto del Michetti, l'Erede del Patini, il Proximus tuus del D'Orsi. Il De Amicis, che godeva grande popolarit di descrittore e pedagogo, e si volgeva pronto ai var moti del pubblico sentimento, lasci stare il tema dell'esercito, i suoi "bozzetti militari" del tempo in cui si doveva rafforzare e compiere l'unit con l'opera dell'esercito, e, dopo aver dato il libro educativo Cuore (1886), tratt (Sull'Oceano, 1889) il tema dell'emigrazione, e poi (Il romanzo di un maestro, 1890) quello dei maestri elementari, anch'essi una sorta di proletar, negletti e maltrattati in ispecie nei minori comuni e a favore dei quali una legge del 1886 cominciava a far qualcosa, obbligando i comuni ad aumentare il minimo degli stipend e a dare garanzie contro gli arbitrar licenziamenti.
Tutto ci in parte nasceva dall'assillo dell'incipiente socialismo, ma per altra e forse maggior parte era conforme al sentimento umanitario, che allora dominava, eredit della compassione e dell'indignazione che i vecchi e i giovani del Risorgimento avevano nutrite per gli oppressi di ogni sorta, e della educazione romantica e sentimentale, non ancora superata. La forza "irresistibile" della passione che accieca e trascina, la "riabilitazione" della donna caduta per l'insidia dei sensi o della povert, la "riabilitazione" dell'uomo che ha commesso un delitto e, condannato dalla legge, ha espiato, e simili motivi, avevano le loro opere rappresentative nella letteratura italiana e nella francese, che assai si leggeva, e vivevano negli animi come sentimenti approvati e correlative disposizioni. L'amore stesso aveva sostituito nelle immaginazioni alle purissime vergini del primo romanticismo italiano, alle Ildegonde e alle Bici, la donna toccata dall'impurit e dall'adulterio, la donna fragile, sentita con compassione e passione in questa fragilit. Il verismo, che sopravvenne, e il positivismo, che ne era la filosofia, e in Italia di origine, tra l'altro, alle teorie della scuola positiva o lombrosiana del diritto penale, non valsero a spegnere questi modi di sentire, sebbene traducessero i drammi della passione in termini fisiologici e patologici e dessero spicco all'elemento naturale e impulsivo, e alle istanze del "cuore" sostituissero o aggiungessero quelle della "scienza", correggitrice e riformatrice per opera medica e d'igiene sociale. I giurati assolvevano i delitti passionali o largheggiavano nelle "attenuanti"; la legislazione si fece pi mite; non fu pi sopportata la pena di morte, e, prima ancora che il codice l'abolisse, era caduta in desuetudine, seguita sempre dalla grazia che la commutava nell'ergastolo. Anche quando una mano omicida si lev contro re Umberto, s'invoc la grazia, in parte spiegando quel gesto con l'ambiente politico di esaltazione rivoluzionaria che il governo dei Cairoli e Zanardelli aveva per qualche tempo lasciato formare indisturbato, in parte ragionando la richiesta con la convenienza di non permettere che i sovversivi facessero un loro "martire" di un povero "imbecille"; e il re, che sentiva a una col suo popolo, concesse la grazia. I dottrinar sostenevano la conservazione o l'abolizione della pena di morte con astratti raziocini, tutti alla pari invalidi; ma stava il fatto della ripugnanza che gli italiani provavano per il patibolo e per la lurida figura del carnefice, per l'idea che ci dovesse essere ancora tra i cittadini italiani qualcuno che esercitasse legalmente tal mestiere. L'abolizione, dopo aver incontrato ostacoli e ritardi, fu, infine, consacrata nel nuovo codice penale dello Zanardelli, nel 1889. Questo culto degli affetti gentili si stendeva anche all'esercito d'Italia, ai "nostri bravi soldati", come allora si diceva, che si vedevano accorrere pronti a ogni opera di soccorso, nelle inondazioni, nei terremoti, nelle epidemie; e avvolgeva le persone dei sovrani. Il re Umberto fu sempre accanto al suo popolo in ogni sventura, e quando, nel 1884, si aggir tra i colerosi di Napoli, nel pi forte imperversare del male, alla commossa gratitudine degli italiani si un l'ammirazione del mondo civile pel re d'Italia, che merit ancora una volta il nome, di "buono". Del resto, in quella occasione, fu una gara di fratellanza di tutte le classi di cittadini, napoletani e delle altre parti d'Italia, che mandarono squadre di soccorso, dagli uomini del clero agli anticlericali e repubblicani, guidati dal Cavallotti e dal Maffi. La regina Margherita, che ebbe in quegli anni la grande stagione della sua vita, congiungeva alla dolce piet e all'incantevole sorriso l'amore per le arti e per la poesia, e pareva essa stessa una creatura poetica, venuta a incarnare nel modo pi perfetto l'idea di una Regina d'Italia, della terra delle arti e di ogni cosa bella.
Formava riscontro a questa generale umanit del sentire la ricerca, nell'istruzione e nell'educazione, della semplicit e della sincerit, proseguendosi anche qui e portandosi a conclusione l'opera pedagogica del Risorgimento e del suo particolare romanticismo, che, dal Manzoni al De Sanctis, aveva mirato a srettoricare l'Italia, a sgonfiare la tumidezza delle parole e dei convenzionali sentimenti, a togliere la separazione tra l'uomo e il letterato, e l'opposizione tra il letterato e il cittadino, tra il dire e li fare. Nelle scuole medie dello stato, migliori di quelle private e confessionali e perci frequentate da crescente numero di alunni, prevaleva l'insegnamento classico; ma, caduto in discredito il tradizionale modo di esso, lo studio fraseologico del latino e dell'italiano, le imitazioni, le esercitazioni rettoriche e poetiche, ossia metriche, gli si erano sostituiti la libera composizione su impressioni ed esperienze della vita, la lingua parlata, lo stile piano, la prosa, riducendosi al minimo l'apprendimento della grammatica teorica e introducendosi quello della filologia, cio dell'interpretazione storica delle lingue e degli scrittori. Assai contribuiva a questo diverso avviamento l'ultima lezione somministrata dal Manzoni, che inculcava l'unit nella forma della lingua viva fiorentina: i libri del De Amicis, dello Stoppani e di altri manzoniani, e i giornali, come il Fanfulla, scritti da toscani, non solo e non tanto davano questa lingua, quanto l'esempio e l'abito dello stile spontaneo e snodato, semplice e perfino tenue; e gli antimanzoniani, come il Carducci, al quale non si confacevano quello stile e quei limiti, e coloro che accoglievano in s una tradizione italiana pi larga di quel che non fosse il mero fiorentinismo di conversazione, come il Borgognoni e altri della scuola romagnola, e i lombardi e i meridionali che non volevano o non potevano assumere, con sforzatura e d'accatto, una pretesa lingua tipica che era essa stessa un dialetto, nella sostanza poi non discordavano n tra loro n dai manzoniani, risalendo ora al vigoroso popolaresco ora al trecentesco ora all'arguto cinquecentesco delle lettere e della commedia, ora attingendo alle colorite parole e agli efficaci modi dialettali, ed erano tutti del pari antiretorici e anticonvenzionali. Difettava l'Italia (si era detto tante volte) di "libri leggibili", e tutti leggevano per intanto la requisitoria del Bonghi contro questo difetto, le sue lettere critiche intitolate: Perch la letteratura italiana non  popolare in Italia, e procuravano di scrivere per farsi leggere, al qual fine il mezzo che allora si porgeva era appunto la semplicit, la chiarezza, la scorrevolezza dello stile. Anche nei dibattiti del parlamento la rettorica non si gradiva n si tollerava: qualche brav'uomo, reboante oratore dell'Estrema, fin con l'essere decorato dell'epiteto virgiliano di "Eolo, padre dei venti"; si ammoniva scherzosamente che nella Camera non fosse di buon gusto dire la "patria", ma bisognasse dire il "paese". All'altra manifestazione di rettorica, che era la tendenza celebrativa e festaiola degli italiani, famosa negli ultimi secoli, e che pur test li aveva fatti denominare dal Times "la nazione carnevalesca", si procur di opporre riparo, e in qualche misura vi si riusc. Quando si faceva un gran discutere degli apparecchi pei pubblici festeggiamenti nel primo anniversario dell'entrata in Roma, una voce ramment quel motto satirico straniero, e ammon che "uno stato libero deve guardarsi dal seguire le abitudini dei governi assoluti, che hanno tutto l'interesse di divertire con feste i sudditi, perch non abbiano il tempo di pensare ai casi propr rimpiangere la libert". Gli sbandieramenti, i proclami, l'oratoria, i giuramenti del '48, non seguiti da effetti, e ai quali degli scarsi effetti e degli errori commessi s'imputava la colpa, avevano lasciato la loro traccia nella parola "quarantottata".
Insieme con la sincerit dell'esprimersi, s'inculcavano e si attuavano, nella scienza, l'attenta ricerca e lo studio dei fatti, l'astensione dalle facili generalit, la minuta conoscenza dello "stato delle questioni" e del lavoro gi compiuto sui var argomenti dagli studiosi e scienziati italiani e stranieri. Le universit, cos quelle di antica fondazione, che erano state riformate e accresciute nelle cattedre, come le altre nuove, erano animate tutte da questo spirito, e lo stato le provvedeva d'insegnanti merc un liberale metodo di concorsi aperti a tutti, e ne curava gli istituti secondo la propria capacit finanziaria, assai inferiore a quella di altri paesi, ma che pur consentiva di aprire e ampliare gabinetti e laborator, e fornirsi di libri e riviste e varie lingue di cultura, delle quali l'uso cresceva e anzi diventava obbligatorio presso fisici e naturalisti non meno che presso giuristi e letterati, un tempo contenti al latino e a un po' di francese. Lo "specialismo" e la "competenza" e il "metodo" e la "letteratura dell'argomento" sonavano con certo orgoglio sulle labbra degli universitari, ed erano guardati come ideale dai giovani studiosi, che miravano a conseguire quella sorta di aristocrazia, distinguendosi dai "dilettanti" e dai "giornalisti", e anche dalla buona gente della generazione che tramontava, e che non aveva avuto, a causa dei tempi immaturi, quel crisma, e troppo spesso (si diceva) aveva lavorato di fantasia con materiali insufficienti e non resistenti. In quel tempo, per quel che riguarda gli studi storici, si fondarono in ogni regione societ di storia patria, si rifrugarono gli archiv e le biblioteche d'Italia, si pubblicarono con miglior metodo testi, cronache e documenti, si raddrizzarono molteplici errori tradizionali in materia di fatti, si elaborarono storie filologicamente concepite e documentate, si ricercarono fonti e derivazioni, si perfezion nell'esterno e negli strumenti la storiografia, che di tale disciplina aveva bisogno, e similmente nella storia letteraria, col congiunto svolgimento della linguistica comparata, della glottologia e della grammatica storica. Negli studi morali, preferiti furono quelli dell'economia, che seguirono i progressi delle nuove scuole, soprattutto tedesche; gli studi di diritto ebbero anch'essi il beneficio della pi accurata filologia; i problemi del diritto pubblico vennero dibattuti con la conoscenza delle dottrine e controversie straniere. L'avanzamento dei metodi dell'indagine, la migliore informazione e il pi rigoroso procedere, si notavano in ogni campo, nelle scienze matematiche e fisiche, nella zoologia, botanica e geologia, nella fisiologia e nella medicina.
Erano assai lette riviste come la Nuova Antologia, e giornali letterari come la Gazzetta letteraria di Torino, e quelli che presto la sorpassarono per arte di scrivere e ricchezza di cultura, il Fanfulla della domenica; la Domenica letteraria, la Domenica del Fracassa, tutti di quel tono disinvolto e urbano che piaceva, e conversanti, senza angustie accademiche e goffaggini provinciali, di letteratura italiana e straniera, del Carducci e delle sue Odi barbare, dei veristi francesi e nostrani, di Enrico Heine, che allora fu assai amato e tradotto e imitato in grazia del suo radicalismo religioso e politico e del suo modo discorsivo e arguto, e del piccolo Heine italiano, che fu lo Stecchetti, col suo verseggiare limpido e succinto, anch'esso molto imitato. Fatta la grande eccezione del Carducci, la lirica pi largamente coltivata, dei Panzacchi e dei Marradi, dei Severino Ferrari e dei Mazzoni, era tutta su questo andare di brevi componimenti, spesso graziosi e anche eleganti, garbatamente amorosa o leggiadra d'immagini e ricordi storici, o borghese e familiare. Nel teatro, il Cossa abbassava al tono borghese la vecchia tragedia; Paolo Ferrari e il Torelli trattavano la commedia a tesi sui gi accennati dibattiti di amore e moralit, peccato e redenzione; il Gallina e il Selvatico e il Di Giacomo davano il dramma popolare, sentimentale o passionale; il Martini e altri componevano "proverbi" su piccole situazioni di casistica amorosa del bel mondo. Nei raccomandati precetti di "scrivere come si parla", e di "dire quel che si sente" e di "essere spontanei" e "naturali", trovavano condizione favorevole le donne, disposte anche troppo da natura all'osservanza di quei precetti, le quali nei secoli innanzi non entravano di solito nel mondo letterario se non prendendo abito virile, coltivandosi nelle scuole, rimatrici petrarchesche, pastorelle d'Arcadia o patriottiche Vellede; e invece ora effondevano il loro cuore e narravano le loro esperienze, come la Serao, Neera, Emma, la contessa Lara e molte altre. Anche l'educazione femminile si veniva trasformando, con le scuole normali per le maestre, con gli impieghi privati e pubblici ai quali le donne cominciavano a partecipare, col comparire, rara avis allora, di qualche laureata universitaria in medicina o in legge. I "circoli filologici", dopo l'esempio di quello di Torino fondati in ogni grande citt, oltre ad agevolare l'apprendimento delle lingue straniere con le loro scuole, offrivano conferenze su tutti gli argomenti giovevoli alla diffusione della cultura, ma soprattutto su cose letterarie, e gabinetti di lettura e biblioteche circolanti. Le grandi esposizioni artistiche, e quelle annuali delle societ promotrici delle belle arti; e le questioni artistiche, come quelle delle facciate del Duomo di Firenze e di Milano o del monumento al re Vittorio Emanuele in Roma, davano materia a vivaci e geniali discussioni. La critica della letteratura e dell'arte, che si faceva nei ricordati settimanali letterar e nei quotidiani politici, si era distrigata dalle regole e dai canoni, contro i quali tanto aveva battagliato il romanticismo, e seguiva in genere, senza molto teorizzare, le impressioni del gusto; e il gusto si manteneva schietto e sano per la non interrotta tradizione della buona letteratura italiana e della scuola umanistica. Guardando in complesso, si deve riconoscere che la letteratura e l'arte di quella generazione, fiorita intorno al 1880, furono assai pi ricche e vive che non quelle del periodo precedente, di tra il 1835 e il 1865, e hanno lasciato opere pi modeste nell'aspetto, ma pi solide che non forse il periodo seguente, iniziatosi all'incirca dopo il 1890, e che culmin tra il 1900 e il 1910, nel quale, come si vedr, il vigore critico e speculativo fu di gran lunga maggiore, ma la semplice bellezza and quasi affatto perduta, sicch quella pu dirsi l'et artistica e l'altra l'et filosofica della nuova Italia.
Parve talvolta che il culto dell'arte, l'intellettualit, il sentimentalismo degli italiani peccassero di eccesso; ed  notevole che quelli che provarono e manifestarono siffatto timore e avvisarono al rimedio, fossero uomini che venivano dal pieno della cultura, come Quintino Sella, che, avverso all'ascesi cristiana e al disprezzo del corpo, fond il Club alpino italiano e dette ai suoi connazionali il gusto delle ascensioni, esercizio di volont, di previdenza, di coraggio, di virt morale; e Francesco de Sanctis, l'interprete dei grandi poeti italiani, il critico filosofo, che da giovane era stato romantico e leopardiano, e sapeva i danni del troppo sognare e fantasticare, e, quando torn ministro dell'istruzione, afferm la necessit, non gi, come si sarebbe aspettato, della filosofia e dell'estetica, ma dell'educazione fisica, e prese a curare in modo particolare l'insegnamento della ginnastica.
Tra questa varia opera pratica e culturale, e dei singoli non meno che dello stato, si veniva svolgendo un processo di somma importanza, sebbene non avvertito, la formazione di una comune vita italiana, cio il superamento delle vite regionali, chiuse ciascuna nel suo circolo e, tra loro, se non ostili, estranee e indifferenti. Si suol dire che l'Italia gi esisteva prima che pervenisse a unit statale; e, certo, esistevano una lingua e letteratura italiana, talune comuni sebbene remote e in parte immaginarie origini storiche, e, assai recenti, alcune aspirazioni politiche simili o analoghe, che cercavano di appoggiarsi le une alle altre e prender forza dall'unione. Ma una vita sociale e culturale comune non  veramente effettiva senza la base dell'unit statale, con comuni interessi politici, comuni fortune e sfortune, con la collaborazione delle varie parti agli stessi fini; la quale unit statale non ha interessi ad ostacolare, ma anzi a promuovere la comunione in tutto il rimanente. Non  meraviglia che il processo unitario italiano facesse udire, al suo principio, qualche stridore di contrasti; e meraviglioso  piuttosto che quello stridore fosse cos lieve e cos presto svanisse, contro le attese e le speranze, all'interno, di coloro che avevano di mal grado subito l'unit e tenevano impossibile che piemontesi e napoletani e toscani e siciliani se ne sarebbero stati in pace e in accordo, e di parecchi stranieri, che, innamorati della pittoresca variet delle popolazioni italiane, e inferendo da essa radicali e insuperabili differenze, facevano non diverso prognostico. Quegli stessi piccoli contrasti vennero segnatamente da uomini che, per aver trascorso una parte dei loro anni migliori nei vecchi stati italiani, erano ricordevoli del passato, delicati nell'amor proprio regionale, corrivi a veder dappertutto offese di legittimi interessi e di cari e rispettabili sentimenti, e a giudicare superflui e dannosi, e fatti per cervellotica smania di uniformit, i mutamenti di leggi e di istituti; ma si dileguarono con quegli uomini e col rasserenarsi dei loro animi. Pure, anche quando il malessere economico del Mezzogiorno proruppe, non prese forma di rivolta o protesta regionale, ma di disfavore a un partito governante e di favore a un altro, che prometteva miglior governo e grandi benefic a tutti gli italiani; e le cattive condizioni di quelle provincie furono svelate e proposte alla discussione prima da italiani di altre parti d'Italia che da quelli del Mezzogiorno, e questi stessi trovarono ascolto e consenso pi nella grande vita italiana che nelle loro particolari regioni. N si pu attribuire alcuna importanza alle querele, che son di tutti i popoli, sui vantaggi maggiori o minori ricevuti da un regione rispetto all'altra, querele che si confutano a vicenda e che quasi tutte terminano col rimprovero, rivolto a s medesimi, sulla propria inabilit e l'altrui abilit. Di tutti i popoli sono altres le censure e satire di una regione verso l'altra e che rimangono nella non scritta letteratura popolare, perch il freno del pudore vieta di metterle in istampa; il qual freno in Italia si mantenne sempre assai forte, nonostante che anche in essa si potrebbe raccogliere sul proposito un folklore assai curioso. Il vero  che gli uffici esercitati dalle medesime persone nelle pi varie parti d'Italia, gli agevoli e frequenti viaggi, l'amministrazione, il parlamento, la capitale, il commercio e i viaggiatori di commercio, i giornali, la letteratura rendevano di giorno in giorno pi familiari gli affetti, le costumanze, la psicologia, le favelle di tutte le parti d'Italia a tutte le parti; e il servizio militare, come si  detto, non regionale, produceva simili effetti tra i popolani e i contadini. Riprese a fiorire la letteratura dialettale d'arte, che , per l'appunto, un moto centripeto e non, come talvolta stortamente fu interpretato, centrifugo; e le commedie piemontesi del Bersezio, e quelle veneziane del Gallina e del Selvatico, e quelle milanesi del Ferravilla, e altre di altri dialetti, fecero ridere o lagrimare tutti i pubblici d'Italia, e le canzoni del Di Giacomo e degli altri canzonettisti napoletani furono cantate dappertutto, e i versi romaneschi del Belli e del Pascarella dappertutto ripetuti e citati come motti e proverb. La quale pi stretta conoscenza reciproca non diminu ma accrebbe le virt e le attitudini di ciascuno, e la Toscana fu maestra di temperanza e di garbo, la Lombardia di operosit industriale e commerciale, l'Italia meridionale di un modo pi robusto e filosofico d'intendere i problemi della teoria e della pratica, e via discorrendo. Non si disciolsero gli antichi centri di cultura, perch la capitale politica non era in grado di attirare a s la vita spirituale della nazione, n tutta n nella sua maggiore e miglior parte: Milano per la quale sorse allora la denominazione di "capitale morale" d'Italia, Torino, Bologna, Firenze, Napoli e le altre grandi citt mantennero un loro proprio ufficio variamente specificato, che  di gran vantaggio per la pi ricca vita culturale della nazione e che la troppo accentrata Francia soffre di non possedere; ma il loro chiuso carattere regionale venne grandemente scemando. Chi nacque ancora in tempo da vedere quelle citt tra il vecchio e il nuovo, e conobbe quella generazione che era stata gi suddita del re di Sardegna, del reale imperiale governo, del granduca di Toscana, del papa e dei Borboni delle Due Sicilie, e god gli ultimi strascichi di certe costumanze popolari, e ammir la magnificenza dei palagi signorili e lo sfoggio dei cavalli e dei cocch, e ricevette le parole dei vecchi dotti e letterati e magistrati e militari, i loro giudiz e i loro racconti, che recavano ancora le aure dei tempi napoleonici e delle restaurazioni e del Ventuno, e perfino talvolta le pi lontane e quasi leggendarie del '99, sente la dolcezza e insieme la malinconia del ricordo, ma prova nient'altro che quello che sempre si prova allo spettacolo dei tramonti, e, fuori di questa nostalgia del sentimento, deve giudicare che al passato che tramontava succedeva un presente pi civile, pi intelligente, pi serio, e che al perduto fascino della vecchia Torino e della vecchia Napoli era buon compenso il largo respiro della vita italiana. Pi attuali, e assai dolci, erano le conoscenze che si legavano con uomini di tutte le parti d'Italia, e nelle argute conversazioni il reciproco comunicarsi di notizie, e di quel che faceva il Carducci a Bologna, il Boito e il Giacosa a Milano, e il De Sanctis e il Morelli a Napoli, e il Verga in Sicilia, e simili, e di quel che si preparava dagli uni e dagli altri, e i disegni di opere comuni.
La distanza tra le varie classi sociali non era stata mai grande, neppure nei vecchi tempi, in Italia; e diminu ancora nella nuova societ. Alla nobilt d'origine baronale non solo erano venuti meno i privilegi nei riguardi economici, politici e militari, ma anche la sua superiorit di fatto e le prerogative di consuetudine non perdurarono, circolando la ricchezza senza remore di primogeniture e fedecommessi pi rapida, aperti alla concorrenza tutti i pi alti posti dello stato, assente nella gara molta parte della nobilt, perch ligia ai vecchi governi o clericale, poco capace un'altra parte, perch avvezza agli oz e incolta. Tuttavia, dapprima, col suffragio ristretto che dava la preponderanza alla propriet terriera, quella parte di essa che aveva favorito o accettato il nuovo ordine italiano e liberale ebbe qualche rappresentanza nel parlamento; e tutta insieme poi ritenne autorit nelle amministrazioni delle grandi citt, dove l'astensione dei cattolici non era comandata dal Papa, e la generale fiducia del popolo andava spontanea ai gentiluomini del patriziato, ai principi, duchi e marchesi, per il lustro degli storici nomi, per l'abitudine che si aveva da secoli a vederli a quei posti, perch parevano offrire, a confronto della gente nuova, maggiore garanzia di disinteresse, di rettitudine e di amore pel pubblico bene e pel decoro delle loro citt. Altres essa era naturalmente chiamata a presiedere istituzioni di beneficenza e di educazione, comitati per gare e feste di arte o di scherma o di corse e simili: ch l'aristocrazia del danaro non esisteva ancora e non poteva sostituirla in queste cose. La borghesia, che non aveva avuto in Italia, nei tempi moderni, od profondi e urti sanguinosi con la nobilt, e aveva abolito o veduto abolire quanto ancora avanzava di istituzioni politiche medievali non solo senza grande resistenza ma spesso col concorso della nobilt stessa, rischiarata dai lumi del secolo, era disposta verso di lei alla considerazione e al rispetto, non soffrendo, per cagion sua, di alcuna esclusione. Esclusa restava, se mai, dai salotti e dai circoli cosiddetti aristocratici, che non hanno nulla da vedere con la nobilt nel significato storico e sociale, e rientrano piuttosto in quello che poi  stato definito "il mondo dello snob"; e gli inclusi, e gli esclusi che guardavano desiderosi, erano snobisti contro snobisti, e i secondi si consolavano col far ricercare negli archiv o foggiare titoli nobiliari, o borghesemente col sollecitare onorificenze cavalleresche, delle quali l'Italia largheggiava, conforme al motto che si attribuiva al re Vittorio Emanuele, che "un sigaro e una croce di cavaliere non si rifiutano a nessuno". Quanto al popolo, salvo quello che sempre e dappertutto cova da parte dei poveri contro i ricchi (e che, come ebbe gi uno scoppio nella Santa Fede e nel brigantaggio, cos poteva erompere in altre opportunit), neppure si mostrava astio tra esso e la borghesia, nonostante gli episodici accenni d'internazionalismo e anarchismo in talune provincie. Non era ancora apparso sull'orizzonte italiano, neppure tra i componenti delle societ operaie, l'"odio di classe", che fu, piuttosto che uno stato d'animo spontaneo, un teorizzamento imposto e coltivato, e solo in parte convertito in istato d'animo. La naturale gentilezza e cordialit italiana, quel che sempre era mancato di rigide divisioni e cerimoniali, quel che sempre c'era stato di abito democratico e che riappariva ora nel contegno e nel modo di vita dei ministri e nelle relazioni coi deputati e dei deputati tra loro, e dei deputati e degli impiegati con le popolazioni, rendevano quasi senza senso le parole "classe sociale", il cui senso, come si  detto, conveniva apprendere pi tardi su esempi forestieri e trasportarlo in Italia per convenzione e per partito preso.
Anche i dissid, che si possono chiamare di fede, s'attenuavano; perch i legittimisti, i granducali, gli austriacanti, e, soli che avessero qualche importanza per la grandezza dello stato a cui erano appartenuti e che nella storia d'Italia aveva formato sempre un corpo separato, i borbonici delle Due Sicilie, dapprima, smesse le cospirazioni, si erano tirati in disparte, e poi a poco a poco entrarono in relazione con la societ italiana, e, se non proprio essi, i loro figliuoli, non legati dalle stesse ragioni di sentimento o di dignit o di dispetto dei loro padri, e che non potevano rinunziare agli uffici e alle ambizioni. L'amministrazione delle citt fu uno dei tramiti di questi avvicinamenti; ma pi ancora vi ebbe efficacia la pratica della libert, e il lasciar parlare e il conversare e il discutere e il tollerarsi scambievole. Nuove divisioni di fede politica non si disegnavano o non erano estese n sostanziali; e quella tra Destra e Sinistra tent dapprima di prendere un sembiante d'intransigenza, ma non pot mantenerlo; le pi effettive, verso repubblicani e socialisti, si mitigavano e addolcivano nella consuetudine parlamentare, e qualche terribile sovversivo, fatto deputato, divenne in ultimo vicepresidente della Camera, carezzato e riverito dai colleghi di tutte le parti, e altri smise finanche la guerra contro l'aborrito frack. Gli israeliti, che, in particolare nel Veneto, dove si trovavano in maggior numero, avevano dato mano all'opera del Risorgimento, non risparmiando fatiche e sacrific, e che il Cavour aveva guardati d'assai buon occhio, prendevano parte alla vita degli affari e a quella pubblica, e altres a quella scientifica, sebbene scarsissima alla poesia e letteratura, e ricomparvero anche nell'Italia meridionale, dove da circa quattro secoli non se n'erano pi visti, da quando gli spagnuoli ne avevano a lor modo purgato queste terre. Qualche osservazione si accennava circa il loro carattere e le loro attitudini, e lo Spaventa mi diceva della nuova esperienza da lui fatta nel trattare per la prima volta, quando fu ministro dei lavori pubblici, con finanzieri ebraici; e stupito notava che solo israeliti come il suo amico Luzzatti potevano sentire il pathos e cantare la lirica della moneta. Anche si mostrava la loro preponderanza nella massoneria: cosa affatto naturale, perch gli ebrei dovettero il principio della loro redenzione al secolo dei lumi e alla ideologia della eguaglianza e fraternit, e dell'anticlericalismo e del vago deismo, che la massoneria tuttora rappresentava. Ma, per fortuna, non c'era indizio di quella stoltezza che si chiama antisemitismo e che consiste, dopo avere con le persecuzioni rafforzato la separazione e la solidariet degli ebrei contro le altre genti, nel pretendere di domare le conseguenze di quelle persecuzioni con la ripresa delle persecuzioni, cio col riprodurre la causa del male, invece di fidare sulla lenta e sicura opera agguagliatrice dell'intelligenza e della civilt. Pi difficile, e in certa misura, ossia intrinsecamente, impossibile, l'avvicinamento e fusione coi clericali: il mondo cattolico, col suo Vaticano, con le sue case religiose, coi suoi seminar, con le sue opere di devozione e piet, rimaneva un mondo a parte, del quale si prendeva notizia solo in quanto cercasse di interferire in certi momenti della politica italiana; e formava talvolta oggetto di curiosit, onde qualche giornalista, come il De Cesare, se ne fece un campo speciale di competenza quale informatore e notiziere. In verit, interessava poco, perch non lo si scontrava in nessuna parte della vita ordinaria come nemico e concorrente; ed esagerata e fanatica sembrava la massoneria, che si era assunto l'ufficio di combatterlo con guerra di sterminio. Le scuole italiane per la migliore qualit, che si  detta, di quelle dello stato e per essere nelle mani di questo gli esami e i diplomi, non davano luogo alla differenza e al contrasto, come in Francia, tra le deux jeunesses, l'una educata dalle scuole laiche, l'altra dalle congregazioni. Del pari che in Napoli e in Sicilia l'aristocrazia borbonica, in Roma quella "nera" si era tirata da canto e chiusa in s contro la "bianca" e la "mista"; ma non splendeva n di capacit n di cultura, e taluni dei suoi membri, poich non disdegnarono gli affari e le speculazioni, e li condussero con inesperienza, rovinarono anche economicamente, come i principi Borghese. Pure, i clericali pi temperati, attraverso le amministrazioni delle citt che pi volte conquistarono nelle elezioni e in cui quasi sempre ebbero i loro rappresentanti, si avvicinavano alle autorit dello stato e ai liberali, e furono possibili alleanze, ora coperte e ora aperte, tra essi e i liberali conservatori; senza dire che anche l'astensione dalle elezioni politiche era assai pi formale che reale, non potendosi i clericali, e nemmeno i preti, disinteressare di quel che accadeva nei rispettivi collegi, e partecipando assai vivamente, specie nell'Italia meridionale, alla politica delle famiglie e delle clientele. C'erano poi sempre, a riempire lo spazio ideale tra i due campi diversi, i superstiti del neoguelfismo: i monaci cassinesi (insigne l'abate Tosti), che l'abolizione degli ordini religiosi aveva rispettati per le loro medievali benemerenze verso la civilt e per le pi recenti manifestazioni verso l'Italia e la libert; i cattolici liberali e i liberali cattolici, che pubblicavano tra l'altro, a Firenze, una loro rivista, la Rassegna nazionale; i rapporti tra uomini di studio, specialmente nel campo dell'erudizione, come era il caso del padre Guglielmotti, innamorato delle cose marinaresche e storico della marina militare, assai frequentato e tenuto caro dagli ufficiali della marina italiana; le opere di beneficenza, come in Napoli quelle del frate francescano Ludovico da Casoria, che ebbero fautore e difensore anche il battagliero anticlericale Settembrini, e le altre della Lourdes italiana, della Nuova Pompei, fondata da Bartolo Longo, che ebbero visitatore ed elogiatore l'ironico Ruggero Bonghi. E come si poteva dimenticare del tutto quello che si era sognato e amato nell'anno quarantotto? La morte di Pio nono, del papa del Sillabo, della infallibilit, del non possumus e delle contumelie contro l'Italia, ma che era stato pure il papa di quella primavera italica, fece rifluire negli animi l'onda dei sentimenti di allora; e l'uomo che gli italiani avevano nonostante tutto, amato, ed erano persuasi che egli li amasse, l'uomo generoso e furioso e profondamente buono, fu dai liberali compianto e commemorato con nobili parole. La separazione rigida non era possibile se non tra gli estremi, tra i rappresentanti le gerarchie dell'uno e dell'altro mondo. E anche questi talvolta erano portati a contatto; e, quando, nel gi ricordato colra di Napoli, dell'84, re Umberto s'incontr presso i letti degli infermi con l'arcivescovo cardinale Sanfelice, uniti nello stesso pensiero e nello stesso zelo, un fremito di affetto percorse l'Italia, come sempre che, rimovendo per un istante i complicati ed armati ostacoli interposti dalle dure lotte confessionali e politiche, il cuore umano si ritrova col cuore umano, e la povera umanit piange come Achille con Priamo.
Tali erano le civili condizioni che si erano formate in Italia, e tali le vie nelle quali essa andava innanzi. E nondimeno chi avesse domandato allora a un italiano, e non diciamo a quelli che dappertutto sono sempre d'avviso che le cose vanno malissimo, ai Bouvard e ai Pcuchet, ma a un italiano appartenente ai gradi elevati, a un uomo politico, a un pubblicista, a un letterato, ne avrebbe udito parole di scontento e di sconforto e giudiz amari. Per oltre un cinquantennio si era stati intenti alla lotta per la formazione di un nuovo ordine politico-nazionale, trascurando in gran parte tutto quanto di necessit veniva in secondo luogo, sia che non bastassero le forze per l'ulteriore lavoro che avrebbe richiesto, sia che, per l'appunto, fosse nelle mani dei governi da abbattere, retrivi, ignoranti e cattivi; e anzi si era propensi a credere che i mali di cui si aveva conoscenza (talvolta anche questa mancava o era difettiva) sarebbero cessati di per s con l'instaurazione del nuovo ordine. Ed ecco che quei mali non cessavano e, guardati da vicino, si svelavano in maggior numero e pi gravi che non si fosse pensato, e la vita della libert, anzich purificare il paese, ne veniva essa stessa inquinata e compromessa. Pazienza che ci si fosse creduti ricchi e ci si scoprisse, meno che modestamente agiati, poveri e miserabili, con troppa terra sterile, arretrata agricoltura, scarsa industria, imperizia tecnica; ma l'analfabetismo era enorme e ostinato, e dava vergogna al cospetto del mondo civile; le plebi, cittadine e rurali, pronte al coltello, - e il loro sangue bagnava quotidianamente le zolle d'Italia, - legate e asservite ad associazioni di prepotenti, di "teppa", di "camorra" e di "mafia"; la "criminalit" tra le pi alte di Europa; il sentimento del pubblico interesse e la partecipazione alla politica, assai debole e quasi assente in larghe regioni; le amministrazioni locali, specie quelle dei piccoli comuni che la legge amministrativa trattava alla pari dei grandi, lasciate sovente sfruttare, soprattutto nel Mezzogiorno, da gruppi avidi e prepotenti, che depredavano deman comunali, beni ecclesiastici, fondazioni di beneficenza, redditi comunali. Nei primi anni dopo il '60, parve quasi che ideale e realt stessero per diventare una cosa sola, e si ebbero degne scelte elettorali, gravi e patriottiche discussioni, e i comuni stessi furono generalmente bene amministrati con l'aiuto dei prefetti e di commissar regi e di persone di buona volont; ma poi si era precipitato. L'elettorato, che doveva risanare tutto, aveva dato origine ai brogli e alle clientele e faceva dei deputati gli uomini di affari dei loro capielettori, spingendoli a intervenire nelle pubbliche amministrazioni con raccomandazioni e pressioni, e con conseguenti ingiustizie o "favoritismi", e a dare il loro voto a tutti i ministri in cambio di quei favori elettorali. Quelli della Destra, che erano austeri e avevano amministrato bene, erano stati buttati gi; quelli della Sinistra, col contrasto tra promesse e adempimenti, tra le parole e i fatti, ingeneravano il sentimento dell'impotenza e del fatale andare dei mali. Le rampogne e le lamentele dei migliori uomini politici sulla mancanza di programmi e di fede nei programmi, e sulla dissoluzione che non si riusciva a frenare dei partiti, conducevano al giudizio dell'incapacit italiana nell'osservare la legge dell'ordinamento parlamentare e al correlativo sconforto. L'autorit dello stato non dava sufficiente segno di forza: la demagogia minacciava di scuoterla; il socialismo, del quale si vedevano i primi lampi e che rumoreggiava in tutta Europa, minacciava addirittura la spogliazione degli abbienti, la tirannia delle masse ignoranti e brutali, l'anarchia sociale, e lo stato italiano, all'urto, non sarebbe rimasto in piedi. Si ripeteva da tutti i ben pensanti il detto del D'Azeglio al formarsi dell'unit statale: che "l'Italia era fatta, ma che bisognava fare ancora gli italiani". E questa formazione era assai lungi dal compiersi, e anzi non era neppure avviata, e piuttosto pareva che s fosse sviata. Gli uomini stessi, che mafieggiavano la cosa pubblica, non andavano esenti da sospetti; il patriottismo, di cui traevano vanto, era un patriottismo veramente puro? Troppi "patrioti" avevano trovato il loro tornaconto in quella sorta di speculazione: avevano "fatto l'Italia" (si satireggiava volgarmente) "per poi divorarsela". E quelle benemerenze patriottiche erano sempre reali o non, assai spesso, gonfiature e menzogne? Si cominciava a sorridere delle "camicie rosse" e dei loro cortei: quante di quelle camicie rosse coprivano petti di guerrieri? Il Garibaldi appariva un povero cervello con le sue lettere e i suoi discorsi sconclusionati, e si circondava di gente equivoca, e aveva accettato una dotazione sul bilancio dello stato, col pretesto che, rifiutandola dai reazionari della Destra, poteva riceverla dai progressisti e repubblicaneggianti di Sinistra; e i clericali gli avevano mutato il nome da "eroe dei due mondi" in "eroe dei due milioni". Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione del Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl'ingiusti accusatori, ma anche con l'ombra che sempre lasciano queste cose. Il Crispi aveva dovuto dimettersi da ministro, perch tacciato di aver abbandonato la donna che gli era stata compagna nell'esilio e nei travagli, e di aver commesso bigamia. Il Depretis si era procacciato la nomea di cinico, curante solo di mantenersi al potere, ricorrente a tutte le arti della corruttela: egli aveva convertito la Camera (dicevano i pi temperati) "in un vasto Consiglio provinciale, in cui ogni deputato rappresentava il suo collegio, e il governo solo pretendeva rappresentare la nazione". Il livello del governo d'Italia "si abbassava ogni giorno pi (diceva lo Spaventa) sotto quello medio dei governi e delle amministrazioni civili di Europa": alla fine, ci si sarebbe trovati con "istituzioni decrepite e disfatte". Segno di questo discredito gettato sulla vita pubblica italiana fu l'ascolto, il credito, il plauso, il sguito che ottennero triviali censori e cervelli squilibrati, il tribuno Coccapieller, che pubblicava un suo foglio, l'Ezio II, e tra l'82 e l'86 fu eletto pi volte deputato di Roma, e il professore Sbarbaro, del quale il giornale Le Forche Caudine era letto avidamente negli stessi anni, e che anch'esso dal favore del pubblico e degli elettori fu liberato dal carcere e mandato alla Camera nel 1886. I libri sulle condizioni dell'Italia, dovuti spesso a uomini di dottrina ed intelletto e pieni di ardore del bene, il Cantalupi, il Turiello, il Mosca, il Siliprandi, avevano tinte nerissime e lasciavano presagire il peggio. Anche la letteratura veristica ritraeva sotto quell'aspetto la vita pubblica, come pu vedersi in certi romanzi del De Roberto, del Rovetta e di altri.
Ci che acuiva la coscienza d'inferiorit e d'impotenza, e accresceva lo sconforto, era l'insistente confronto con le condizioni di altri popoli e stati, e specialmente con la Germania, che quasi al tempo stesso dell'Italia aveva scosso l'egemonia dell'Austria e si era composta a unit: la Germania, ammirata dai Minghetti, dai Sella, dagli Spaventa, dagli studiosi e scienziati, dai filologi e giuristi e fisici e fisiologi e altri insegnanti di universit, dai militari, dai tecnici, e della quale si proponevano in esempio le opere e si imitavano gl'istituti e i metodi e si accoglievano i concetti, com'era naturale e giovevole, sebbene non altrettanto naturale e non altrettanto giovevole fosse l'imitazione a volte di cose sue non buone o non adatte al nostro popolo, e alquanto puerile la superstizione per tutti i suoi libri, anche i pi mediocri, e la congiunta credenza che essa sapesse tutto bene, e perfino, si diceva, le cose nostre meglio di noi. Anche il suo "stato di diritto" parve un gran progresso e quasi l'ultima parola della scienza politica, laddove tale certamente non era nello svolgimento della vita politica europea, e per di pi si legava a condizioni affatto particolari della Prussia. Ma quale differenza tra le due gemelle della recente storia europea! Quanto fervore e quanta energia in Germania, e compitezza d'istruzione nel suo popolo e sentimento di disciplina, e laboriosit indefessa, e avanzamento rapidissimo e incessante in ogni campo dell'industria non meno che del sapere, quanta fiducia e quanto ardimento! Quale pigmeo, l'Italia, a paragone di quel gigante! E s'insinuava un dubbio umiliante, un dubbio che presso molti si cangiava in triste certezza, e che era effetto di immaginazioni che la boria tedesca e la sua filosofia e storiografia avevano foggiate e coltivate, dando ad esse armatura di verit scientifica documentata e comprovata. Non era l'italiano un popolo che gi da secoli aveva recitato la parte sua nella storia del mondo, un popolo vecchio anzi decrepito, a cui il sogno e l'audacia di pochi individui avevano ridato qualche superficiale guizzo di vita, e che dalla fortuna era stato ritinto a popolo moderno, ma sotto quella vernice di modernit mal celava l'interno fracidume, il quale veniva fuori ora che si era dissipato il fumo degli entusiasmi e delle illusioni? La libert era nata nelle selve di Germania, e popoli davvero liberi potevano essere soltanto quelli di razza germanica, che avevano saputo staccarsi da Roma e compiere la riforma religiosa. Ai popoli di razza latina conveniva la soggezione spirituale alla Chiesa romana e, nella politica, in penosa altalena, ora l'ordine dell'assolutismo, ora il disordine della demagogia. Il mondo moderno non si apriva pi innanzi a loro, campo di azione e d'impero, scettici com'erano in religione, fiacchi nel sentimento dello stato, nell'opera del pensiero, perfino nella freschezza e originalit della poesia: buoni, tutt'al pi, a far da graeculi nella nuova Europa. E se pur la Francia, per la sua antica e salda costituzione unitaria, e per quel tanto di sangue germanico che le era corso nelle vene, aveva pesato nella politica e nelle guerre europee e dominato nella cultura, e ancora non poteva considerarsi quantit trascurabile quale sarebbe fatalmente diventata via via, tale era da tenere l'Italia, che mal si reggeva sulle gambe: l'Italia, che attirava bens i visitatori, e gli studiosi, ma come un museo, del quale si guardano le statue e i quadri e non i custodi. Erano coteste teorie e conclusioni conosciute in Italia dagli addottrinati, che non sapevano confutarle o le confutavano in modo malcerto e procurando di scacciare una falsa scienza con una non buona rettorica; e, in fondo, molti si sentivano tratti a consentirvi e se ne attristavano. Ma qualcosa ne penetrava anche fuori della cerchia dei dotti, e si diffondeva in comune convincimento, onde si ripeteva assai di frequente il detto: "noi siamo un popolo troppo vecchio", anche da quelli che non ne sapevano l'origine e non si rendevano pieno conto del velen dell'argomento.
Qualche rara voce protestava talvolta contro il pessimismo dei correnti giudizi recati dagli italiani sulle cose italiane: tra le quali voci  da notare quella di una inglese, che aveva partecipato alla spedizione dei Mille e si era fatta italiana, la White Mario, e che, sebbene di parentele ed amicizie fosse stretta agli oppositori di tutti i governi che si erano succeduti dal 1860, non resse all'offesa verit e volle, col lume del buon senso e della elementare giustizia, fugare le fantasime orrende che ad altri piaceva evocare e intrattenere. E disse con molta semplicit che, se il Risorgimento italiano era stato un'assai bella "poesia", la "traduzione in prosa, fattasene dopo il '70, era pure "traduzione fedele allo spirito dell'originale"; e not il gran cammino che l'Italia aveva percorso dal 1848 al 1888, e pass a rassegna la serie degli avanzamenti nel costume e nel sentire, e l'accresciuta cultura, e la diminuita superstizione, e il matrimonio civile, e la leva militare, a cui nessuno pi ripugnava, e le casse di risparmio e le cooperative, e le scuole popolari, e via discorrendo; e ramment che, se l'Italia aveva le sue piaghe e i suoi pericoli, la Germania del Bismarck era costretta a imporre la pace all'Europa minacciandola con pi milioni di soldati, e invano si sforzava di premere nel suo seno il socialismo irrompente, che l'Inghilterra non riusciva a sciogliere il problema dell'Irlanda spopolata dalla carestia e dall'emigrazione, che la Francia, dopo aver sofferto l'onta del secondo Impero ed esserne uscita vinta e mutilata, si agitava inquieta, priva di alleati e di amici. E altro si potrebbe dire ora da noi, e che quelle teorie sulla vecchiaia dei popoli latini e dell'italiano in ispecie, e sulla incapacit di esso alla libert e al produrre originale erano stoltezze, non fondate n in filosofia n in istoria: e che l'aforisma del D'Azeglio valeva poco, perch non c'era un'Italia fatta e gli italiani da farsi, ma l'Italia si faceva con gli italiani e questi con quella; e che, nel tirare i conti, si esageravano le partite dei mali e si omettevano quelle dei beni, e che molti di quegli asseriti mali erano falsi allarmi per effetto di errati giudizi o per troppo amore e desiderio, e altri erano comuni a tutti i popoli e a tutti i tempi, generali debolezze umane, che non si comprende perch si pretendesse che non dovessero esservi in Italia, e a quel tempo; e che, in pratica, se i fatti erano inferiori agli ideali, anche il male era spesso inferiore alle apparenze, e i deputati, nella loro opera politica, si dimostravano assai meno dipendenti dai privati interessi dei loro elettori, e perfino con certi loro maneggi giovavano a scansare il peggio, pagando il pretium emptae pacis; e che altre accuse amplificavano cose piccole e individuali, perch, per esempio, la moralit degli uomini di governo in Italia, di quelli di Sinistra come di quelli di Destra, fu, salvo rarissimi casi, irreprensibile, e tutti essi osservarono sempre un assai semplice costume e non lasciarono mai ricchezze agli eredi; e, infine, che la maggior parte delle sdegnose e dolorose asserzioni che si udivano non avevano contenuto logico, ma soltanto psicologico, come voci e gridi e gemiti degli sforzi che si compiono nell'azione. La vivace e pungente coscienza dei mali era gi per s stessa segno che quei mali venivano sempre in qualche modo contrastati e combattuti, e spesso anche validamente vinti o raffrenati, come comprova l'azione nel suo aspetto conclusivo e positivo, ossia quel che si  in precedenza esposto dell'opera compiuta dagli italiani, in quel periodo, nelle varie parti della vita politica, economica e civile.
Pure, quel pessimismo, per ingiustificato che fosse e non resistente alla critica, era anch'esso un fatto, una condizione di debolezza, che non va trascurata. Con immagine opposta a quella del "popolo vecchio" si soleva anche dire che l'Italia era una "nazione giovane" o uno "stato giovane", e la gracilit e le malattie dell'adolescenza non si possono negare nell'Italia di quel tempo. Le sue libere istituzioni non avevano dietro di s una lunga storia, di varie prove e di molteplici travagli e vicende, ed erano state ottenute tutto in una volta, come l'invocata grazia di un'abbondante e benefica pioggia; onde la non piena consapevolezza del loro pregio e del lavoro che chiudevano in s, nonostante che gli anziani rimbrottassero i giovani ignari di "quanto esse erano costate", e profetassero di possibili pericoli di "reazioni" o di "dittature alla messicana". Le nuove generazioni dimenticano facilmente le esperienze di quelle che le hanno precedute, e la tradizione di certe verit non si stabilisce nei popoli se non dopo ripetuti e gravi e memorabili casi. Poich, per intanto, quelle istituzioni non vacillavano e davano il modo di vivere e operare sicuri, pareva innocuo trattarle come cose senza importanza, e anche metterle in burletta, e intorno ad esse mancava il sentimento religioso, l'horror sacer, e solo qualche spirito profondo si mostrava geloso di quanto le potesse anche in minima parte ferire, facendo questione circa la correttezza e costituzionalit di questo o quell'atto e procedimento. Correva, naturalmente, anche in Italia il vezzo di schernire il parlamento e i troppi discorsi dei deputati, e, nel ripetere siffatti triviali giudiz, prendere aria di fastidio o rimpiangere i tempi nei quali si andava per le spicce e non ci si lasciava soffermare dalle chiacchiere. Del pari, per insufficiente esperienza e conoscenza, per non aver inteso la differenza tra schema giuridico e concretezza storica, per astrattezza di ideali, l'opera delle minoranze dirigenti, che effettivamente tengono e tirano i fili delle azioni e governano, e le passioni e gli interessi privati che concorrono nei pubblici e che somigliano a metallo di qualit inferiore che fa lega con l'oro e lo rende adoperabile, venivano interpretati, invece, come la brutta realt, e l'unica realt, nella bella illusione; e al pessimismo di tale inaspettata e male interpretata scoperta seguiva la disposizione a prendere il mondo come viene, ad accomodarsi, a fare come fanno gli altri, cio come si crede che facciano gli altri, e come fa il volgo, il che si spingeva fino a una sorta di cinismo. I vecchi notavano con ribrezzo questi segni di cinismo, rimpiangevano il diverso sentire dei loro tempi, ammonivano e scongiuravano i giovani di pensare all'Italia e di scacciare le basse voglie e smettere le utilitarie tendenze e innalzare gli animi. Ma i giovani sorridevano spesso dei vecchi, come di gente candida che si era nutrita di credenze dottrinarie e di costruzioni fantastiche, e avevano l'aria di chi la sa lunga, e non ricusavano gi di continuare nell'uso della convenzionale fraseologia di "libert" e "popolo" e "patria" e "progresso" e "democrazia" e "indipendenza delle nazioni" e simili, ma mirando attraverso di essa, che era una fraseologia, al pratico e al solido. Perfino nel mondo letterario si ebbe allora un caso che doveva dar da pensare: l'azione che tra il 1882 e il 1886 al tempo stesso dei Coccapieller e degli Sbarbaro, esercit in Roma l'editore Sommaruga, coi suoi libri, giornali e altre imprese, immoralista coi romanzi e le novelle, ultramoralista con le Forche caudine, di cui si fece editore, pronto a tutto ci che potesse avere profittevole "successo". Era assai mista la compagnia che si raccolse intorno a lui, e vi comparve il Carducci, da lui allettato con le belle edizioni e che fu uno dei suoi autori; ma, nel generale, quella societ e le tendenze letterarie e morali che manifestava, rompevano affatto con la tradizione del mondo letterario del Risorgimento, con l'editoria, poniamo, di un Barbra, e davano a vedere spiriti rapaci, indifferenza per il sacro di ogni sorta, risolutezza a godere in qualsiasi modo e farsi innanzi e pervenire con qualsiasi mezzo, superiorit schernitrice verso chi avesse diverso animo e tenesse diversa strada. Nel circolo del Sommaruga fu accolto, e da quell'editore ebbe sostegno e divulgazione, il giovanissimo Gabriele d'Annunzio, col quale rison nella letteratura italiana una nota, fin allora estranea, sensualistica, ferina, decadente, chiarissima anche in quelli dei suoi primi versi e delle sue prime prose che imitavano le forme del Carducci e dei veristi. Si preannunziava nelle fantasie l'eroe voluttuario Andrea Sperelli, che doveva schiudere il fondo della sua anima, definendo i soldati italiani caduti a Dogali, quel primo sangue italiano versato in guerra dopo anni di pace e pel quale tutta l'Italia patriotticamente dolorava e chiamava vendetta: "quattrocento bruti, morti brutalmente".
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4. LA POLITICA ESTERA. 1871 - 1887.
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Il generale pessimismo degli italiani sulle cose della loro patria si ripiegava sopra di s pi sconsolato e amaro per la conferma che pareva venirgli dal corso della politica estera dopo il 1876, dal poco o niente che l'Italia contava nel mondo, e dai danni e dalle beffe - cos si diceva - che regolarmente le toccavano a ogni suo atto o desiderio.
La serie delle mortificazioni era, per questa parte, cominciata alcuni anni innanzi, dalle sciagure della guerra del 1866, le quali fecero cadere di colpo la fiducia e la quasi baldanza che per le imprese del '59 e '60 l'Italia aveva acquistata delle proprie forze. E quando si vogliano intendere taluni riposti motivi della vita italiana nel cinquantennio che precesse la guerra mondiale, e anche alcuni aspetti della sua partecipazione a questa guerra, non si deve perdere di vista che l'Italia portava nel petto, sempre bruciante, la piaga di Custoza e di Lissa, e sempre sognava di cancellare quell'onta, e pur dubitava della fortuna e di se stessa. I popoli sono fatti cos, e cos saranno fino a quando ci saranno guerre e battaglie, e leggende ed epopee s'intesseranno sopr'esse, che li preparino alle nuove guerre e battaglie. Quanto impeto, quanta sicurezza, quanto generoso entusiasmo, quanto giubilo, nel 1866, all'annunzio dell'attesa e bramata guerra contro l'Austria per la liberazione del Veneto! E tanto pi gravi furono gli effetti della delusione, i quali risvegliavano i giudiz appena sopiti intorno allo scarso fulgore delle virt guerriere degli italiani nei secoli della storia moderna, dalla discesa di Carlo ottavo in poi, o addirittura dalle invasioni barbariche, intorno alla povert loro di glorie militari, di cui essi molto si affliggevano e che gli stranieri non lasciavano di rammentare con pungenti detti. Questa gloria, ora che erano tutti uniti, neppure avevano saputo acquistare, essendo stati battuti, per terra e per mare, da un nemico inferiore di forze, mentre l'alleata Prussia l'acquistava grandissima, foriera di altre maggiori, e vinceva la guerra e concludeva l'armistizio senza curarsi dell'alleata di cui sprezzava l'inettezza e perfino osava sospettare la lealt; sicch il Veneto non veniva ceduto direttamente dall'Austria all'Italia, ma come donato da Napoleone terzo, a cui l'Austria ne aveva fatto consegna. Pareva quasi dimostrato che ci fosse, per questa parte, nella natura degli italiani, un difetto o un limite invincibile: il qual pensiero era, senza dubbio, uno dei soliti giuochi d'immaginazione e di fantastiche interpretazioni storiche, ma pur tormentava. Anche le imprese del '59 e '60 si scolorirono per l'ombra gettatavi dai nuovi casi; e si venne riflettendo che si era vinto allora con l'aiuto potente della Francia, e non il popolo italiano ma solo il piccolo esercito piemontese e alcuni manipoli di volontar avevano combattuto la guerra nazionale; e che il Garibaldi si era trovato di fronte l'esercito del re delle Due Sicilie, anch'esso tutt'altro che adorno di lauri guerrieri, e che il sangue versato era stato poco: correggendo cos le esagerazioni di un tempo con esagerazioni in senso opposto, e non considerando che le battaglie valgono non solo per il numero dei combattenti e per la grandezza delle stragi, ma anche per il significato che esprimono e la qualit di coloro che vi partecipano. Poi sopravvenne la guerra franco-germanica, nella quale fu saggezza, ma nient'altro che saggezza, starsene in disparte; e a quelli che prima di altri seppero dimenticare Mentana e le vantate meraviglie compiute col dai fucili francesi contro i volontari italiani, parve, checch si argomentasse, non bello che l'Italia non andasse in aiuto della sorella latina; n il rimorso di questo mancato ricambio di aiuti venne acchetato dall'intervento del Garibaldi coi suoi, che era per la causa repubblicana mondiale e non per quella francese. Lo schiacciamento, che segu, della Francia da parte delle genti germaniche, e l'esegesi storico-filosofica che ne dettero i pensatori e professori d'oltre Reno, sembrarono avvolgere nel funebre sudario tutte le razze latine: la battaglia di Sdan prendeva l'aspetto di una nuova finis Romae. Vero  che, tra le fortune di quella guerra, si era entrati nell'urbs aeterna, nella capitale del destino; ma in qual modo? Profittando delle vittorie e delle sconfitte altrui, quasi di furto; come cantava il Carducci nel canto dell'Italia che sale al Campidoglio:
Zitte, zitte! Che  questo frastuono
al lume de la luna?
Oche del Campidoglio, zitte! Io sono
l'Italia grande e una...
E della lode di saggezza, di prudenza e di abilit dovette contentarsi l'Italia, e sopr'essa fondare la sua reputazione: come uno che proceda grave e lento e dignitoso non per altro che per avere inferme le gambe; ma anche questa dubbia lode le venne meno per effetto della nuova guerra, quella russo-turca, e dei maneggi del congresso di Berlino, dal quale tutte le potenze europee uscirono con ingrandimenti territoriali o con altri vantaggi, e la vicina Austria occup la Bosnia-Erzegvina, laddove l'Italia non ottenne neppure quello che per giusto compenso di tale occupazione chiedeva, il Trentino, quel lembo di terra italiana, nel quale gi si era avanzato il Garibaldi nella campagna del '66, e invece scapit nella reputazione di saggezza, e fece persino ridere alle sue spalle. "Come mai l'Italia pretende a un acquisto di territor? - diceva un diplomatico russo al Bismarck. - Ha forse perduto qualche altra battaglia?". Ulteriore conseguenza del congresso di Berlino fu il veder bruscamente troncata un'altra speranza italiana, quella della Tunisia, che  di fronte alla Sicilia, che i suoi figli avevano quasi colonizzata, e che pareva spettarle come campo di attivit nell'Africa e per la stessa sua sicurezza nel Mediterraneo, ma che, invece, nel 1881 le fu portata via dalla Francia, la quale si era procurato un consenso delle altre potenze, e procedette senza complimenti e con cos sfacciato pretesto di voler soltanto respingere dai confini dell'Algeria le incursioni e i fastidi della trib dei Krumiri, che suon come uno scherno. Eppure l'Italia non pot se non sdegnarsi e agitarsi e gridare, non essendo nemmen da pensare, isolata com'essa era e col Papa implacabile nemico, a una sua guerra contro la Francia; e, per giunta, dov tollerare le insolenze francesi e la caccia data in Marsiglia ai lavoratori italiani!
Intanto, le mal consigliate e impotenti agitazioni irredentistiche avevan portato a un pelo, nella pasqua del 1880, da un'irruzione dell'Austria in Italia, con l'assenso della Germania, che non aveva nessuna ragione di risparmiare l'Italia, la quale, nonostante tutto, non si risolveva a passare tra gli avversari della Francia, sempre legata verso questa da simpatie e speranze di buona intesa ed amicizia, e quando appunto il Bismarck aveva chiuso la sua lotta con la curia di Roma e le avrebbe lasciato ripigliare, se le riusciva, il dominio temporale. Svanito questo pericolo, soprattutto per l'avvento dei liberali al governo dell'Inghilterra e per la caduta del Disraeli, che favoriva Austria e Papa, all'Italia, dopo la scossa ricevuta per gli avvenimenti di Tunisi, e il senso da cui fu presa del suo isolamento, e le rinnovate insidie papali, non rimaneva se non ingoiare l'amaro calice, rinunziare alle vie segnate dalla tradizione liberale e trattare con le potenze conservatrici dell'Europa centrale. E furono trattative non molto grate all'amor proprio, perch essa si trov costretta a dar prova di buona volont, mandando, al cenno del Bismarck, il suo re in visita a Vienna, a una visita che poi non fu restituita, non potendosi, per le note ragioni, dall'imperatore d'Austria restituirla in Roma, e non volendosi ormai dagli italiani riceverla in altra citt; e si ud in quei giorni dal Kllay, in un discorso alla delegazione ungherese, che la visita era avvenuta nell'interesse dell'Italia, non avendo l'Austria-Ungheria "niente da chiedere a lei e niente da temerne"; e a stento le venne fatto di sottrarsi, nel trattato che si concluse di alleanza difensiva, il primo trattato della Triplice del 20 maggio 1882, a impegni che le si volevano imporre di politica interna conservatrice o reazionaria, dei quali, per altro, rest qualche traccia nei preliminari del trattato. L'amor proprio italiano non trov molti riguardi nel Bismarck, che prima adoper svariati mezzi di pressione e minaccia, e poi si lasci andare a dire che non faceva molto assegnamento sulla forza dell'Italia, ma che gli bastava un bersagliere italiano sulle Alpi per distornare, in caso di guerra, una parte dell'esercito francese dalla frontiera orientale; e gli storici-filosofi tedeschi, col consueto poco senso di opportunit, volendo accompagnare la prosa del Bismarck con la lirica delle idee, non mancarono di parlare dell'antico amore onde la gente germanica si sentiva attirata verso la terra del sole: il che, dati i precedenti storici, era come un ricordare lo sviscerato amore del lupo verso il bianco grazioso agnello. Il trattato stesso, non negoziato in buone condizioni, perch troppo sollecitato da una delle parti, l'Italia, in quel momento assillata da timori, la impegnava assai pi in vantaggio altrui che non impegnasse le altre due potenze, la Germania e l'Austria, in vantaggio suo, non dandole esse alcuna assicurazione per eventuali mutamenti n nella penisola balcanica n nel Mediterraneo. E questo si vide subito, pochi mesi dopo, quando l'Italia ebbe dall'Inghilterra invito di cooperazione militare in Egitto e di occupazione dei possedimenti che intendeva sgombrare lungo il Mar Rosso, e non pot accettarlo, non tanto perch non le bastassero le forze terrestri e navali, e non solo per il rischio di ogni societ coi troppo potenti, e neppure per l'avversione del sentimento umanitario italiano contro gl'inglesi dopo il bombardamento di Alessandria, ossia per tutte queste cose insieme, ma anche perch le alleate dell'Europa centrale seguivano altra linea in quella questione e non l'avrebbero sostenuta in contrasti che ne sarebbero sorti con la Francia, dalla quale, d'altra parte, l'economia e la finanza italiana ancora assai dipendevano. Qualche anno dopo, l'Italia accolse un'altra istigazione inglese, e occup Massaua; ma quale concetto la portasse a quest'impresa non si riusc a veder chiaro, e, se un concetto vi fu, venne certo frustrato dagli eventi; e la prima spedizione fu accompagnata da prove di singolare insipienza, onde rimasero famosi i pesanti cappotti dei soldati che andavano sulle spiagge ardenti del Mar Rosso, e l'istruzione data dal ministro della guerra allora comandante di fare nel caso, nientemeno da Massaua, "una punta su Kartum". L'occupazione di Massaua, estesa verso l'interno, involse l'Italia, senza alcun suo sperabile profitto, in una guerra col solo stato militarmente forte dell'Africa, con l'Abissinia; e, nel 1887, si ebbe un primo disastro coloniale, con la sorpresa e distruzione della colonna del De Cristoforis a Dogali, per opera delle bande di Ras Alula.
 questo il quadro della politica estera italiana in quel periodo, come fu dipinto dagli affetti e come rimane nelle memorie e si legge nelle storie; ma, come altri simili, che abbiamo rievocati o dovremo rievocare, non  un quadro storico, che richiede anzitutto l'allontanamento degli affetti o, per dir meglio, l'assoggettamento di essi al giudizio. Il vero  che, nel 1870, mentre l'Italia portava a compimento la sua unit con l'acquisto della capitale, la politica europea mutava indirizzo, gli ideali che l'avevano guidata sin allora si dissolvevano o prendevano un temporaneo ma lungo riposo, e, come scrisse il De Sanctis nell'ultima pagina della Storia della letteratura italiana, che allora appunto egli terminava, pareva come se, "formata l'Italia, si fosse sformato il mondo intellettuale e politico, da cui essa era nata". Se si voglia rivedere quel mondo coi suoi vivi colori, si ripercorrano i giornali e le litografie e le altre stampe figurate degli anni intorno al 1860 e si ripensi a qualche composizione poetica come i Sette soldati dell'Aleardi e a qualche episodio come l'addio che, nel gennaio del '61, dettero i volontari illirici, croati, serbi, dalmati e montenegrini dell'esercito garibaldino, in nome delle nazionalit ancora oppresse, ai loro commilitoni italiani, "le cui vittorie nel Mezzogiorno d'Italia facevano balzare ogni nobil cuore sulle rive del Danubio e della Sava". L'imperatore Napoleone terzo, quale che fosse la parte da lui rappresentata nella politica interna della Francia, aveva nella politica estera continuato lo spirito delle rivoluzioni liberali, asserendo con forza il principio di nazionalit, quasi a correggere l'errore commesso per questa parte dal primo Napoleone. Ma, nel 1870, Napoleone terzo era sopraffatto e sostituito dal conte di Bismarck, che rappresentava non gi la "politica realistica" (rappresentava anche questa, contro i romantici alla Federico Guglielmo quarto e i democratici sognatori alla Mazzini, e non certo contro un Cavour, sommamente realistico e non punto a lui inferiore in diplomatica genialit), sibbene quella reazionaria del governo semiassoluto e burocratico, col vecchio re e col vecchio Dio, pi o meno biblico. Tale il significato specifico della "forza", di cui egli parlava, ossia non la forza che  di ogni politica seria, ma la forza degli antichi regimi e degli antichi istituti e costumi e dei loro uomini, signori di spiriti e costumi feudali e soldati del re e dell'imperatore. Senonch (e qui stava il punto nuovo e originale del suo carattere e del suo pensiero) la sua etica avversa all'etica liberale, straniera agli ideali della societ moderna, operava con franchezza il congiungimento con l'economia del mondo moderno, con la tecnica, l'industrialismo, il commercio, la banca, l'espansione illimitata, la scienza promossa, l'istruzione diffusa, e perfino col suffragio universale e col socialismo nella forma di leggi sociali o socialismo di stato. Ci dava al sistema da lui inaugurato una forte presa sul mondo moderno, tanto che in molte sue part fu riprodotto in Inghilterra dal Disraeli, conservatore a lui affine, ed ebbe efficacia in ogni paese, generando una nuova disposizione degli animi e un nuovo fare e un nuovo linguaggio. Finanche un Gambetta, nel 1876, professava la rinunzia da parte della recente ricostituita Repubblica francese al cosmopolitismo e al proselitismo, e con ci l'implicito ritorno alla ragion di stato di prima della rivoluzione dell'89. La fede nei trattati era resa mal sicura per la sottintesa clausola che la loro validit durava finch convenisse; la lealt dei negoziati, dal sospetto per il metodo ammesso delle trattative dilatorie. I plebisciti per le annessioni, cari a Napoleone terzo, venivano rigettati anche nel loro ufficio di finzioni giuridiche o di atti simbolici; e il Bismarck diceva brutalmente che gli era indifferente che gli alsaziani e i lorenesi amassero o no i tedeschi, perch l'annessione di quelle terre era per la Germania una necessit geografica. I problemi di nazionalit, non risoluti prima del 1870, non furono risoluti nei decenn che seguirono: il "gran lavoro della ricostituzione delle nazionalit" (come avvertiva il Crispi nella Camera italiana) aveva avuto, con quell'anno, "una sosta". Il sistema bismarckiano rispondeva agli interessi e alla psicologia degli uomini d'affari, perch lasciava prorompere e potenziare l'impeto produttivo della ricchezza.
Ora questo indirizzo, a cui inaspettatamente si volgeva la politica europea, era una realt di fatto che l'Italia non aveva essa creata e che anzi, se fosse stato per lei, non avrebbe mai messa al mondo, con l'opera della sua mente e del suo volere, e alla quale la sua anima repugnava. In molte parti di Europa l'apparizione del bismarckismo aveva suscitato orrore e terrore; ma forse in nessuna quanto in Italia. Gli articoli dei giornali e le lettere di quegli anni dei nostri uomini politici ne offrono copiose testimonianze. Il Bonghi, nel momento in cui la Francia era a terra premuta dal ginocchio del vincitore, scriveva nella Nuova Antologia: "Davanti a questo eccesso d'uso della forza si vede tutta l'Europa allibita e dall'acre interesse di ciascuna nazione spezzato il consorzio morale di tutte"; e, in quegli stessi mesi, esaminava in un suo saggio il "bismarckismo", merc cui "l'idea della forza, che avevamo lavorato durante cinquant'anni a soggettare all'idea del diritto, ci si  rizzata dinanzi colla beffa sulle labbra, e ci ha chiamati bambini, e ci ha mostrato coi fatti che le avevamo opposto una fantasima"; e metteva in contrasto l'astuzia e il sogghigno e la prepotenza del Bismarck con l'equit del Cavour, che aveva ceduto la Savoia e Nizza alla Francia per dimostrare come "il diritto delle nazioni dovesse aver luogo di effettuarsi nella societ europea, non per turbare durevolmente tutti gli stati, ma per costituirli stabilmente"; e finiva col negare allo statista tedesco vera grandezza, augurando che presto, di sotto l'"abilit fortunata" di lui, venissero messi a nudo "lo spirito volgare e l'uomo funesto". Altri, leggendo le condizioni di pace dettate alla Francia, non poteva non pensare che "le massime sulle quali si fondavano le pretensioni della Germania erano quelle medesime per le quali l'Italia fu sempre calpestata e taglieggiata dagli stranieri"; e altri, come il Cialdini, avvedendosi dell'accordo del Bismarck col cancelliere Gortchakoff, temeva per l'Italia dall'unione delle due potenze reazionarie dell'Europa. Non meno del sentimento morale era offeso il sentimento politico da quella mutilazione inflitta alla Francia di due sue provincie, consigliata da militari intelligenti al Bismarck, la quale rendeva precaria la pace europea. Ma, per riprovevole che fosse giudicato lo spirito bismarckiano, per ingrato che apparisse l'aspetto che prendeva la societ europea, per malsicuro che si sentisse l'avvenire, non c'era possibilit di cangiare quella politica: la vittoria della Germania, la costituzione in grande stato di un gran popolo, il vigore che questo spiegava in ogni sorta di attivit, la consacravano. Il Sella scorgeva il lato, se non bello, sublime di quanto era accaduto; e ammirava questi uomini della forza, questi "uomini e popoli fatali, che nessuno arresta", e che erano quasi il rovescio degli italiani, nei quali di solito "predomina il sentimento". I pi non ammiravano, ma riconoscevano la nuova situazione che si era formata, la nuova regola di giuoco che si doveva osservare, piegandosi ad essa non senza tristezza, e con la speranza nel cuore che non sarebbe durata sempre o a lungo. "L'Europa - diceva il Visconti-Venosta -  diventata un campo militare; passati sono i tempi del Cobden e di Henry Richard, e non trovano pi base loro ragionamenti, che supponevano uomini pacifici e ragionevoli: aspettando che tali essi ridiventino alla fine del secolo ventesimo, bisogna cercare di non esser divorati nel decimonono". Ma c'erano anche non pochi, specie tra gli uomini che non avevano la responsabilit degli affari, specie tra i giovani, che non si rassegnavano al fatto, non ammettevano il bismarckismo e coltivavano i generosi concetti dei loro padri, il diritto dei popoli all'indipendenza e alla libert, il dovere di aiutare gli oppressi; e i loro animi furono a volta a volta commossi e sdegnati e infiammati dalle stragi bulgare e armene, e dalle dolorose sorti di tutti i popoli cristiani dominati dai turchi, e da quelle del popolo polacco e del russo, gementi sotto l'autocrazia degli czar, e delle nazionalit tenute strette dall'Impero austro-ungarico; e gli italiani che si erano gi battuti per la Grecia, per la Spagna, per la Polonia ebbero i loro ultimi successori nei volontar, che accorsero negli anni dipoi a Creta, in Grecia e in Serbia.
Come avrebbe dovuto comportarsi l'Italia in un mondo cos profondamente mutato nelle azioni e nello spirito? Allora e poi le venne pi di una volta posto dinanzi l'esempio dei piccoli stati neutrali e l'immagine della loro felicit. "L'Italia - diceva un belga al Minghetti, - separata dal resto del continente da una frontiera geografica mirabilmente netta, l'Italia, alla quale nessuno dei suoi vicini pensa a togliere una provincia o il minimo pezzo di territorio, perch vi si oppone il principio di nazionalit generalmente ricevuto, l'Italia che tutte le nazioni amano come la seconda madre della nostra civilt, l'Italia non avrebbe niente da temere da alcuno se si contentasse di una posizione simile a quella della Svizzera o del Belgio, che  la pi favorevole alla sicurezza e alla prosperit delle nazioni. Perch si lascia trascinare ad alleanze compromettenti e pericolose, che possono un giorno costarle assai caro?". Ma il Minghetti gli rispondeva che "un gran paese non pu chiudere in questo modo la sua attivit in s stesso. Il bisogno di espansione della giovinezza, se non gli si aprono talune grandi prospettive, si inacidir, si volger in corruttela e in malcontento. A parere di un membro ragguardevole del parlamento inglese, bisogna lasciar cuocere gli egiziani nel loro sugo. Vi confesso (concludeva il Minghetti) che, pel mio paese, un avvenire simile non mi sorride: lo stufato potrebbe sentir di bruciato". E, in effetto, il proposito dei politici della Destra non si orientava in niun modo verso quell'ideale di astensione e di quieto vivere, tuttoch, nella condizione che si era andata formando dopo la guerra del 1870, si sentisse la convenienza di frenare le aspirazioni e ambizioni italiane, rimandarle all'avvenire e ottenere per intanto quello che si poteva, senza attizzare peggio il fuoco che covava in Europa. Vittorio Emanuele aveva avuto nel 1875, a Venezia, un calmo scambio di idee coll'imperatore Francesco Giuseppe, che gli aveva fatto notare, circa le frontiere italiane, che, quanto a Trieste, si trattava di questione non austriaca solamente ma germanica, e che solo un bouleversement gnral poteva darla all'Italia, ma che, quanto a un altro punto della frontiera, cio il Trentino, poteva venire il momento che l'Austria, per ampliamento di dominio altrove, fosse in grado di cederlo amichevolmente.
L'atteggiamento prudenziale fu messo alla prova durante la preparazione e il corso della guerra russo-turca e del congresso di Berlino. Il Visconti-Venosta, negli ultimi mesi del governo della Destra, lo aveva riaffermato, partecipando all'accordo delle potenze circa l'integrit da rispettare dell'impero ottomano e il miglioramento da esigere nelle condizioni dei popoli in esso compresi. Il governo del Depretis, nel cui tempo si combatt la nuova guerra d'Oriente e l'accordo delle potenze venne meno, stette guardingo a non prendere impegni di sorta, e rifiut gl'inviti che gli vennero dall'Inghilterra e dall'Austria per intese, temendo che potessero trascinare l'Italia in guerre, dalle quali il giovane stato, in pieno processo di assodamento, doveva tenersi lontano, in guerre per interessi non suoi o non vitali o non urgenti. Adott cos la politica che si disse della "libert dagli impegni" e delle "mani nette", che era pure una politica, e anzi la sola che le condizioni generali dell'Europa e particolari dell'Italia consigliassero; e questa fu attuata dal Corti (uomo di Destra, come di Destra erano quasi tutti i diplomatici nostri di allora), ministro degli esteri nel gabinetto Cairoli, che rappresent l'Italia al congresso di Berlino. E tutti gli spiriti equi, allora e poi, giudicarono savia e buona questa politica, e nessuna persona di senno ne avrebbe non solo tentata col fatto, ma neppure disegnata un'altra diversa. La taccia, che si dette per questa parte ai governanti d'allora, fu altra; che essi, dopo averla adottata, ne guastassero l'effetto morale, e nocessero all'autorevolezza e dignit dell'Italia, col mescolarvi o lasciare che vi si mescolassero motivi d'altra sorta, con parer di farla contro voglia e mostrando il broncio per quello che pure conveniva accettare e si accettava, col rimanere, per questa disposizione d'animo, fuori delle intelligenze che prendevano tra loro le potenze e che si strinsero senza nostra saputa, col non por fine risolutamente alle manifestazioni popolari contro l'Austria e alle agitazioni dell'Irredenta, la quale, formatasi allora, provoc una naturale reazione dell'Austria, l'allarme dell'opuscolo Italicae res del colonnello Haymerle, e, come si  detto, un'apertura, che parve imminente, di ostilit. Il ricordo della parte avuta dall'Italia nella questione d'Oriente e nel congresso di Berlino rimase incerto, tra le lodi di taluni uomini di stato europei per il suo contegno "conservatore e insieme umanitario", e la definizione che di lei dette il Bismarck nel 1879, come una "jeune et inquite nation".
In effetto, il Depretis consent che, nell'estate del 1877, il Crispi, presidente della Camera, facesse un giro per le capitali d'Europa, ricercasse colloqu col Bismarck e coi ministri inglesi, e tentasse di ottenere per l'Italia cessioni di territor formanti parte dell'Impero austriaco, a compenso dell'occupazione che questo aveva fatta della Bosnia-Erzegvina; e il Crispi incontr dappertutto recisi rifiuti e offerte insidiose di compensi da prendere in Albania o in Tunisia, che o non giovavano all'Italia o l'avrebbero costretta a romperla con la Francia. Cos anche il Corti, nel congresso di Berlino, dov, solo fra tutti i plenipotenziar, muovere obiezioni, rimaste senza appoggio e seccamente rimbeccate dal rappresentante austriaco, per quell'occupazione della Bosnia-Erzegvina, e dare a vedere, infine, che l'accettava "con riluttanza". Erano atti incoerenti, che dimostravano incertezza e debolezza nel Depretis e nel Cairoli, e torbidi concetti nel Crispi, il quale avversava la Francia e dichiarava enfaticamente che un conflitto dell'Italia con la Francia sarebbe simile non a una guerra di nazione con nazione, ma a una guerra civile; diceva che l'Austria era indispensabile e che le spettava una missione incivilitrice in Oriente, e voleva vessarla quando, con quell'occupazione nei Balcani, l'Austria si difendeva dal pericolo di un grosso stato slavo sorgente alle sue spalle; voleva l'accordo con le potenze conservatrici e voleva il trionfo del principio di nazionalit nei Balcani e dappertutto; e si metteva in giro per l'Europa col bel frutto che s' visto, e per udirsi dire a Vienna dall'ambasciatore italiano Robilant di guardarsi bene dal toccare il tasto delle cessioni, perch, secondo la teoria degli uomini di stato austriaci, l'occupazione fatta nei Balcani era semplicemente un peso che l'Austria si era addossato a servigio della pace europea. La Destra, la cui politica estera il Crispi soleva vilipendere e bistrattare, avrebbe serbato certamente ben diverso e pi logico e dignitoso contegno; ed avrebbe anche represso con prontezza le manifestazioni dell'Irredenta, non permettendo dubb all'estero intorno alla chiara volont dello stato, che solo rappresentava legalmente la nazione, e non lasciando che gli attriti giungessero fino a una preparata o disegnata spedizione preventiva dell'Austria. La grande maggioranza del paese stava dalla parte del governo e lo incorava a questa severit, pensando col Marselli che per l'"Italia irredenta" non bisognasse porre a rischio di rovina l'"Italia redenta".
Senonch, pure reprimendoli, avrebbe potuto la Destra distruggere i sentimenti e le tendenze che quelle manifestazioni esprimevano? Erano esse, senza dubbio, opera di giovani, d'ingenui, d'ideologi, di gente che contava poco: vi soffiavano dentro i repubblicani, sempre in cerca di qualcosa da fare o piuttosto da declamare: ne era capo, o tra i capi principali, un uomo di purissimo carattere ma fanatico, di una famiglia di fanatici, Matteo Renato Imbriani (il cui odio pei tedeschi era cosiffatto che, negli ultimi suoi giorni, malato, si rifiutava di andar a cambiar aria a Capri, avendo udito che il miglior battello che faceva il tragitto apparteneva a una compagnia tedesca!); e l'Imbriani, coi suoi opuscoli e coi suoi giornali, il Pro patria e l'Italia degli italiani, gridava contro il "delitto di Berlino", rinfacciava l'"onta dell'Italia", chiedeva "sangue per riscattarla", e pareva nella sua alta e nobile figura dal guerresco profilo (era stato ufficiale dei granatieri) Trieste e Trento fatte persona, e rimproveranti e incitanti l'Italia. E tuttavia in quel mito dell'Irredenta viveva, nella forma spasmodica e disperata che i tempi gli facevano prendere, il principio della indipendenza e libert dei popoli, animatore del Risorgimento italiano, che si rivoltava e protestava contro l'odioso "bismarckismo" e la politica brutale e mercantile prevalente in Europa: protesta che proruppe violenta quando si vide, nel congresso di Berlino, tutte le potenze europee occupare territori a loro vantaggio militare e commerciale, e sola l'Italia rimanere a mani vuote, l'Italia la quale desiderava nient'altro che quello che era suo diritto di nazionalit, e non voleva rapinare, ma continuare da sua parte a mettere nel mondo un po' pi di giustizia. Non era certamente, cotesta, politica attuale, perch non  mai politica attuale la parola dei profeti disarmati. Ma in un popolo ci vogliono i politici attuali e quelli inattuali, e, se i primi sono giudicati sav e i secondi matti, ci vogliono i sav e i matti; e guai ai popoli che hanno solo i sav, perch spetta di solito ai matti porre e coltivare i germi della politica avvenire. E quando l'irredentismo ebbe il suo martire, quando, nel 1882, il giovane Oberdan pens di compiere il suo gesto e gettare tra l'Italia e l'Austria a perpetuo ricordo il suo sacrificio, si form in Italia uno stato d'animo che, nonostante ogni alleanza, impediva nel fatto, salvo casi straordinari e disperatissimi, agli italiani di scendere mai in campo a fianco degli austriaci, e fu conservata e alimentata la fiamma di un ideale che doveva condurre, nonostante che gli uomini politici di Destra e di Sinistra tenessero per articolo di fede la necessit per l'Italia dell'esistenza di un Impero austro-ungarico, alla dissoluzione di questo Impero.
Per allora, le imprudenze irredentistiche, e il sopraggiunto affare di Tunisi, condussero invece l'Italia alla Triplice alleanza, non avendo essa potuto o saputo mantenere il primo proposito, che il Visconti-Venosta chiudeva nella formola: "indipendenti sempre, isolati mai". Ma non  vero che con quel trattato l'Italia deviasse dalla sua politica liberale, non solo perch essa respinse fermamente ogni clausola che la impegnasse nella sua politica interna, ma anche perch uno dei fini principali pei quali lo strinse, fu appunto la difesa contro l'illiberale potenza del Papato, a cui per quell'alleanza venne infatti a mancare l'eventuale appoggio contro l'Italia della cattolica Austria e della protestante ma politicamente spregiudicata Germania bismarckiana. E neanche  vero che l'Italia abbandonasse la parte che rappresentava nella politica delle nazionalit, per l'ovvia ragione che, allora, tutta l'Europa aveva abbandonato quella politica, compresa la Francia repubblicana, la quale a sua volta aveva appreso la diversa lezione del cancelliere tedesco; e l'Italia poteva bens desiderare, ma non avrebbe trovato alleati per continuarla. Con quella alleanza, essa, che non intendeva restringersi al modo di vita dei piccoli stati neutrali, accettava la necessit di partecipare a un aggruppamento di potenze europee, che, tutto ponderato, le offriva i minori danni e i maggiori vantaggi. Vero, invece,  che il trattato fu conchiuso sotto l'imperio di una irresistibile spinta dell'opinione pubblica, dei pi autorevoli deputati, senatori, pubblicisti, compresi tra loro i superstiti dei processi di Mantova e delle carceri austriache, come il Cavalletto e il Finzi, che tutti consigliavano e premevano in quel senso; e contro l'avviso dell'esperto, giudizioso e fiero ambasciatore italiano a Vienna, il conte di Robilant, che stimava meglio conducente a ristabilire il "prestigio dell'Italia, alquanto scosso negli ultimi tempi", comportarsi con prudenza e lealt non disgiunta da fiducia nelle proprie forze, migliorare le condizioni economiche, finanziarie e militari del paese, e non cercare per allora alleanze, aspettando di esserne ricercati, come non tarderebbe ad accadere; e perci mosse obiezioni anche al viaggio di re Umberto a Vienna. Ma il Robilant, che fece il possibile perch nel 1882 il trattato non fosse negoziato, e, a cose fatte, giudic che con esso la Germania e l'Austria avevano conseguito il fine di rendere l'Italia impotente contro di loro, e che il Bismarck era ancora una volta riuscito nel giuoco suo solito, con le blandizie d'imprese coloniali e distraenti, verso la Francia, e con le minacce d'isolamento, verso l'Italia, di "paralizzare" i suoi avversar, fu anche colui che, ministro degli esteri, si rifiut di rinnovarlo alla vicina scadenza dei cinque anni, non volle recarsi a visita e colloquio col Bismarck e lasci che il superbo cancelliere tedesco facesse lui gli approcci e aprisse le trattative: sicch, nella forma che l'alleanza ebbe nel 1887, parve al Robilant di "aver messo l'Italia in una botte di ferro". Si stabiliva infatti, negli atti firmati il 20 febbraio di quell'anno, che qualunque occupazione temporanea o permanente dell'Austria-Ungheria o dell'Italia nei Balcani o nelle coste e isole ottomane non potesse aver luogo senza un accordo precedente tra le due potenze, fondato sul principio di una compensazione reciproca dei vantaggi ottenuti, e che se la Francia estendesse sotto qualunque forma il suo dominio nella Tripolitania o nel Marocco, e l'Italia fosse costretta a impedirlo con le armi, ci avrebbe costituito, a richiesta dell'Italia, un casus foederis. Tanto pi il trattato garantiva gli interessi italiani, in quanto di quella combinazione entr indirettamente a far parte l'Inghilterra, merc un accordo con l'Italia circa il Mediterraneo, che assicurava alla Triplice il concorso della flotta inglese. Cos quella alleanza, mentre dette all'Italia le garanzie contro il Papato e contro la preponderanza francese che le erano necessarie, concesse all'Europa trent'anni di pace, dei quali l'Italia doveva giovarsi per rinvigorirsi economicamente e militarmente, e svolgere la sua vita di cultura.
Neppure la perdita delle speranze tunisine fu tutta una pura perdita, perch, col carezzare quelle speranze, e soffrire quella delusione, l'Italia sentiva, e tra le prime in Europa, quella che si disse la missione europea nell'Africa e si disponeva a rivendicarne la sua parte. Risoluto il problema dell'unit, si cominci infatti a parlare, e se ne parlava pi assai intorno al 1878, del bisogno di colonie, le quali per lei, come per la Germania, non si sarebbero potute trovare altrove che nell'Africa. Si obiettava bens che a ci ancora le mancavano le forze, e che l'Italia non era ben preparata; ma, se i desideri dovessero tacere e i tentativi aspettare il momento della piena preparazione, avverrebbe proprio come a colui che cautamente si proponeva di apprendere a nuotare prima di entrare nell'acqua. Si dubitava del profitto di simili imprese; ma qui la critica riguardava l'Europa tutta, che le aveva innalzate a uno dei suoi oggetti precipui, obbedendo a un impulso che rientra in quelli che un tempo si chiamavano gli oscuri disegni della Provvidenza, e perci sono sottratti al calcolo utilitario. La prima mira dell'Italia, la Tunisia, involgeva risoluzioni gravissime, della qual cosa erano perfettamente consapevoli gli uomini di stato francesi e quelli italiani, come il Mac Mahon, che, alle istigazioni del Bismarck di occupare la Tunisia, aveva esclamato: "Ils veulent maintenant nous foutre l'Italie sur le dos!", e il Corti, che, alle simili offerte durante il congresso di Berlino, aveva risposto: "Est-ce que vous voulez nous brouiller avec la France?". L'Italia poteva da ci essere costretta a passare, come infatti accadde, nel campo delle potenze avversarie della Francia, e la Francia veder sorgere in Europa, dopo quella della Germania con l'Austria, un'altra alleanza per conservare immutato lo status quo, che era quello formatosi sulle sconfitte del '70 e che essa ragionevolmente doveva bramare di vedere sovvertito o modificato. Ma il contrasto d'interessi tra Francia e Italia circa la Tunisia era cos fatto che si poteva forse ritardarne per qualche tempo l'urto, ma non si poteva evitarlo; e troppo larga parte si  attribuita, in quel che accadde, all'abilit che parve infernale del Bismarck, il quale, in fondo, continuava un'astuzia, sempre da lui adoprata e non sempre riuscitagli, di offrire altrui quel che non gli apparteneva e che stimava indifferente per gl'interessi tedeschi, e un'astuzia troppo grossolana da dovervi cader dentro, se proprio la necessit non vi ci avesse spinto. La necessit era grande per la Francia che, con le fatiche di un mezzo secolo, con molto sangue e molta spesa, aveva conquistato l'Algeria, di annettersi la Tunisia, dove intanto il numero e l'operosit degli italiani e l'influsso italiano crescevano; e per lei, che aveva maggiore efficienza internazionale e maggiori forze, stava la giustizia storica, che  diversa dalla giustizia dei tribunali, la quale non ha niente da vedere in questi casi, e stavano i concorrenti interessi di altre potenze, tra le quali l'Inghilterra, a cui non poteva piacere che la Tunisia venisse in possesso di chi aveva la Sicilia. Stava per l'Italia, invece, l'appello a un astratto e per allora almeno immaginario tribunale, che ripartisse i beni tra i var popoli e tenesse equamente in conto il lavoro gi impiegato dagli italiani in quella terra; e, posti questi termini del conflitto, l'Italia doveva soggiacere. Ma il soggiacere stesso e l'irritazione che ne nacque, le procurarono subito, e a pi riprese, nel 1884 e nel 1888, da parte della Francia, l'offerta della libera occupazione della Tripolitania; e, quel che  meglio, la indussero a una politica meno fantasiosa e pi "realistica", badando a preservarsi da ulteriori mutamenti a suo svantaggio nel Mediterraneo merc la Triplice e gli accordi con l'Inghilterra; e inoltre le fecero volgere il pensiero ad altre imprese africane, nelle quali doveva fare le sue prime prove coloniali.
 uno dei segni della generale crescenza italiana in quegli anni l'operosit dei suoi viaggiatori ed esploratori, soprattutto nell'Africa, che si fece intensa e come febbrile intorno al 1880, quando agli Antinori, ai De Albertis e ai Beccari si aggiunsero i Piaggio, i Gamperio, i Gessi, i Gasati, i Ghiarini, i Gecchi, i Giulietti, i Bianchi ed altri, arditi e intelligenti, molti di essi periti di ferro o di morbi nell'ostinazione delle loro imprese. Fin dal 1867 era stata fondata la Societ geografica italiana, e poi quella di studi geografici e coloniali di Firenze, e, pi speciali, la Societ africana di Napoli e quella di esplorazione geografica e commerciale di Milano, con l'intento di far conoscere le vie migliori di commercio con l'Africa. L'azione dello stato si veniva fissando sulle coste del Mar Rosso, sin da quando l'apertura del canale di Suez aveva dato a quel mare nuova importanza; e nel 1881 si faceva acquisto della baia di Assab, gi da oltre dieci anni posseduta dalla Societ di navigazione Rubattino, e nel 1882 se ne affermava e allargava il dominio merc un accordo con l'Inghilterra. E sempre per accordi particolari con l'Inghilterra, che tenevano il luogo di quelli che le altre potenze prendevano tra loro per ripartirsi l'Africa, e preparavano l'accordo maggiore del quale si  parlato, onde attraverso l'Italia fu ottenuto alla Triplice l'appoggio inglese, nel 1885 venne occupata Massaua, sgombrata dagli egiziani, probabilmente con un disegno pi ampio, subito rotto dalla caduta di Kartum con la morte del Gordon, e dall'abbandono che il governo inglese dov fare del Sudan: onde l'Italia si trov a dover allargare la sua occupazione dalla costa verso l'interno e a rivolgere le sue forze verso l'Abissinia, e ne segu l'eccidio di Dogali. Fin da principio gli errori commessi per inesperienza cos politica come militare furono parecchi, e pi grossi se ne commisero in sguito; ma, per dolorosa che sia questa triviale osservazione quando gli errori costano sangue e mortificazioni, non altrimenti si riesce ad imparare, e il pi saggio metodo tenuto poi nell'Eritrea e nella Somalia, e la ben diversa previdenza e risolutezza con cui fu condotta l'impresa di Tripoli, non furono possibili se non per il ricordo di quegli errori. N  da dimenticare neppure qui che parecchi di tali errori furono commessi per un difetto di non bassa origine, pel sentimento di mitezza e umanit che l'Italia portava anche dove non doveva.
Cosicch, concludendo, par che sia, se non da rovesciare, da correggere l'ordinario giudizio su quel periodo che si disse di sciagurata politica estera italiana, se in esso l'Italia, con l'irredentismo, con le aspirazioni africane, cogli accordi inglesi, con gli impegni presi e ricevuti nel trattato della Triplice, con le clausole di cautela contenute in questo, pose tutte le premesse della sua futura politica internazionale, sboccata, in ultimo, nella partecipazione alla guerra mondiale.
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5. IL PENSIERO E L'IDEALE. 1871 - 1890.
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Dove veramente si sarebbe potuto notare in Italia una decadenza rispetto all'et precedente era nel vigore e nella larghezza del pensiero. Decadenza, se cos si vuol chiamare, e meglio si direbbe una "crisi", generale in tutta Europa, della quale sarebbe fuor di luogo esporre qui il complicato processo, risalendo alle origini; ma importa notare che, come queste origini sono di natura loro religiose, cos quella crisi si assommava in una crisi di fede o d'ideali etici. Il che si vedr chiaro, anche ristretta la considerazione al periodo seguito al 1870 e alla sola Italia; e di tra le circostanze e i tratti particolari italiani apparir il carattere generale e comune, e coloro che rammentano quel che avvenne nella vita intellettuale degli altri paesi di Europa, troveranno forse che le stesse cose valgono, con pochi mutamenti e ritocchi, anche per quei paesi a quel tempo.
A una rinascita cattolica, quale si era delineata nel principio del secolo col romanticismo e con la reazione allo spirito volterriano, e quale era stata vagheggiata, insieme con l'unione politica del Papato e dell'Italia indipendente e liberale, dal neoguelfismo, non era pi da pensare. Gli ultimi neoguelfi sopravvivevano in una societ affatto diversa, col ricordo sempre pi evanescente delle speranze di un tempo: si trovarono ancora a celebrare, nel 1876, il centenario della Lega lombarda e di Legnano, tra le punture della nuova critica storica, che restituiva a quei fatti la semplice realt di una rivolta di comuni contro il loro signore feudale; ma non tramandavano alcuna virt riformatrice e avvivatrice di religione, e gi era molto se riuscivano a mantenere in s medesimi una certa armonia di cattolicesimo e libero pensiero, rispondente piuttosto a nobilt di sentire che a una soda logica. Gli ultimi tentativi di solitar, come il Bertini e il Berti, per affinare e ammodernare la religione tradizionale, mettevano capo a un dissolvimento del cristianesimo nella pura filosofia. Le speculazioni intorno ad artificiali "religioni dell'avvenire" non meritavano, e non ebbero, alcuna attenzione. Accanto, dunque, all'ortodossia cattolica, che non si esauriva tutta nel clericalismo e continuava a confortare e guidare anime nelle vie del bene, ma non era in grado di fornire un sistema adatto alla parte viva e dirigente della nazione, non rimaneva se non la corrente del pensiero moderno, che era stata gi umanismo, riforma, razionalismo, criticismo, dialettica, storicit, crescendo sopra s stessa attraverso queste successive esperienze, e nella prima met del secolo decimonono, allargandosi magnificamente, aveva fecondato, per molteplici canali, l'opera politica e civile dappertutto in Europa, e, pi forse che altrove, in Italia.
Ma appunto questa corrente si era arrestata e stagnava, dopo il mezzo del secolo, per l'ostacolo postole contro non tanto dal materialismo (che non aveva molta forza e, nel suo povero e goffo modo, era pure idealismo e fede, e si coronava di alcuni bagliori illuministici e umanitar), quanto dal naturalismo col suo agnosticismo. Per effetto di esso, non solo ai valori umani; alle idee e agli ideali veniva a mancare la giustificazione che solo l'unit del principio e la coerenza del sistema possono dare, ma quei valori stessi e quegli ideali erano sminuiti, inquinati, negati, perch li presentava e teorizzava come fatti di associazione psicologica, di riflessi fisiologici e patologici, di eredit, tutti, il pensare e il volere, la fede e l'amore, la bont e la bellezza, e perfino l'anelito verso Dio; e nella nuova visione non c'era gi l'uomo vero e intero, nel quale sia risoluto il dissidio di spirito e corpo, ma l'uomo animalizzato, sempre e solo corpo e carne, nonostante parvenze e illusioni d'impeti generosi e di rapimenti sublimi, che, scrutati, si dimostravano fremiti di nervi o addirittura effetti di nevrosi. In lontananza, si collocava non propriamente il mistero, il sacro mistero, che contiene in s tutti quei valori dei quali non svela l'enigma, ma il non sapere, l'ignoranza pi o meno provvisoria, col sottinteso che forse un giorno si sarebbe trovata qualche combinazione di atomi, o altro simile, che avrebbe spiegato ogni cosa, e dato il modo di ottenere nei gabinetti il vivente e tutti quegli altri prodotti chimici che si chiamano volgarmente creazioni spirituali.
In Italia la negazione della filosofia, o pi veramente lo sforzo di sostituire alla filosofia idealistica una filosofia naturalistica ed agnostica, e al metodo speculativo quello estraneo della fisica e delle scienze naturali (che contaminava l'altro e ne era a sua volta contaminato), segu pi tardi che altrove. L'ondata penetrava in pi luoghi, specie nella Lombardia e nella Toscana, dove rinfrescava vecchie tradizioni, ma incontrava opposizione soprattutto a Napoli, dove la rinnovata universit raccoglieva i migliori studiosi di filosofia formatisi negli ultimi decenn del Risorgimento. Parve anzi che solo a Napoli restasse accesa la fiamma del pensiero speculativo europeo, e gli hegeliani di Germania, che, come lamentosamente confidavano ai loro correligionar di Napoli, si vedevano nella condizione di una ecclesia pressa, posarono pi volte a conforto e speranza gli sguardi su quel manipolo napoletano, ripromettendosene aiuto alla riscossa e alla vittoria. Ma anche a Napoli la resistenza, quantunque tenace, non dimostr di possedere forza da sconfiggere gli avversar e riprendere il dominio perduto. I suoi rappresentanti erano uomini maturi, che avevano gi dato o venivano dando il meglio che potevano e che era frutto del lavoro e della fede dei loro anni giovanili: la nuova generazione, che essi cercavano di indirizzare, sfuggiva loro dalle mani, correndo al richiamo dei problemi e dei metodi di moda, filologia, psicologia, neocriticismo, positivismo. Essi stessi erano presi talvolta da suggezione al reciso negare e allo sprezzante giudicare di quei giovani, e da dubb e da disaffezione pei propr lavori e pei disegni che ancora portavano in mente. Qualcuno sent sfiorarsi dalla tentazione della nuova contro la vecchia fede e prov come un brivido di terrore alla insidiante apostasia; qualche altro scese a transazioni; talun altro, dei meno anziani, si convert addirittura al naturalismo e positivismo; e chi non si ritir nel santuario a recitare il credo e a mormorare giaculatorie, e volle rimanere in campo, dov prendere un tono moderato, stare ad ascoltare quel che era, in verit, poco degno di filosofico ascolto, ad esaminare quel che non francava la spesa dell'esame, restringersi ad obiettare, e, tutt'al pi, sfogarsi in ironie e sarcasmi. Presto, in Italia, grandeggi la riputazione di Erberto Spencer col suo codazzo di positivisti inglesi e francesi. Il "germanesimo", che si stabiliva nelle universit e in tutte le scuole italiane, non aveva pi nulla o quasi della Germania classica, che a ragione si considera la patria ideale del moderno filosofare, ma rispecchiava la Germania di dopo il '48, filologica, tecnica, scientifistica, rinnegatrice della propria tradizione speculativa; onde pot solamente apportare un positivismo meno inerudito, quale il neokantismo, una "filologia" (come fu argutamente detto) posta al luogo di una "filosofia". Un positivismo nostrano venne elaborato da un ex-sacerdote, l'Ardig, filosofo del "fatto". Pochi avevano l'ardimento di contrastare, ma anche quei pochi negavano bens, cio accusavano di tanto in tanto certe enormit di filosofico infantilismo e di stravaganti spropositi, ma non sapevano costruire o ricostruire. Il nome di "filosofo", la parola "filosofia", secolarmente riveriti anche per il concetto che vi si univa di serenit e superiorit morale, divennero nome e parole di scredito, ora deprecati come segni di sviamento dei cervelli, ora fatti oggetti d'insipidi motti e di lazzi triviali. Quasi pi nessuno osava dire che attendeva a indagini e meditazioni filosofiche, e tutti invece si vantavano di fare "scienza" e di comportarsi da "scienziati".
Per quel che ancora perdura nel comune sentire di quel discredito e di quello scherno, sembrer che alla filosofia e al suo maggiore o minore nerbo, al suo fiorire e al suo avvizzire, si dia soverchia importanza col discorrerne in una storia, com' questa, dello stato e della societ italiana, e con l'attribuirle una parte efficiente principale. Ma la verit  che proprio questa parte le spetta e non pu non spettarle; e le conseguenze, che tennero dietro allo scadimento filosofico, si videro subito chiare, in primo luogo in tutti i rami degli stud, in tutta la sfera della cultura di quegli anni. La storiografia politica e civile, che aveva spaziato nei grandi problemi della storia italiana e universale, come erano stati posti dal romanticismo e dall'idealismo, Pontificato e Impero, Germanesimo e Latinit, Comuni e Signorie, l'origine degli stati moderni, le lotte tra Chiesa e Stato, e simili, legandosi con questi problemi storici ai problemi pratici e attuali del moto della libert e civilt e dell'indipendenza dei popoli, e aveva perci avuto efficacia morale e politica, ed era stata accompagnata dall'interessamento generale, si distacc via via da quelli e simili temi o li continu pigramente, e, peggio ancora, si distacc dalla vita, e si fece cosa da eruditi e filologi, e il pubblico si distacc da essa e non ne volle pi sapere. Divenne contributo accademico, scrittura da archiv storici, monografia da presentare nei concorsi per le universit e pei licei; si mosse non (come si suol dire) nei particolari, che nei particolari deve muoversi sempre la storiografia, la quale non conosce minuzie o minime determinazioni che le restino estranee, ma nei particolari non riferiti al loro centro, e perci disgregati e non animati, maneggiati ma non intesi, senza significato, senza interesse, che appassionavano, tutt'al pi, i ricercatori stessi, nella loro caccia al documento, nella ricerca per la ricerca, e per qualche momento incuriosivano il pubblico, quando si atteggiavano a paradossi contro i racconti tradizionali e a rivelazioni pi o meno scandalose su uomini e fatti del passato. I giudizi, quando pur si doveva giudicare, erano superficiali e convenzionali, arbitrar, generici, contradittor, e, nei punti essenziali, dati sempre a contraggenio, perch giudicare vale affermare concetti e compromettersi, e questo ci si studiava di evitare a tutto potere. Anche la storia recente, quella del Risorgimento, oscillava nelle menti tra l'aneddoto, il pettegolezzo e il panegirico, di rado gravemente meditata. La storia della poesia e della letteratura prese a trattare di ogni altra cosa che non fosse la poesia e la letteratura, della biografia degli autori, della materia delle opere, delle loro fonti e derivazioni, delle somiglianze e dissomiglianze tra le varie opere circa la materia o circa la forma astratta e materializzata; e anche di queste altre cose, nel modo della restante storiografia, cio senza riuscire neppure a dare, in cambio della storia della poesia e della letteratura, una storia civile e morale su documenti letterar, una degna biografia dell'uomo nel suo aspetto volitivo e pratico se non quella ideale del poeta; ch le varie forme della storiografia si condizionano tra loro e la fiacchezza dell'una  fiacchezza delle altre tutte. Anche nella storia letteraria e artistica i giudizi erano di solito miserandi. L'unica opera critica sulla poesia italiana che si possedesse, retaggio della generazione precedente, i Saggi e la Storia della letteratura del De Sanctis, serviva ai nuovi scienziati della letteratura come bersaglio di frizzi, roba da esercitarvi la commiserazione e additarla in esempio di vuoto dilettantismo agli scolari, perch ne fuggissero lontano. Poco dopo l'80, questo spoetizzamento della storia della poesia raggiunse la sua eccellenza e si costitu una propria fortezza che chiam, per non dar luogo all'ingiusto sospetto che potesse trattare di poesia e arte letteraria in quanto tali: "Giornale storico della letteratura italiana". Nelle parti della filosofia, che pi immediatamente si legano al lavoro storiografico e par quasi che stiano tra esso e la filosofia propriamente detta, gli stud di filologia e linguistica appesantivano gli schemi della grammatica storica, si sottomettevano pi di prima alle scienze naturali, credevano pi che mai alle "leggi fonetiche", all'etimologismo semplicistico e meccanico, alla meccanica ricostruzione dei testi: non solo la genialit di un Herder o di un Humboldt, ma neanche le larghe concezioni storiche di un Cattaneo trovarono continuatori. Di teoria della letteratura e dell'arte, salvo il residuo rettorico nei manuali per le scuole, non rimaneva ombra: ancor pi diffamata e sbeffeggiata che non quella di "filosofia", la parola "estetica"; e, quando i positivisti adoperavano questo nome, era per negarne il contenuto, scoprendo sotto i "fenomeni estetici", come li chiamavano, la realt di fatti respirator, auricolari, ottici, utilitar, voluttuar, sessuali e sadici. Nei problemi della vita morale, che assai di rado, per la qualit di religione che era prevalsa e pel mancato lievito della Riforma, avevano richiamato sopra di s in Italia anime pensose, langu e and disperso anche quel tanto che ne avevano agitato e proposto il Manzoni e il Leopardi, e altri minori della generazione precedente, il Capponi, il Lambruschini, il Tommaseo. La pedagogia, si riemp di igiene e medicina e si vuot di valori spirituali, nonostante le astrattezze dello herbartismo, alle quali, conforme a una moda tedesca, taluni si attenevano. Gli stessi stud di economia, che erano coltivati alacremente e con dottrina, non produssero nulla di veramente originale, e non sempre seppero mantenere o ripigliare coscienza del loro metodo proprio; tanto che, per lo scotimento cagionato da esempi stranieri, corsero rischio di smarrirlo, andando dietro alle mollezze logiche della cosiddetta "scuola storica", e poi di quella evoluzionistica e sociologica. Negli stud di politica e di diritto pubblico c'era non poca dottrina, e larga conoscenza di libri forestieri, e, per effetto delle vicende parlamentari italiane, un vivo discutere; ma il difetto di filosofia e di storia adeguata, cio di conoscenza dello spirito umano, e del modo in cui si viene attuando nei fatti, e della sua costanza nel perpetuo cangiare e svolgersi, impediva di percepire con chiarezza e definire con esattezza, e lasciava disorientati e perplessi tra la veduta, preveduta e temuta decadenza delle istituzioni libere e parlamentari, e la non meno evidente impossibilit di sostituirle con altre che fossero migliori. Si apriva qualche scuola di scienze politiche e amministrative, ma del tutto tecnica. I pi dei polemisti e riformatori si davano a escogitare meccanismi istituzionali da sostituire a meccanismi istituzionali, ritocchi da introdurre nell'ordinamento parlamentare o limitazioni di questo; e, in questi loro pensieri, restavano come esclusi dalla realt, impotenti a operare sopr'essa, inascoltati o ciascuno ascoltante s stesso, perch ciascuno aveva la sua propria costruzione o costruzioncella. A quegli studi, a quel difetto fondamentale, toccava per gran parte la colpa della confusione degli intelletti e del turbamento degli animi innanzi al cadere e dissolversi del partito di Destra e poi di quello di Sinistra, e al "trasformismo": tutti processi fisiologici, che furono interpretati, non solo dai profani ma dagli scienziati, come patologici; e toccava in generale la colpa di alimentare la disposizione alla sfiducia e al pessimismo, cos pronto a spargersi, come si  veduto, sul presente, sull'avvenire e, indietro, sul passato, a ogni caso avverso, a ogni difficolt resistente, a ogni malanno sociale. Il solo forse che concep un'idea feconda, riportando, per virt di meditazione storica, l'attenzione dalle forme giuridiche alla realt politica, dal sistema costituzionale e dal metodo parlamentare alla classe dirigente o "politica", il Mosca, era anch'esso poco disposto agli approfondimenti filosofici, e, in quella prima affermazione della sua dottrina, acre nei giudiz e pessimistico, e, a ogni modo, n quella sua sincera ansia di verit, n quel suo bisogno di cercare un concetto che fosse nuovo lume e guida, n quel concetto stesso ben valido a tal fine, e capace di elaborazione e di estensione e di arricchimento, ebbero presso i contemporanei efficacia alcuna. Le discipline fisiche e naturali, conforme alla loro speciale natura, seguitavano bens ad accumulare esperienze e a fare "scoperte"; ma non  da dimenticare che il loro intimo impulso era dato tutto dalla filosofia dei secoli moderni, e non solo dall'antiscolasticismo di Galileo e dalla logica dell'induzione e dello sperimento, ma anche, pi recente acquisto, dal concetto che tutte le compenetrava della "evoluzione" e della "lotta per l'esistenza", che erano poi il "divenire" e la "dialettica" della filosofia idealistica e storica; e, a durare a lungo chiuse nei gabinetti e tra gli strumenti, c'era rischio che presto o tardi inaridissero per l'inaridimento e invecchiamento di quei concetti, non ravvivati da nuove speculazioni; e di ci si credeva di scorgere segni premonitori.
L'universit  di sua natura tradizionalistica e conservatrice, adatta a trasmettere notizie e metodi e costumanze, e a preparare professionisti e pratici. Non pu dunque aspettarsi da essa n il nuovo pensiero, che  opera della personalit geniale, anche quando, come la lingua italiana acutamente dice, "faccia" (e non gi "sia") l'insegnante e il professore; e neppure la manifestazione dei bisogni e degli stimoli al nuovo pensiero, che vengono non dalla sua chiusa cerchia, ma dall'intera vita sociale, e spesso dai punti pi lontani e ripugnanti a quella cerchia. La "scuola", che fosse insieme "vita", quale se ne ebbe saggio a Napoli poco prima del '48, era scuola libera, guidata da rivoluzionar che rivoluzionavano insieme gli stud e la politica, e non si pu e non si deve cercarla in istituti statali. Qualche rimasuglio, che se ne vide per pi anni nell'universit napoletana, come la scuola del repubblicano e deputato e privato docente Bovio, che parlava dell'"Ateneo" quasi un Vaticano laico da contrapporre al papale, e nella quale c'era bens l'apostolo e il tribuno, ma non punto il critico e il maestro di metodo, non giovava, e si avvertiva cosa estranea, di cui non era desiderabile l'imitazione. E nondimeno, messo ci in chiaro, l'universit italiana era allora pi divisa dalla vita di quel che porti l'indole dell'istituto; pi divisa in ragione appunto della dottrina che trasmetteva, e che non era la tradizione di quella speculativa e idealistica, ma la dottrina positivistica, astratta nella sua apparente concretezza, che arrivava fino all'intelletto calcolante e classificante, ma non penetrava nel centro, assai pi riposto, dello spirito umano. Qualche voce di quella tradizione, per esempio il De Sanctis, che cess dall'insegnamento nel 1876, si spense senza effetti o con effetti solo momentanei ed estrinseci: i suoi ultimi scolari diventarono tutti filologi e positivisti. Altri, come il Carducci, serbava, in poesia, la tradizione della grande poesia; ma, quanto a pensiero cedeva alla moda e dispettosamente rigettava estetica e speculazione, e lavorava e raccomandava di lavorare da eruditi e positivisti, solo correggendo la rozzezza letteraria, a costoro consueta, col buon gusto del giudizio e con l'eleganza dello stile.
Ma il difetto di pensiero svolgeva le sue conseguenze anche oltre la sfera degli stud storici e politici e morali e filologici, nella letteratura d'arte e in quella che si chiama amena e di trattenimento, nei romanzi, nelle novelle, nei drammi. Pi rari che non si creda sono gli animi che godono, e pi rari i momenti nei quali si gode l'arte in quel che la fa arte, la poesia come semplice poesia, abbandonandosi a lei, lasciandosi sollevare da lei sopra gli affetti pratici, sopra le verit dell'intelletto. I pi, o pi d'ordinario, cercano nella poesia e nell'arte unicamente quel che vi si trova di elementi intellettuali e stimolanti, concetti, giudiz, sentenze, esortazioni, incitamenti; e consimile bisogno d altres origine alla speciale letteratura semiartistica di propaganda, trattenimento e divulgazione, con la quale si  pi vicini a quanto si sente e si desidera e si vuole nella vita pratica. In Italia, letteratura d'arte e letteratura di trattenimento, pur serbando certi motivi e un certo fondo romantico, avevano lasciato cadere i sogni e le figure del romanticismo sentimentale ed eroico, gli scenar medievali, le armi e gli amori, i cavalieri e le castellane (l'estrema manifestazione di siffatta letteratura si ebbe in forma talvolta manierata, ma tal'altra gentile e poetica, nel Piemonte), e si erano date tutte all'osservazione della vita borghese, popolana, contadinesca, degli istinti e degli affetti inferiori e violenti, impulsi sessuali, scopp di ferocia, cupidigia e ingordigia, bassezza e corruttela di poveri come di ricchi, e via discorrendo. Questa osservazione sociale e morale era animata dallo spirito medesimo che animava il naturalismo e il positivismo, e il suo programma si condens nella parola "verismo", una di quelle allora pi risonanti e che aveva il suo maggiore rappresentante in Francia nello Zola, assai letto e imitato in Italia, il quale quasi ogni anno dava fuori un nuovo romanzo e porgeva alla considerazione della gente un nuovo "pezzo" di realt osservata, l'alcoolismo, la prostituzione, i contadini, il commercio, la borsa, le ferrovie, gli scioperi, la guerra, l'umana bestialit, e poi ancora il lavoro, la superstizione, la natalit, e si era proposto d'illustrare in una serie di "romanzi sperimentali" la legge dell'eredit, studiata in una famiglia da lui immaginata eseguita nelle sue ramificazioni per pi generazioni. L'intento sperimentale, assurdo che fosse e per noi oggi tanto trasparente in questa sua assurdit che si dura quasi fatica a intendere come si potesse pur manifestarne il proposito e discorrerne sul serio, entrava nell'atto di fede dei nostri romanzieri, e vi credette anche il Verga. Con quell'anima e questo intento la letteratura veristica, arieggiando all'opera del medico e del chirurgo che diagnostica tumori e denuda piaghe, era tutta oppressa dalla gravit dei mali, dal comprovato cieco egoismo umano, dalla comune turpitudine e abiezione, e sfiduciata e affannata circa i rimedi, di una sfiducia che ora si mutava in rassegnazione e indifferenza, ora cedeva luogo al semplicismo delle ideate panacee. Grandi pensieri, problemi morali e politici e religiosi, simili a quelli che riempirono e travagliarono Alfieri e Foscolo, Leopardi e Manzoni, non appartenevano pi al generale interessamento, sostituiti quasi unicamente da problemi "sociologici", ossia d'igiene, economia e politica; e questi, privi degli altri, prendevano proporzioni enormi, occupavano tutto il campo visivo, e mancava il modo e la forza di dominarli, collocandoli al loro giusto posto e rischiarandoli dall'alto. La letteratura veristica nei suoi motivi intellettuali e pratici non era certamente quella che il Goethe avrebbe chiamata "tirtaica", che incoraggia e rafforza gli uomini nelle battaglie della vita; e della vita dava piuttosto il disgusto. Insistiamo nel parlare di elementi intellettuali e pratici, cio di quelli che operavano socialmente e fornivano argomento ai libri, sotto forme artistiche, di carattere didascalico, ed erano comuni alle opere buone, mediocri e cattive. Ch quando, e accadde pi volte, quella letteratura assurse a schietta poesia, in essa e negli animi che come tale l'apprendevano, si effettuava la catarsi, che  catarsi nella piena umanit. Ma qui guardiamo, e dobbiamo guardare, non al suo aspetto poetico, al quale gi abbiamo accennato notandone il pregio e l'importanza in quel tempo, ma solo ai suoi var aspetti morali e civili.
Come la letteratura non  per s filosofia, cos non  filosofia la politica, e tuttavia nell'una e nell'altra la filosofia pura, e nella politica la sua presenza o assenza appare come chiaroveggenza o cecit, nettezza o confusione di concetti, e la sua varia qualit come interessamento per l'azione in un verso piuttosto che in un altro. Tutto questo inconsapevolmente, ossia con consapevolezza affatto diversa nel politico che non sia nel filosofo, il quale conosce le verit nella loro genesi critica e storica, e il politico le riceve come conclusioni dall'ambiente sociale in cui vive, e talvolta le ritrova nel suo buon senso, belle e fatte, e cio non fatte da lui, ma pronte in lui come base di azione. Questa condizionalit della filosofia per la politica  dimostrabile in ogni punto della storia, anche quando filosofia era quella dello stregone e del barbarico sacerdote; e, per quel che riguarda l'inconsapevole traduzione che ne accade nella pratica, si pu vederla in tutti i personaggi politici e uomini di stato. Per restare in tempi a noi vicini, non solo  dato osservarla in un Cavour, la cui formazione si  venuta scoprendo assai complessa e ricca di non prima sospettati elementi culturali, indirettamente e talora direttamente filosofici; ma anche in uomini come il Lanza e il Sella, i quali, medico l'uno, ingegnere l'altro, alieni l'uno e l'altro da speculazioni, e il secondo tutto scienze naturali e matematica e persuaso dell'omnia in numero, pondere et censura (finch un giorno non ebbe a confessare di essersi avveduto, con gli anni, che vi sono altre cose che muovono gli uomini con migliore virt), l'uno e l'altro si dimostrano, in tutte le loro risoluzioni e le loro opere e l'indirizzo della loro vita, sotto l'efficacia del pensiero che vigeva nella loro giovent e in cui avevano respirato. Anche i vecchi uomini della Sinistra ritenevano del grande e scattavano sempre alle idee generose; e non invano erano stati mazziniani e sognatori di etico e religioso rinnovamento della societ civile. Ma la nuova generazione, che venne crescendo intorno al 1880, era prosaica e angusta; il che non vuol dire che non abbondasse di onesta gente e di buone intenzioni, spesso pi capace dei vecchi nelle cose tecniche e pi ordinatamente istruita, meglio informata nei particolari, ma fatta cos che, quando era pur necessario abbracciare con l'occhio vaste distese, s'intimidiva, e quando bisognava riportare al loro principio e ridurre a logica coerenza le massime spicciole dell'azione, s'imbrogliava e scantonava. Camminavano abbastanza bene in pianura: le montagne davano loro affanno e vertigini, sicch riluttavano alle ascensioni. Perci non  meraviglia che nei momenti difficili o gravi, innanzi alle cose avverse o resistenti, non soccorsi da quel pensiero che  fede, si accasciassero nel pessimismo. Pessimista pareva che fosse diventato anche un uomo come lo Spaventa, che non intendeva in ogni parte il processo storico dei nuovi tempi, e, in fatto dl filosofia, se ne stava a quel che ne aveva meditato da giovane; ma quale differenza tra l'amarezza degli altri e quella sua, contingente, che non smarriva mai la fiducia nella virt correggitrice del pensiero; quale differenza tra l'abito mentale degli altri e il suo, onde ogni problema egli poneva nell'universalit delle relazioni, e ogni proposta e provvedimento particolare ragionava sistematicamente! La tesi dell'esercizio di Stato delle ferrovie, che egli mise innanzi e sostenne da ministro e deputato, non era soltanto una tesi finanziaria e amministrativa pi o meno utile, e non  notevole soltanto perch anticip la soluzione che, molti anni dopo, dov adottarsi, ma s'inquadrava in una compiuta concezione politica e morale; il che fu intravisto allora da parecchi. E questo, e non semplicemente la sua giovent di rivoluzionario liberale e la condanna a morte e il decenne ergastolo e la sua fermezza di uomo di stato e la sua severit di amministratore e il suo rigore di magistrato, conferiva alla sua figura un aspetto singolare, e ispirava verso di lui riverenza anche da parte di coloro che non bene lo intendevano e si comportavano praticamente in guisa assai lontana dalla sua. Il suo ideale del pensiero forte per la forte azione era proprio quello che allora era venuto meno, se non sempre nelle parole, negli animi. Chi, nello scrivere queste pagine e nel rievocare per esse i tempi della sua adolescenza, spesso si sofferma nello scrivere, commosso ed assorto nelle immagini degli uomini e delle cose che non sono pi, e sente la gratitudine di quel che allora apprese e che gli giov dipoi, e pia indulgenza per quel che non gli fu altrettanto giovevole e di cui dov disfarsi, non  per altro cos soffuso dal velo della nostalgia da non ricordare chiaramente che la societ intellettuale d'allora era assai piccina, e penosa in questa piccineria, meschina finanche nei problemi intorno a cui si affaccendava, inerte a ogni sforzo che cercasse di spingerla in s, asintetica, superficiale, confusionaria nei giudiz, corriva a spuntare le punte dei concetti e a cercare tra essi accomodamenti, e piena la bocca di "scienza" e di "metodo" e di "fatti", e arrogante e beffarda verso le "idee" e le "speculazioni" e il "sistema", che sprezzava come "metafisicherie" e "vaporosit"; ma, insieme, delle cose a cui queste parole si riferivano, ignorantissima.
Non gi che in questo difetto tutto fosse difetto e nel male tutto male, perch il movimento positivistico operava una reazione contro certe frettolose costruzioni ed estensioni analogiche, nelle quali aveva peccato la filosofia idealistica della generazione precedente, e le reazioni, quantunque nella loro furia gettino via con gli errori le verit, con le cose inutili e nocive le cose utili e salutari, non per tanto non adempiono al loro fine principale e oggettivo. Cos, per dare qualche esempio, la tendenza che si moveva nel fondo della filosofia idealistica a unificare filosofia e storia, era, senza dubbio, feconda; ma la forma in cui quell'esigenza si concretava, la cosiddetta "filosofia della storia", affatto sbagliata, ancora teologica e medievale, agostiniana e gioachimita ed escatologica nel suo fondo. L'esigenza a comprendere la natura come opera dello spirito era giusta; ma la "filosofia della natura", che entrava in concorrenza con le scienze fisiche ed asseriva su queste una strana superiorit di revisione e correzione, insostenibile. La dialettica era un principio vitale del pensiero, ma quella che la scuola hegeliana veniva solitamente applicando e di cui aveva dato frequenti esemp lo stesso Hegel, si sarebbe dovuta chiamare non dialettica, ma meccanismo. Tutti cotesti e simili errori vennero scacciati dal naturalismo e positivismo, non veramente con una critica logica, ma con una ribellione di fatto, per una sorta di saziet e di nausea; e, comunque scacciati, non sono pi tornati, e si sono viste poi le ragioni per le quali non dovevano pi tornare. Inoltre, il naturalismo, il positivismo, il filologismo, pur vantando il metodo delle scienze, continuavano a vivere di parecchi motivi dell'idealismo e del romanticismo, diminuiti e impalliditi, ma efficaci anche in questa diminuzione, e, tra molte stravaganze, asserivano pure cose ragionevoli. Era stravaganza che il genio fosse malattia e follia, ma era ragionevole l'altra tesi del Lombroso che, poich leggi e tribunali si occupavano dei delinquenti, convenisse studiare da vicino i cosiddetti delinquenti e conoscerli quali veramente sono nella loro psicologia e patologia, sia per non far loro troppo torto, sia per non nutrire sul conto loro illusioni. Infine, i metodi raccomandati, quantunque estrinseci, servivano a disciplinare l'indagine, se anche di essa la sola parte parimente estrinseca e strumentale, ma non per questo trascurabile o di poco rilievo; e le indagini che si compivano, per quanto anch'esse estrinseche, cavavano fuori, come si  detto, dagli archiv e dalle biblioteche, e ammucchiavano, un cospicuo materiale di notizie e documenti, prima non conosciuti. Il lavoro eseguito allora in Italia, nelle universit e fuori, fu molto: allora noi imparammo a non risparmiare fatiche nelle nostre indagini e ad esser diligenti ed esatti; e, in quell'angustia mentale, pur c'era una sorta di entusiasmo, e gli accumulatori di schede e i costruttori di cronologie si sentivano sacerdoti dell'augusto vero e, in quanto sacerdoti, tenevano lungi da s, sdegnandolo, il profano volgo. Il male era che agli errori abbandonati non si sostituivano princip che li superassero e inverassero, e ai metodi estrinseci e meramente strumentali non si accompagnavano quelli intrinseci e concludenti; ch di questo si trattava e non gi di una impossibile restaurazione della filosofia idealistica e della sua storiografia, e dei metodi sommar e approssimativi della prima met del secolo. Era una crisi, ma la crisi si prolungava troppo. Il malcontento e l'insoddisfazione prorompevano di volta in volta e da pi parti: il positivismo, che ingenerava pessimismo, si faceva pessimistico su s stesso, e si moveva lamento che in Italia non si scrivessero pi libri di storia che si potessero leggere e che riuscissero civilmente istruttivi ed educativi; che gli studi sulla poesia e sull'arte si perdessero in una erudizione fratesca, dove non soffiava alito di poesia e d'arte; che le spiegazioni associazionistiche e fisiologiche non spiegassero niente e lasciassero i problemi al punto di prima; che i vecchi uomini, ancor pieni di fede, educati ad altra scuola, via via sparissero, e i giovani fossero scettici e gelidi; e, poich non si andava oltre il malcontento, si sospirava a quella che abbiamo detta restaurazione impossibile, lodando talora le opere della generazione precedente e ponendole a modello. Ma il modo di tirarsi fuori dalla crisi non si vedeva e i nuovi concetti che rinfrescassero, ravvivassero e rendessero attuali gli eterni ideali dell'uomo, non accennavano ad apparire. Il pensiero radeva le bassure, e le ali dell'anima non si spiegavano ai voli.
Solo uno spieg in quel tempo ali d'aquila, e traeva dietro a s noi giovani, e non fu un pensatore, ma un poeta, Giosue Carducci, che, sorto al confine di due et, accolse l'intimo spirito dell'una e lo trasfuse e fece vivere in seno all'altra. Romantico nella partecipe contemplazione del passato e della storia, e in ci rispondente ai concetti dell'immanentismo idealistico; romantico all'italiana o alla latina nel culto della libert e della non mai esausta forza creatrice di nuova vita che  nella ragione; italiano nell'affetto col quale, nella visione della storia universale, si stringeva a quella particolare d'Italia, risentendola tutta, nel lungo corso dei suoi secoli, in tutti i suoi pi var aspetti, in tutti i suoi eroi e i suoi uomini; severo nella tradizione della lingua e dello stile, di una tradizione cos certa di s e insieme cos plastica da poter ricevere e intonare quanto le veniva incontro dalle letterature moderne e straniere; epico cantore, e pur tragico ed elegiaco, soffrente l'umana passione, sdegnoso dell'umana vilt, ma non mai pascentesi d'odio e di dispetto, malinconico ma non triste di delusione e di abbattimento: la sua poesia, che crebbe in albero robusto tra il 1875 e il 1890,  quanto di pi nobile abbia lasciato nel dominio dei sogni l'Italia di allora. E la sua grandezza fu sentita, se anche non compresa a pieno, dai contemporanei; e a lui, nella letteratura e poesia di quell'et, si riconobbe sempre un posto in disparte e alto su tutti. E si pu credere anche che rimanesse solitario, chi guardi alla gente che ebbe intorno, ai prossimi scolari, agli imitatori, cos da lui diversi, e al tono generale della societ italiana dei suoi tempi; ma la virt spirituale della poesia come del pensiero lavora nel profondo e non nelle apparenze o nelle apparenze solo apparentemente; e molti che egli non conosceva pur di nome, e taluni che riprovavano o avevano riprovato i suoi atteggiamenti nella politica pratica, e taluni altri che non accettavano i suoi metodi di critico e si apprestavano a contrastarli o gi li contrastavano, erano toccati e scossi e innalzati e fortificati dalla sua poesia, che trasportava "dei secoli sul monte", spaziando nei cieli, e veneravano l'anima dalla quale sgorgava impetuosa. A quella poesia, come a fonte di etico vigore, si dovr tornare e si torner, come si torna sempre alla poesia di Dante e di Tasso, di Alfieri e di Foscolo: a quella poesia, che  fin oggi l'ultima e classica - classica nel suo romanticismo - grande poesia italiana.
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6. RIPRESA E TRASFORMAZIONE DI IDEALI. 1890 - 1900.
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Le descritte condizioni psicologiche, l'incertezza dei fini da perseguire, il dubbio sui mezzi, il vuoto nelle idee, tutte queste cose di cui assai si soffriva, danno il modo d'intendere perch mai, circa il 1890, s'accendesse cos forte nei giovani italiani l'appassionamento per le dottrine del socialismo, che rapidamente crebbe e si diffuse lungo quel decennio. Era anche questo un movimento di carattere europeo, ma ebbe in Italia, dove apparve pi tardi che in altri paesi, un proprio andamento ed effetti particolari, come si vede nel ripercorrerne la storia.
Fin allora, il socialismo - in quanto socialismo genuino e non gi socialismo statale, che  aggettivo negatore del sostantivo, cio un metodo per dominare e risolvere il primo - mal si distingueva, in Italia, dal rivoluzionarismo democratico e repubblicano, dall'utopismo anarchico o di altra fattura, a al riformismo umanitario, ed era di pertinenza di uomini, che, nonostante l'entusiasmo dell'apostolato, e anche una certa precorrente sagacia intellettuale in taluno di essi, stavano ai margini della vita nazionale e culturale: spostati, fanatici o bizzarri, senza disciplina di stud, autodidatti insufficientemente e inegualmente preparati, o studenti di quelli che non studiavano molto. I loro giornaletti e opuscoli e volumi spuntavano, vivacchiavano e morivano, non degnati di alcun conto nei circoli della letteratura e della scienza. L'opera del maggior pensatore socialistico, che era stato creatore di quella nuova "religione delle genti" come Paolo di Tarso fu di quella del cristianesimo, si conosceva di nome, alla lontana, per vie indirette, e poi in rapsodie che le toglievano la forza peculiare, come quelle del Loria, le quali trovarono ammirazione nel mondo accademico, non abbastanza esperto in questa parte e, in ragione della stessa sua pedanteria, ingenuo a lasciarsi abbagliare dai prestigiatori. Il Capitale era stato tradotto nella Biblioteca degli economisti, e andava con gli altri libri di economisti o di vecchi socialisti, come l'Owen, e, pei meglio informati, come il Mario. Un filosofo, Antonio Labriola, che veniva dalla scuola napoletana, gi hegeliano e poi antihegeliano, uomo di vivacissimi spiriti e di molteplici interessi, e sempre alacre a tenersi al corrente degli studi, mosso da "disgusto" (cos diceva) "per la corruttela politica", e da sfiducia verso la germanica "idea etica dello Stato", aveva fatto trapasso, verso l'85, dal conservatorismo di Destra al radicalismo, e di l al socialismo; ma non poneva questa sua affermazione politica in termini filosofici, ignaro com'era anche lui, in quel tempo, dell'opera del Marx.
Ma, circa il 1890, il Labriola scopr da sua parte il Marx; e, nei corsi di filosofia della storia, che teneva nell'universit di Roma, e nei quali dapprima aveva ondeggiato tra le teorie dei fattori storici, della etnopsicologia, della concettualizzazione naturalistica sul tipo della linguistica, si di a insegnare, con lo zelo di chi abbia finalmente trovato la fede per lungo tempo invano cercata altrove, la filosofia marxistica della storia, il "materialismo storico", conforme al modo in cui era stato concepito dal maestro e sistemato dall'Engels e dai suoi seguaci tedeschi; e con sentimento quasi religioso venne risalendo fino agli incunabuli della dottrina, agli scritti dei Deutsch-Franzsische Jahrbcher del 1843 e alla Heilige Famiglie del 1845 e agli articoli della Neue Rheinische Zeitung del 1848, e si mise in corrispondenza col vecchio Engels e con gli altri superstiti, apostoli e testimoni della prima ora. Contemporaneamente, e in pi larga e varia cerchia, a Milano, Filippo Turati, democratico alla lombarda, poeta come parecchi altri di quella democrazia che vantava il Cavallotti, autore di opuscoli sulla criminalit e la quistione sociale, consigliato da una giovane donna, la russa Anna Kuliscioff, la quale leggeva la letteratura rivoluzionaria internazionale ed era consapevole della vigoreggiante reputazione in cui saliva l'opera del Marx, prese a dirigere, ispirandosi alla nuova dottrina, la rivista Critica sociale (1891). Al direttore e ai collaboratori di questa rivista si dovettero principalmente la divulgazione del Manifesto dei comunisti e di altri opuscoli del Marx e dell'Engels, e la formazione di una letteratura marxistica italiana di schiarimenti e discussioni teoriche e propaganda, e anche di indagini sulle condizioni agrarie e sui contadini e le regioni del Mezzogiorno, e altrettali. Nel 1895, il Labriola si risolse a rincalzare la parola dell'insegnante con la penna dello scrittore, e pubblic un saggio In memoria del Manifesto dei comunisti, aristocratico nello stile e nell'erudizione, ricco d'impeti eloquenti e di sarcastici e satirici motti e figurazioni, quasi una sintesi in iscorcio della dottrina, con riferimenti all'Italia; e a quello, negli anni seguenti, tennero dietro l'altro pi dottrinale, Del materialismo storico, e le lettere Discorrendo di socialismo e filosofia, letti, commentati, discussi appassionatamente. Parecchi si abbonavano alla Neue Zeit, che era la principale rivista marxistica di Germania; diretta dal Kautsky, e forse meno agile e viva della Critica sociale, e al Vorwrts! di Berlino; e dal 1896 si pubblic a Parigi il Devenir social, rivista marxistica francese, nella quale gli italiani tennero parte cospicua e quasi preponderante, e annodarono nel comune lavoro relazioni con Giorgio Sorel, lui pure, in quegli anni, passato al marxismo e scrittore quasi pi italiano che francese, e certo pi noto e amato in Italia che in Francia. I giornali socialistici settimanali, come la Lotta di classe di Milano, si scrivevano ormai da penne pi esperte: e crescente era il numero e migliore la qualit dei loro lettori; il quotidiano Avanti!, sorto nel 1896 e diretto dal Bissolati gareggiava coi maggiori degli altri partiti, e a volte li superava nella gravit delle idee che veniva propugnando o proponendo alla discussione. Socialisti e inclini al socialismo, e a questo simpatici, non erano pi gli sparsi individui dei quali abbiamo accennato la fisionomia, ma studenti universitar di ogni facolt, quelli di pi sveglia intelligenza, e molti insegnanti di economia, e anche di diritto e di storia e di scienze; e letterati giovani, e altri della generazione gi matura e che in esso si ringiovanivano, con a capo Edmondo de Amicis, il quale ora consacrava al socialismo l'arte dei suoi bozzetti e delle altre sue scritture; e altri di varia professione, che dischiudevano la mente a quel che si presentava oggetto di nuovo fervore e travaglio spirituale. Nel 1897, con esempio unico forse in tutta Europa, un'accademia napoletana d'illustre tradizione, la Pontaniana, poneva a tema di concorso una monografia espositiva e critica sul terzo volume del Capitale del Marx, di recente venuto a luce postumo. Quando si passi a rassegna la societ intellettuale di quel tempo, si deve concludere che, se anche non tutti coloro che furono portati al socialismo erano anime elette (giacch quella moda, come ogni moda, attirava e trascinava ogni qualit di gente), tutta o quasi tutta la parte eletta della generazione giovane vi fu portata; ed era certo indizio d'inferiorit restarne intatti e indifferenti, o disporvisi contro scioccamente ostili, come taluni facevano. Oltre cotesti poveri senza spirito, frigidi nel sentimento dell'universale e intenti alle private utilit, ne rimanevano lontani (e non senza parecchie eccezioni) gli uomini della generazione che tramontava, educati e chiusi in altri pensieri; ma non gi interamente i cattolici, che vi rivolgevano l'attenzione nei loro giornali e periodici, particolarmente nella Rivista internazionale di scienze sociali e politiche, e, dopo la pubblicazione dell'enciclica Rerum novarum (1891), si apparecchiavano a fondare associazioni operaie e a dare avviamento a una democrazia cristiana.
Il socialismo marxistico veniva a riempire il vuoto che vaneggiava nel pensiero e negli ideali italiani sotto l'azione dissolvitrice del positivismo e del correlativo pessimismo, e che i giovani sentivano e di cui assai pativano, bramosi di una luce dall'alto, di un fuoco per le loro anime, di un fine a cui tendere le forze, che non fosse alcuno dei piccoli fini della vita pratica e professionale, di un fine che avesse valore universale ed etico. Ma sarebbe errato considerarlo semplicemente come siffatto riempitivo, perch i riempitivi possono essere a volte pessimi, l'idolo diabolico prendere il posto del Dio assente e il vuoto apparentemente colmarsi con un prodotto dei nervi e delle immaginazioni eccitate, che  un altro e peggior vuoto e serve solo a togliere a quello precedente l'austera inquietudine della manchevolezza e lo sforzo di risanarla. La ricezione del socialismo marxistico in Italia e il fermento a cui di luogo furono, per contrario, un complesso di correzioni, di restituzioni o restaurazioni, di migliori avviamenti, di maggiori approfondimenti, che ridi contenuto alla cultura italiana, la raccolse floscia e cascante e l'appoggi a un'ossatura, la quale, quantunque provvisoria, era pur sempre un'ossatura e, se non ricondusse l'anima italiana a quello che essa era stata nelle et del romanticismo, dell'idealismo e del Risorgimento, perch al passato non si torna e le condizioni del mondo affatto mutate richiedevano altro lavoro, certamente la sollev dalla depressione in cui era caduta dopo l'esaurimento di quel moto spirituale.
Per opera del marxismo, nelle cose politiche fu cacciata al secondo piano la considerazione delle forme giuridiche degli istituti, sostituita dalle indagini sulla produzione e distribuzione economica, e sui bisogni che quelle forme esprimevano e tutelavano, e sugli altri che impedivano o reprimevano; non lasciandosi pi sviare dal mero suono della parola "libert", uso vocale del quale troppo si era abusato per trascorrere con quel motto sui problemi reali o per nasconderli agli occhi con un colpo di mano, come in un giuoco di bussolotti; non lasciandosi pi sedurre dalla immagine folgoreggiante della Repubblica e dalle sublimi apostrofi dei repubblicani, e tendendo a guardare sempre alla realt effettuale di l dalle apparenze. Gi la convenienza delle indagini sulle condizioni reali delle societ moderne e del popolo italiano era stata avvertita negli anni innanzi da quei sennati uomini della Destra, da quei giovani politici del Centro, da quegli economisti del socialismo cattedratico, che avevano ammesso l'esistenza di una questione, non di meccanismo istituzionale o di ristretti provvedimenti particolari, ma sostanziale e comprensiva, della "questione sociale"; e la scossa, che essi non erano stati capaci di dare agli intelletti distratti o pigri, la dettero i marxisti, che possedevano ben altra pienezza di convincimenti e irruenza di fede. Il codice civile e penale non fu riguardato pi come una sorta di diritto naturale, o di applicazione del diritto naturale, ma come il presidio di determinati interessi economici, storicamente condizionati e storicamente transeunti, e tali da dover cedere innanzi ad altri interessi pi forti o pi meritevoli di protezione. Al superficiale discutere intorno ai partiti di Destra e di Sinistra, e di estrema Sinistra e di Repubblica, alle industrie da Sisifo di elaborare programmi e disegnare aggruppamenti e divisioni parlamentari, fu contrapposto il concetto delle classi sociali tra loro concorrenti e lottanti, e della classe dominante, il qual concetto forniva assai spesso la parola dell'enigma per intendere che cosa giaceva sotto quelle discussioni e formole e che non si voleva dire, e che cosa sarebbe dovuto esserci e non c'era. Certo, la lotta delle classi economiche, e la classe dominante teorizzata come classe economica, non coglievano nel giusto la verit delle lotte politiche e del governo degli stati; ma pure erano un'approssimazione a quella verit, un entrare sul terreno nel quale conveniva cercarla, lasciando la fallace via delle astratte forme; e, poich non era stato afferrato e lavorato e intrecciato il buon filo porto da qualche pensatore col concetto della "classe politica", giovava che almeno venisse innanzi quest'altro della "classe economica dominante" e dei rappresentanti che essa delegherebbe ai parlamenti e ai governi. Parimente giovava che si lasciassero un po' stare, insieme con la parola "libert"; le altre di "umanit", "fraternit", "giustizia", e simili, non perch non designassero tutte esse cose belle, ma perch ogni cosa  bella nel suo luogo, e quelle parole erano state spostate dal loro luogo, fino a ipostatare, merc di esse, una sorta di aeropago, collocato in un punto ideale, presieduto da un Dio o una Dea, che avrebbe regolato, raddrizzato e risoluto, o avrebbe dovuto regolare, raddrizzare e risolvere, le contese degli uomini, e al quale se ne poteva rimettere la cura, bastando solo rivolgergli istanze ed appelli: quasi che le idee sussistano altrimenti che come lavoro del pensiero e della volont umana e si attuino altrimenti che con l'opera del braccio. In cambio, riprese rilievo il concetto di "forza", cio della effettualit degli ideali, che tutti sono tali davvero solo quando si traducano in forze: forze del presente e dell'avvenire, ma sempre possenti a indirizzare gli animi, a muovere le azioni, a porre alla fatica e allo sbaraglio i corpi; e, quando non sanno piegare a propri mezzi la realt del presente o preparare, per adoperarla, la realt dell'avvenire, segno  che hanno la sostanza stessa delle chiacchiere e lamentele, che i perditempo usano fare su ci che dev'essere e non . Che questo concetto della "forza" si simboleggiasse in quelli dei suoi modi che sono pi rozzi e appariscenti, e questa immagine facesse perder di vista gli altri modi e l'interezza del concetto, era certamente un errore; ma un errore che valeva meglio dell'errore di una concezione politica nella quale era stata spezzata alla politica la molla sua propria e alla storia tolta la sua realt, a beneficio di astrattezze illuministiche. Col marxismo ritornava in Italia quel Machiavelli, che si diceva dagli stranieri che gli italiani avessero sempre in mente, e che, invece, gl'italiani avevano abbandonato e dimenticato sin dalla met del secolo decimosettimo, e in ultimo era capitato nelle mani dei professori, che nell'esporne il pensiero gl'infliggevano prediche moralistiche e lo avrebbero voluto saggio e moderato come loro.
Non minore giovamento venne da quel fervore socialistico alla vita morale, la quale non  profondamente danneggiata dalle esagerazioni, dagli eccessi e dai fanatismi, ma  gravemente depressa, e pu essere spinta alla corruttela, dallo sconforto e dalla sfiducia, dal pessimismo, dalla caduta dell'entusiasmo e dalla irrisione agli entusiasmi. Tutti i mali che si tenevano prima invincibili, la miseria e l'ignoranza, la cattiveria che  di queste, l'altra peggiore che  dell'ozio e del lusso, l'ingiustizia, l'oppressione, la razza di Caino che sempre stringe alla gola quella di Abele, le spietate lotte tra le classi non meno che tra gl'individui, le guerre stesse tra i popoli e il disordine e l'errore che  nel mondo, si svelavano, in ultima analisi, effetti del capitalismo, ossia della propriet privata dei mezzi di produzione; e, tolta la causa, tolto l'effetto, tutti sarebbero spariti con la fine di questo sistema economico: fine che non si presentava pi come uno sforzo da compiere contro la natura ma come opera della storia, che aveva formato quel sistema e nel suo corso ulteriore lo avrebbe sorpassato, sicch agli individui spettava il dovere di cooperare a questo superamento, di agevolare il processo in corso, di aiutare il parto maturo a venire in luce, e, anzitutto, di condannare il gi condannato dalla storia. La volont non si sente mai cos libera come quando sa di confluire col volere di Dio o con la necessit delle cose; l'operosit si raddoppia con la chiarezza del fine prefisso, con la sicurezza della riuscita. C'era, in tutto ci, il solito miraggio dell'illusione, e di una troppo grande illusione, che non poteva durevolmente mantener saldi gli animi alle prove; ma non pertanto l'entusiasmo era molto e schietto e generoso, e questo si toccher con mano quando sar venuto il tempo di pubblicare lettere e documenti e memorie, e di comporre le biografie degli uomini di quel periodo, di molti umili e oscuri, oltrech dei famosi, oscurati e offuscati anche questi, assai spesso, dai misconoscimenti, dalle diffidenze, dalle iniquit, di cui furono fatti segno nelle varie vicende politiche.
Il risveglio filosofico, che, contro il positivismo soverchiante, i sopravviventi della classica filosofia idealistica avevano invano tentato di promuovere per essersi valsi di concetti non pi sostenibili o invecchiati nelle forme, e per essere invecchiati e fatti timidi quegli uomini stessi, e perci scarsi d'impeto, che  sentimento della propria forza e ragione, si effettu invece primamente in Italia attraverso il marxismo e il suo materialismo storico, il quale, nato dallo hegelismo, ne serbava in s il concetto fondamentale della storicit dialettica. Quegli ultimi scolari si erano persi dietro la parte caduca e meno originale dell'idealismo, il suo residuo teologico, la cosiddetta relazione del pensiero con l'essere, della natura e dello spirito col Logo o con Dio, e simili; e, anche quando non avevano omesso di enunciare la dialettica storica, non l'avevano intesa (ch altrimenti si sarebbero, in virt di essa, spacciati e purgati di ogni teologismo), e l'avevano lasciata inoperosa e inerte. Nel materialismo storico, questo elemento energico investiva di nuovo la storia delle societ umane, e procurava di spiegarla nel suo intrinseco e congiungerla col maggiore problema pratico e morale dell'et nuova. Persistevano nella concezione del Marx tracce rilevanti della schematica ed escatologica filosofia della storia, e le mancava il necessario complemento e correzione in una logica non pi formalistica, e che soddisfacesse le esigenze, sentite dal Kant e dallo Hegel, di una logica speculativa: e tuttavia, con quel vizio e con questo difetto, essa era cosa calda e viva, laddove la filosofia degli ultimi epigoni hegeliani era stata fredda e morta. Tanto vero che il positivismo, resistente ai colpi di costoro e costringente i deboli oppositori a patti e transazioni, non resistette al materialismo storico, e presto giacque disteso a terra. Erberto Spencer, che tutti leggevano e citavano come somma autorit, conosciuto che fu in Italia il Marx, non fu pi n citato n letto, e discese in un completo oblio. Solo qualche positivista di recente convertito al marxismo, mescolando, come il mago del Tasso, in uso pio e profano le due leggi a s mal note, cerc di "armonizzare", a suo dire, Marx, Spencer e Darwin; ma gli venne addosso tale uragano di censure, che neppur uno dei suoi alberelli rimase sul suolo nel quale aveva pensato di piantarli. Il carattere antipositivistico del marxismo fu fortemente affermato e difeso dal Labriola, che non risparmi il "tenue, vacuo, prolisso e noioso ragionatore" Spencer, che "pareva a volte un kantiano inconsapevole, a volte un Hegel in caricatura". La storiografia, che abbiamo detto a quali estremi per l'azione del positivismo fosse ridotta, si dest dal sonno, sgranch le membra, ripigli coscienza dell'esser suo, che  di guardare il passato dal presente e spiegare il presente col passato, e, insoddisfatta delle cronache e dei cataloghi eruditi e disdegnosa dell'aneddotismo senza significato, cominci a narrare storie economiche di popoli, indag la schiavit e il salariato, l'economia naturale e l'economia monetaria, il feudalismo e il sorgere dei comuni da bisogni e lotte economiche, e, da simili angoli visuali, la storia della rivoluzione francese, quella greca e romana, la primitiva e preistorica, i movimenti religiosi e le ribellioni delle eresie, e altrettali serie di fatti. Improvvisatori si frammischiarono, in questo lavoro, agli addottrinati, e gli addottrinati stessi, un po' inebbriati della nuova dottrina redentrice, nell'applicarne il metodo improvvisarono alquanto; eppure quella storia, buona o cattiva, pregevole o di niun pregio critico, aveva sempre il pregio di presentare come l'abbozzo o l'idea di quel che, nel suo fine, la storia deve essere, sia che poi praticamente la traducesse in effettiva costruzione storica, sia che si appagasse, come in parecchi casi, di una sorta di mito o di favoletta allegorica. Il difetto era pur sempre nella concezione troppo ristretta della storia e della sua dialettica, e dello spirito umano impoverito a spirito economico o attivit produttrice dei beni che si dicono materiali; sicch l'economia si atteggiava a rivelata "cosa in s", a noumeno, e tutto il resto era trattato come fenomeno, trascurabile o secondario rispetto al primo. Ma, per altro verso, quella "cosa in s" era non una cosa ma un'attivit, una speciale attivit dell'uomo, e l'averla posta, anche sola o tiranna delle altre, importava pur sempre che l'attivit e non la passivit, la finalit interna e non la causalit, lo spirito e non la natura, tornava ad essere il centro della realt, che, per materialistica che fosse definita nelle parole, si rifaceva, in effetto, idealistica. Il rimanente sarebbe venuto poi di conseguenza, o ci si sarebbe pensato poi: per intanto, l'acquisto, anche in questa parte, era grande.
Cos, insieme col sentire politico, tutto il pensiero e la cultura italiana furono compenetrati dal socialismo marxistico e rinvigoriti. Solo sulla letteratura e sulla poesia esso non ebbe e non poteva avere efficacia, il che non era documento di scarso calore, ma conferma della sua forza critica e pratica, che andava oltre gli stati d'animo poetici, e, quando procurava di ripigliarli, li ripigliava conforme alla sua natura, non pi come fini autonomi, ma come mezzi di manifestazione e di educazione rivoluzionaria, cio esercitava una sorta di oratoria sotto forma di novelle, romanzi, drammi, liriche, poemi, tutte cose che dovevano necessariamente riuscire impoetiche e nascere morte. Il vecchio Engels, in una sua lettera premessa alla traduzione italiana del Manifesto dei comunisti, augurava che come l'Italia, che fu la prima nazione capitalistica, dette in Dante l'ultimo poeta dell'evo medio e il primo di quello moderno, cos da lei sorgesse l'atteso Dante del socialismo. Ma Dante era uno spirito doloroso, in contrasto coi suoi tempi, e rivolto romanticamente al passato, e perci fu poeta: i socialisti italiani, giovanilmente lieti e baldi, teorizzavano, polemizzavano, agitavano, lavoravano nel presente con lo sguardo a un sicuro e prossimo avvenire e non indugiavano nei sogni del sentimento e della passione: il loro sogno era, tutt'al pi, la prosaica e calcolata e circostanziata utopia alla Morris o alla Bellamy. Il momento poetico del socialismo era stato gi vissuto, senza che vi si badasse, nel periodo dell'incubazione e dell'oscuro travaglio passionale, nella letteratura romantico-veristica, per esempio, in Giovanni Verga. Cos bisogn, allora, contentarsi dei versi di propaganda di una maestra elementare socialista, Ada Negri, e aspettare lunghi anni il romanzo sul Primo maggio, al quale, con molta buona volont, si era accinto Edmondo de Amicis, che, per De Amicis che fosse, ossia semiartista e pedagogo, non cav le mani dall'assunto, e non pubblic mai il romanzo promesso. Anche un piccolo correttore di stamperia, Pompeo Bettini, socialista e traduttore del Manifesto dei comunisti, ma che aveva una schietta vena di poesia, nei suoi versi cant, dolcemente e tristemente sorridendo, di se stesso e non del socialismo, se non forse una volta per celiarvi intorno, mentre un'altra volta, sconvolto da rabbia patriottica, proruppe finanche in accenti di guerra e di sangue. La poesia non si lascia addomesticare. Le non molte opere di poesia addomesticata, di cui allora si diede saggio, romanzi e drammi "sociali", come troppo intenzionali, non produssero n fiamma n luce, passarono poco osservate allora e son ora dimenticate. La poesia e letteratura italiana continuava la sua strada indipendente dal socialismo e dai suoi atti e fatti, e, da sublime nel Carducci, dolorosa e triste nei veristi, si cangiava in sensuale e impressionistica nel maggiore suo nuovo rappresentante, Gabriele d'Annunzio, che abbiamo gi veduto affacciarsi col suo particolare temperamento di tra i letterati e artisti nel circolo romano del Sommaruga. Dopo quel tempo, assai egli si era complicato, ma punto mutato sostanzialmente: aveva via via tolto a suo uso, dopo quelli carducciani e veristici, elementi preraffaelitici, e poi mistici alla russa, e poi nietzschiani (del Nietzsche si cominci a parlare, in Italia, intorno al 1892), e poi anche guerreschi e garibaldini, ma sempre li aveva profondamente trasformati per farne oggetto di sensuale dilettazione, per la gioia degli occhi, dell'orecchio, del tatto, dell'olfatto, di tutti i sensi, e, se a qualcosa aveva teso come a proprio ideale, era un nuovo senso totale o diverso da quelli che l'animale uomo gi possiede. In questa cerchia, egli era artista splendidissimo, e talune delle liriche del Canto novo e della Chimera, e molte pagine del Trionfo della morte e di altri romanzi, certe scene della Figlia di Jorio, e le maggiori liriche del libro di Alcione, saranno ricordate nella storia della poesia, se non della grande poesia, italiana: ch, per la grande, a lui mancava la pienezza di umanit, la virilit carducciana o foscoliana. Ma questa conversione del romanticismo e verismo verso il sensualismo non fu di lui solo, e, per restringerci a personaggi rappresentativi, accadde parimente nel Fogazzaro, che non volle essere n mistico alla russa n nietzschiano, ma cattolico liberale e ammodernato e ragionante, una sorta di Manzoni, ma ahi! quanto diverso dal modello, perch, dove non tratteggi tesi e non impiant discussioni ma effuse il suo sentire, si avvolse in un sensualismo ossessionante, peccaminoso e tormentoso, che mescolava il sacro col profano e sempre attraverso il sacro era attirato dal profano; e quest'aura sensuale spira anche nel pi schietto dei suoi libri, il Piccolo mondo antico, e s'insinua nell'amore coniugale dei due protagonisti, che  insieme dissidio di credenza e miscredenza, anche qui credente e sensuale l'uomo, miscredente la donna desiderata. E il medesimo a un dipresso accadde nel poeta, non pi giovane, che sal in fama in quegli anni e che allora inizi la sua sempre pi copiosa produzione lirica, il Pascoli, il quale, da discepolo del Carducci e dipintore di quadretti rustici e idilliaci in istile derivato dall'antica poesia popolareggiante, volle ascendere a vate umanitario ed eroico e mistico, e risolse la primitiva sua secchezza e compostezza in un molliccio impressionistico, in cui l'umanit e la patria e la mistica restavano nelle intenzioni e, sopra tutte queste cose, regnava una volutt di lacrime e di spasimi, una volutt che non tard a diventare una maniera. Era, tutta cotesta, dal pi al meno, letteratura decadentistica, la quale pu ben aprirsi il varco in una societ nel suo complesso o per altri rispetti non decadente; giacch, se non  vero che, come vuole una nota formola, la letteratura in quanto poesia "esprima la societ", perch essa in realt esprime solo le anime dei suoi poeti, non  vero nemmeno che, in quanto mera letteratura documentaria, documenti sempre tutta intera la societ, per conoscere la quale bisogna di solito aver l'occhio anche ad altre manifestazioni di vita. Decadentistica era quell'arte, ma generalmente europea e non specificamente italiana: tanto che il D'Annunzio ebbe in tutto il mondo un'accoglienza che cos larga e favorevole la letteratura italiana non aveva pi goduta dopo il tempo del Metastasio, e il suo decadentismo fu salutato in Francia "renaissance latine".
Taluni motivi decadentistici potevano veramente germinare e svilupparsi, e si svilupparono pi tardi, anche dal seno del marxismo, per quella sua diffidenza verso l'abusata parola "libert", proclive a trapassare in disprezzo e in cinica asserzione del contrario, per quel pericoloso e poco criticamente elaborato concetto della "forza", e della "lotta" e della "dittatura", cose che, concepite in servigio di un rinnovamento sociale ed etico, negli animi cupi, violenti e avidi di dominazione si distaccavano dal primo sentimento e si alleavano ai loro propr, e da mezzi s'idoleggiavano come fini: di che, a torto o a ragione, pareva al Mazzini, e ad altri che lo conobbero e osservarono da presso, di scorgere qualche indizio nel medesimo Marx, nel quale, insieme con la vigoria filosofica e critica e storica, concorrevano elementi irrazionali di ebraico odio e spirito distruttivo contro la classica e cristiana tradizione della civilt europea, di semitico millenarismo e di brutalit prussiano-feudale. Ma il marxismo italiano, quale fu interpretato e divulgato particolarmente dalla Critica sociale del Turati e dagli altri scrittori di simile provenienza, nonostante le sue professioni di rigida osservanza,  stato dagli intendenti giudicato "impuro"; e impuro era in effetto e a sua lode, appunto perch abbastanza puro nel suo sentimento fondamentale, fede di uomini che avevano cominciato da repubblicani, democratici, liberali e, checch dicessero, tali si mantenevano nel loro fondo, gli stessi che, cinquant'anni prima, sarebbero stati patrioti del Risorgimento, e ora, nelle nuove condizioni e innanzi ai nuovi problemi, si erano fatti socialisti. L'avere ascoltato, quegli italiani, la lezione sull'importanza della "forza", non pel tramite del bismarckismo, e dei pubblicisti e storici tedeschi bismarckeggianti, a cui, come sappiamo, gli italiani ripugnarono, ma attraverso il socialismo e la sua promessa di una pi felice e pi giusta umanit, confermava l'intima loro disposizione. L'antipatriottismo, che discendeva logicamente dalla concezione degli stati, anche dei moderni stati nazionali, come organi d'interessi di classe, e concludeva nell'esortazione rivolta ai proletari del mondo tutto di unirsi tra loro di sopra e contro le patrie dei capitalisti, era in Italia echeggiato a mezza voce, o gridato talvolta in fretta e furia come per obbligo di coerenza, o espresso in sarcasmi e ironie false di suono, e per solito da gente rozza e di cattivo gusto, ma non coltivato con energia, n veramente sentito: quei socialisti erano patrioti non pi ma forse non meno degli appartenenti agli altri partiti italiani e, come gli altri, dicevano male della loro patria perch l'amavano, e il loro antipatriottismo era piuttosto come infatti chiarivano, "antipatriottardismo", cio avverso alle ideologie patriottiche in quanto servissero a coprire col loro lustro e luccichio cose non degne e non serie. Del resto, furono socialisti quasi tutti quei giovani che andarono in Grecia nella guerra del 1897, e combatterono a Domokos; n (caratteristico segno psicologico) si pot mai impedire, nonostante i deliberati dei congressi, ai socialisti italiani di praticare la cavalleria e battersi in duello. C'era bens l'altro domma dell'"odio di classe", da introdurre e mantenere e acuire tra gli operai e contadini; ma i Marat non si vedevano tra quei socialisti, e alla formola teorica e al colorito delle parole non rispondeva l'animo. Uno dei letterati, che il Turati aveva chiamati al socialismo, non fu tranquillo se non quando, fatta una gita in Germania, alla Mecca del marxismo, e interrogati operai tedeschi socialisti, pot riportare in Italia che, alla domanda se essi odiassero, gli avevano dato per risposta: "Noi non odiamo, ma vogliamo". Il Turati, per le sue origini mentali letterarie e democratiche, e per quelle familiari di borghese e moderato, era forse quegli che meno di tutti credeva alle tesi dottrinali del marxismo, la teoria del sopravalore e l'altra del materialismo storico, anzi neppure le intendeva bene, sfuggendogliene le premesse e le derivazioni speculative, e, scettico in questa parte, nella pratica si regolava col buon senso e con certa sua disposizione onesta e conciliante, infrenata ma non soffocata dai doveri dell'uomo di parte e di programma. Solo marxista rigido conseguente voleva essere e si persuadeva di essere, e pareva che fosse, Antonio Labriola; ma questi aveva occhio vigile agli interessi e alla fortuna d'Italia, alla sua industria e alla sua espansione coloniale (con quanta ansia segu, e con quanto dolore, le cose italiane nell'Africa!), e la sua mente critica non gli permetteva l'ortodossia senza congiunte fatiche di ermeneutica e inconsapevoli correzioni o avviamenti alle correzioni.
La conseguenza fu che, accanto al Labriola, un suo scolaro, avanzando per la strada da lui aperta, e contrastato e disapprovato da lui per questo ardire, sottomise a revisione tutte le tesi principali del Marx, e giudic antieconomico e antiscientifico il concetto del sopravalore, riconoscendogli il solo ufficio di un paragone istituito per motivi di polemica sociale tra un astratto paradigma e la realt, e dimostr fondata sopra una ignoratio elenchi la legge centrale del terzo volume del Capitale sulla caduta tendenziale del saggio di profitto e la fine automatica del capitalismo per effetto del progresso tecnico, e abbass il materialismo storico a semplice canone empirico di storiografia, che suggeriva di dar maggiore attenzione che non si solesse, nell'indagare la vita delle societ umane, alla produzione e distribuzione della ricchezza; e cos via per tutte le altre tesi. Questa critica fu accettata e convalidata dal Sorel, che anche lui studiava il maxismo con fede e speranza, ma anche lui con la debita spregiudicatezza; e oper nella distesa internazionale di quella scuola, e ne affrett la cosiddetta "crisi", che poco stante, fu accusata e dichiarata in Germania dal Bernstein, il quale ammise di essere stato aiutato all'uopo dalla critica e autocritica italiana. Altri scrittori socialisti lavoravano, come potevano e sapevano, allo stesso fine: pi tardi (si consenta questa anticipazione di fatti che furono conseguenza delle premesse poste negli anni di cui qui si discorre), nel 1906, si ud nel congresso socialistico di Roma, da parte del Morgari, l'attestazione che i socialisti italiani, accogliendo dal Marx il metodo della lotta di classe, avevano sempre respinto tutto il rimanente della sua dottrina, "pessimistica, catastrofica, anarchica", e, non molto dopo, il Giolitti annunziava nella Camera italiana che Carlo Marx era stato dai socialisti "riposto in soffitta". I giovani storici, preparati nelle scuole di filologia delle universit italiane, pur senza discutere direttamente la teoria, temperarono e modificarono le semplicistiche applicazioni che del materialismo storico si erano date in primo tempo, e tennero conto di altri ordini di fatti, o di altri "fattori", come allora si diceva, e formarono una scuola di storiografia marxistica, anch'essa, con sua lode, "impura", che denominarono "scuola economico-giuridica".
A questo movimento teorico corrispose nella politica pratica un'ulteriore trasformazione, e il socialismo, che da rivoltoso era diventato parlamentare, da parlamentare del "tutto o nulla" e della perpetua negazione divenne a poco a poco collaboratore con gli altri partiti ed evoluzionistico e riformistico: cio svilupp i motivi liberali della tradizione italiana sopra quelli antiliberali del marxismo. Ma, prima di narrare queste vicende, conviene riprendere il racconto della storia pi particolarmente politica.
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7. IL PERIODO CRISPINO. 1887 - 1896.
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Circa gli stessi anni, o poco innanzi che i giovani italiani si aprissero una via d'ideale e d'azione nel socialismo marxistico, l'Italia pi particolarmente politica credette di aver ritrovato anch'essa l'uscita dall'inerzia in cui le pareva di essere caduta all'interno e verso l'estero; e certamente prov per alcun tempo il sollievo e la gioia del malato, reale o immaginario, al quale si porga una mano robusta, annunziandogli che egli non  infermo come gli si era detto e aveva detto a s stesso, e che, dunque si levi e cammini e speri e ardisca. Il periodo politico che si configurava nell'opinione e nel sentimento come di ristagno e corruttela, riceveva simbolo e nome dal Depretis; e questo vecchio statista, che per un decennio aveva governato l'Italia, dopo il caso di Dogali venuto quasi a nuova e cruenta conferma dell'incapacit e impotenza italiana, prostrato esso stesso dall'impensata sciagura, chiamava al suo fianco colui che era destinato a succedergli nella preminenza politica, Francesco Crispi, e di l a qualche mese (29 luglio 1887) spariva dalla scena del mondo. Il governo fu assunto dal Crispi, che ritenne con s lo Zanardelli e prese, oltre la presidenza, i ministeri degli affari interni e degli esteri.
Il Crispi aveva sempre rinfacciato. ai capi dei governi di Sinistra, di non esservi tra essi l'"uomo energico" che ci voleva a quel posto, l'uomo intorno e sotto al quale si riunissero altri uomini pronti e volenterosi, e che al popolo italiano, vecchio e viziato da secoli di dispotismo, avrebbe ridato freschezza di giovent, rendendolo serio, virtuoso, virile. Ed egli si sentiva quest'uomo, capace di salvare e innalzare l'Italia; e certamente possedeva questa bella forza interiore, la fede in s stesso, che non era gi leggerezza di vanit, ma fede in una propria missione, e perci sicurezza e impeto insieme, e congiunto orgoglio verso gli oppositori e critici, tutti a lui inferiori, non come lui ispirati, non al pari di lui patrioti, e ai quali, e non mai a se stesso, riferiva la colpa di quanto accadeva di avverso e del bene che a lui non riusciva di fare. Anche quando lo costringevano a ritirarsi temporaneamente sotto il peso di accuse e di errori, non si sentiva sminuito, rimaneva imperterrito, e aspettava che a lui l'Italia si rivolgesse per soccorso, o che tornasse il momento in cui egli potesse accorrere a salvare la monarchia e la patria. N solo possedeva questa fiducia, ma la suscitava intorno a s: da molti anni si guardava a lui; la sua caduta da ministro una prima volta, nel 1878, per un incidente di carattere privato, fu giudicata cosa deplorabile; si ripeteva con convincimento che, esauritisi gli uomini della Destra, screditati dalle prove fatte quelli di Sinistra, egli era il solo che rimanesse e sul quale si potesse contare, il solo al quale spettava come di diritto la direzione della cosa pubblica. Diventato capo del governo, ai suoi primi atti o ai suoi primi gesti fu generale, nel mondo politico, il consenso e il plauso: ormai l'Italia si sentiva in buone mani, fortemente governata; ormai era finito l'atteggiamento remissivo e vile verso gli altri stati e popoli; il Crispi prometteva di dare, e gi dava, quel governo che da lungo tempo gli italiani bramavano invano. Ci dicevano uomini di ogni partito, anche antichi avversari o fedeli alla Destra, uomini vecchi e maturi i pi: un senso di fiducia si diffondeva largamente nel paese.
Ma che cosa o quali cose il mondo politico italiano chiedeva al Crispi? quali determinati bisogni egli avrebbe dovuto appagare, di quali idee o di quale programma avrebbe dovuto farsi rappresentante ed esecutore? A una ricostituzione di partiti politici, a una rinata Destra e a una coerente e valida Sinistra, nessuno pi credeva sul serio, essendo ormai cosa accaduta e irrevocabile la dissoluzione dei due vecchi partiti, e quella sorta di eclettismo che prese il nome di "trasformismo" e che il Crispi adott, checch affermasse in contrario, nel comporre e rimaneggiare i suoi ministeri. Meno ancora si aveva la mira a riforme dello Stato, nonch in senso reazionario, neppure moderatamente autoritario, come di un ritiramento del governo parlamentare verso quello semplicemente costituzionale, con rafforzata autorit del principe e del suo primo ministro, o a una riforma elettorale con suffragio indiretto per ottenere una Camera meglio scelta, o a una riforma di attribuzioni onde scemassero quelle della Camera e si accrescessero quelle del Senato: che erano, tutt'al pi, disegni e utopie di solitar. N tra coloro che mettevano le loro speranze nel Crispi si noveravano i radicali e repubblicaneggianti, i fautori di estrema democrazia, che anzi la maggioranza si accostava a lui in quanto egli non era pi l'uomo dei tempi lontani, e ai radicali e repubblicani si manifestava ostilissimo. Di una lotta religiosa, in un senso o nell'altro, come restituzione del cattolicesimo nella nuova societ italiana o come ripresa ardente di antireligioneria, non c'era nessuna necessit e nessuna voglia, essendosi ormai tutti, salvo la massoneria e il gesuitismo, accomodati in proposito all'idea media e temperata. Anche nella politica estera, che cosa gli chiedevano? Non certo un distacco dalla Triplice alleanza e un ritorno all'intesa con la Francia e alla politica delle nazionalit e dell'irredentismo; ma neppure una revisione del trattato di alleanza per la migliore garanzia degli interessi italiani, ch dei termini del trattato non si sapeva niente di preciso, e, a ogni modo, la conveniente revisione era gi stata compiuta dall'ultimo ministero del Depretis per opera del Robilant; e neppure un indirizzamento di quell'alleanza a fini bellicosi, come sarebbe stato di profittare del momento propizio per combattere contro la Francia isolata e ritoglierle la Tunisia malamente occupata, e magari qualche altra terra, Italiana di popolazione. Nelle cose economiche era andato prevalendo da alcuni anni il protezionismo, in Italia come altrove, e gli interessi erano divisi tra quelli industriali e quelli agrar; ma nessuna delle due correnti faceva del Crispi il proprio esponente, n d'altronde il parlamento italiano mostrava quelle forti impronte economiche, che si cominciavano a notare in alcuni parlamenti di Europa. Che cosa gli si chiedeva, insomma? Nient'altro che la cosiddetta "energia", che per una parte si riduceva alla semplice richiesta di un pi alacre andamento parlamentare e di un'amministrazione meglio condotta, ma per un'altra, e forse maggiore, era la vaga aspettazione di sommi benefici e di grandezza nazionale per virt di un individuo, che avrebbe concepito quei pensieri che il popolo italiano non sapeva concepire, scoperto quelle vie che il popolo italiano non conosceva, ritrovato in s quella forza che il popolo italiano non possedeva o che si sarebbe svegliata in esso col suo comando e sotto la sua guida. In altri termini, pur senza nessuna disposizione a mutare gli ordini costituiti, la richiesta era quella alquanto contradittoria di una sorta di dittatore, che operasse entro quegli ordini e compiesse qualche miracolo. Le speranze riposte nel Crispi erano, dunque, a ben guardare, non un segno di gagliardia, ma una particolare manifestazione dello smarrimento e dello sconforto che conosciamo, una manifestazione in senso positivo, e non iniziavano il processo di nuove esperienze e di nuova vita, come pur facevano quei giovani che, quasi contemporaneamente, si volgevano al socialismo.
Dal suo canto, il Crispi non poteva offrire ai richiedenti se non proprio quella formale energia che gli domandavano: il che non reca meraviglia a chi sappia il circolo che corre tra un popolo e i suoi uomini rappresentativi e dirigenti, i quali certamente sono la sua mente e volont sintetiche e non i suoi passivi riflessi, e perci spesso si spingono pi oltre del loro popolo, ma non possono far sintesi di quel che non c' ed eseguire opera di cui manchino le condizioni, e, ove mai troppo precorrano col pensiero e col conato, non si chiamano pi uomini rappresentativi e pratici e politici, ma, appunto, precursori, destinati a trionfare pi tardi, nella maturit dei tempi e in persona di altri. Il Crispi non era un precursore, ma un uomo politico, affatto chiuso nella societ del suo tempo, legato alla potenza e impotenza di essa, alla sua volont e alle sue velleit, capace com'essa di percorrere certe vie, perplesso e incoerente dov'essa era perplessa e incoerente. Il suo pensiero era rimasto illuministico, tenendo egli fermo ai diritti innati, alla limitata delegazione di tali diritti e al contratto sociale; e sebbene, come accade a siffatti astrattisti, il suo temperamento e il suo agire fossero autoritar, non mai egli si propose o vagheggi un governo autoritario, o un cancellierato alla tedesca, come, per la sua ammirazione verso il Bismarck e l'ostentazione dell'intrinsechezza con costui, ne corse voce. In fatto di politica religiosa ondeggi sempre tra i due estremi del pi spinto razionalismo anticlericale e di una conciliazione con la chiesa di Roma, e di mano ora all'uno ora all'altro dei due concetti e metodi opposti. Nella politica estera si stratificavano in lui le due diverse ideologie, del rispetto e favore da dare alle nazionalit e della ragion di stato con la congiunta politica dei gabinetti; della guerra definita come "delitto internazionale" e perci del pacifismo, e del sogno di qualche guerra di grandezza o di "magnificenza", come si diceva nella vecchia Francia di Luigi 14esimo. Triplicista era senza alcuno sfondo di pensiero germanico-romantico, risentendo l'affetto giacobino per la Francia, onde una volta parl, a proposito della accettata Triplice, dei "matrimon d'amore", a cui la necessit costringe a rinunziare per quelli "di convenienza". Ai problemi della nuova economia mondiale era poco o nulla aperto, come uomo che si era formato in tempi eminentemente politici e con cultura non economica ma giuridica. Compensava e complicava questa poca profondit e saldezza logica con l'infiammabile e infiammata immaginazione, di quella che finge e crede, come si vede dai suoi giudiz storici, nei quali, per dare qualche esempio, ripet sempre tenacemente che il Cavour non era da collocare tra i principali autori della nuova Italia, perch non altro aveva fatto che "diplomatizzare la rivoluzione", e fu sempre persuaso che la Destra, per servilit verso l'imperatore dei francesi, avesse voluto perdere deliberatamente la guerra del '66, non combattendo sul serio a Custoza n dopo Custoza, e arrestando Garibaldi nel Trentino; e pi ancora dall'incubo che, nel corso della sua politica effettiva, lo tiranneggi di una Francia meditante d'accordo col papa l'invasione dell'Italia e l'infrangimento dell'unit per ricostituire accanto a s una debole federazione di staterelli; dall'allarme pi volte dato per tale immaginaria aggressione; dalla credulit alle fandonie di bassi informatori e agenti, come quella del trattato che i socialisti siciliani avrebbero stretto con la Francia e con la Russia per porre l'isola sotto il protettorato moscovita. Da tutti cotesti e altrettali pericoli e minacce egli era sempre vigile e attivo a salvare l'Italia, con la sua premura affannosa, col suo impetuoso intervento, con la sua "energia", che produceva tanto pi sicuramente il suo effetto, tanto pi agevolmente trionfava, in quanto il nemico contro cui scattava non esisteva, e, non esistendo, lo lasciava nel miglior modo padrone del campo. Non era scrupoloso di rigida correttezza in ogni parte della sua vita, e non splendeva di finezza e buon gusto; ma era, senza dubbio, di alti spiriti, di cuore generoso, sincerissimo nei suoi affetti e nel suo immenso amore per l'Italia, con la quale gli piaceva confondere s stesso, cos pel vivo ricordo di quanto aveva operato per lei nel passato, segnatamente nella spedizione dei Mille di cui fu la volont determinante e la mente direttrice e che forma la sua vera gloria, come per quello che sentiva di poter fare lui solo per lei nel presente. Anche un certo suo amore pel fasto, che spiccava per contrasto sugli abiti modestissimi dei precedenti ministri italiani, il suo disegno di un nuovo Palazzo del parlamento con una solenne aula, dove sarebbe sorto un trono di bronzo e oro a simbolo della sublimit e della stabilit della monarchia, e simili cose, corrispondevano al suo sentire grandioso. Taluno, a tutto questo mpito di fantasia e di parole e di gesti, scosse il capo, e, impensierito e sospettando alcunch di patologico, pronunzi la parola "megalomania", che circol per l'Italia; e i giornali satirici e scherzosi ebbero dalla figura e dagli atti del Crispi largo pascolo. Ma Giosue Carducci, che, come poeta, non era critico politico ed era invece sensibilissimo ai moti e ai lineamenti, comunque si accennassero, della grandezza, vide nel Crispi l'eroe del suo sogno, e si dette a lui con tutta la sua anima fervida: conquista spirituale che  documento d'onore per l'altezza di passione che realmente era nel Crispi, ma insieme documento assai dubbio per tutto il resto, non essendo buon indizio dell'intelletto d'un uomo di stato quello di gradire all'immaginazione dei poeti.
Con l'avvento del Crispi al potere parve che la politica estera entrasse in un periodo assai fattivo, ed egli fu lodato per aver dato valore all'alleanza della Triplice e fatta udire la voce degli interessi e della volont dell'Italia. Cos doveva parere quando, al principio del suo ministero, nell'ottobre dell'87, lo si vide recarsi a colloquio col Bismarck a Friedrichsruhe, colloquio circondato di mistero e che si stim gravido di conseguenze, e che fu commentato dagli elogi e dalle adulazioni della stampa tedesca all'eccelso uomo di stato italiano, il quale bene intendeva quanto giovasse pel presente e per l'avvenire la stretta unione d'Italia e Germania nella politica europea. Anche la stampa austriaca larg gli stessi plausi, soddisfatta pel rigore del Crispi verso gli irredentisti, che giunse fino allo scioglimento dei loro circoli nel tempo stesso che il governo austriaco scioglieva in Trieste l'associazione Pro patria, la quale non aveva veste politica ma solo culturale: il Crispi accusava gli irredentisti di antipatriottismo, giudicando che con l'opera loro lavorassero ai fini del Papa. N esit a revocare sgarbatamente il suo ministro delle finanze, il Seismit Doda, quando questi assistette a Udine a un banchetto, dove si tennero discorsi irredentistici, senza dir motto di protesta. Nel 1888, il giovane imperatore di Germania, Guglielmo II, si rec, primo tra i sovrani, a visitare in Roma il re d'Italia, e fece anche una breve visita al Papa, ma studiata in modo che il colloquio confidenziale da questo iniziato sul consueto metro delle lamentele venne, dopo pochi minuti, interrotto dal principe Enrico, al quale di entrata il figliuolo del Bismarck, segretario degli affari esteri, che accompagnava l'imperatore.
L'impressione che qualcosa di grosso si preparasse era confermata e accresciuta dagli allarmi e dalle invettive della stampa francese, e dal contegno del governo stesso di Francia, che prese ad osteggiare l'Italia in Tunisia, in Abissinia e perfino a Massaua, dove lev pretese di protezione sui sudditi greci, e dalla denunzia dei trattati di commercio italo-francesi con la conseguente guerra di aspre tariffe, la quale certo non fu unicamente effetto del contrasto politico, avendovi avuto la sua parte il prevalente protezionismo, ma dal contrasto politico fu precipitata e inacerbita. Dal suo canto, il Crispi us un piglio brusco e un linguaggio diplomaticamente poco cortese nel rivendicare i diritti dell'Italia negli incidenti coi consoli francesi di Firenze e di Massaua. In Italia e all'estero si pensava che egli, diverso in ci dagli altri uomini politici italiani, tutti di disposizioni pacifiche, vagheggiasse e tentasse "avventure internazionali": presso i francesi aveva fama di misogallo, ricordando di lui, tra l'altro, lo zelo onde nel 1882 aveva promosso la celebrazione del sesto centenario dei Vespri siciliani. Pure, ora che meglio si conoscono i fatti di quel tempo, e parecchi documenti ufficiali sono venuti in luce, si ha chiara la prova che il Crispi diceva il vero quando asseriva di non voler guerra con la Francia; che egli non rese in nulla pi bellicoso il trattato della Triplice, rimasto quale l'aveva rinnovato il Robilant, cio soltanto difensivo contro un'eventuale aggressione della Francia e di garanzia per gli interessi italiani in Africa, che la Francia potesse ulteriormente offendere dopo l'occupazione della Tunisia; che il colloquio col Bismarck del 1887 fu assai accademico e inconcludente, e punto pericoloso, come del pari gli altri due che lo seguirono nel 1888 e nel 1889, e il colloquio col Klnoky; che, quando il Bismarck, a quel che sembra, pens a un'unione con la Russia e con l'Inghilterra e a una guerra contro la Francia, il Crispi non partecip al disegno e non lo aiut in nessun modo. Egli, in verit, fu a pi riprese sotto l'incubo, che si  detto, di un'aggressione francese e di un macchinato disgregamento dell'unit italiana: incubo che lo fece perfino travedere quando nel febbraio dell'88 credette a un improvviso aprirsi delle ostilit e ne di il segnale all'Inghilterra, onde la notte tra l'11 e il 12 di quel mese arriv a Genova la flotta inglese, e l'ammiraglio Hewett domand alle autorit locali notizie sulla dichiarazione di guerra; e, di nuovo, nel luglio dell'89, quando credette, sulla relazione di un oscuro informatore, a un attacco della frontiera e a due divisioni che la Francia stava per sbarcare da Tolone e da Algeri sulle coste dell'Italia meridionale, e mand in fretta il Cucchi a Berlino e avvis l'Inghilterra, incontrando l'incredulo sorriso del Bismarck e del Salisbury. Per questa sua agitazione d'animo, anzich servirsi del Bismarck, gli serv, agevolando, con l'inasprire pur senza volerlo il dissidio d'Italia e Francia, la politica tedesca di assicurazione e di predominio; ed egli stesso doveva riconoscere pi tardi l'infecondit o la scarsa fecondit della Triplice alleanza per gli interessi economici e coloniali dell'Italia. L'alleanza esisteva prima di lui e i francesi non vi sentivano punte minacciose; esistette dopo di lui e non imped buoni rapporti e intese con la Francia, senza che fosse stato necessario modificarla o temperarla in alcun patto (la rinnovazione del 1891 introduceva qualche ritocco concernente solo gl'interessi africani dell'Italia), ma bastando ai suoi successori di dichiararne il carattere meramente difensivo e di adoprarla in quanto tale.
Certo, del peggio che sterile, incivile e immorale scambio di contumelie, che allora ebbe luogo tra popolo italiano e il francese, il Crispi, con la sua agitata immaginazione, non fu il solo autore; ch, per una buona met, ne spettava la colpa alla Francia stessa, dove, tra uomini politici e giornalisti e altra gente, si direbbe che esistesse altrettanto "crispismo", altrettanta sconvolta immaginazione e credulit e passionalit e orgasmo di sospetto e di paura. E si coltiv in Francia la stolta idea di sforzare l'Italia a uscire dalla Triplice, prendendola con la fame, ossia procurandole difficolt economiche; cercando di infliggerle scacchi e umiliazioni; intrigando col papa Leone 13esimo per mezzo dell'ambasciatore presso il Vaticano; intervenendo presso i repubblicani e radicali d'Italia, come fecero i deputati francesi Rivet e Gainard a Milano nel 1889, e nel 1890 il gi rivoluzionario italiano e allora cittadino francese, il Cernuschi, il quale mand danaro per concorrere all'elezione del Cavallotti e di altri francofili; e, infine, sfogando l'odio contro gli italiani con le selvagge persecuzioni ed eccid di operai italiani, come a Aigues Mortes nel 1893. Tutte cose che, dirette contro la dignit italiana, dovevano ottenere l'effetto opposto, eccitare e sollevare lo sdegno nazionale e stringere pi forti i legami con la Germania, abbondevole di carezze e cortesie. Ma il popolo francese, o piuttosto il buon borghese di quel popolo,  fatto cos, e, sul serio, in complesse faccende di politica, pone la semplicistica domanda se tale uomo o tale popolo "ami o no la Francia", e istruisce il correlativo processo e commina le correlative sanzioni: come chi dica che a tutti gli amorosi che sono al mondo corra l'obbligo d'innamorarsi della stessa donna, e che la Francia poi sia una donna. La commedia degli equivoci riemp quasi intero il quadriennio del primo governo del Crispi, al quale, del resto, nel 1890, il ritiro del Bismarck tolse un elemento necessario alla sua, si potrebbe dire non politica, ma rappresentazione politica. Niente accade inutilmente nella storia, e quella lunga baruffa italo-francese matur l'utilit di purgare una buona volta italiani e francesi dei cattivi umori dell'acuta gallofobia e italofobia; coloro che esercitano il mestiere di apprestare e rinfocolare i sentimenti d'odio tra i popoli, ignorano che quel loro mestiere non solo  triste ma vano, perch l'odio  atto soltanto ad accecare e a imbestiare e inetto perfino a dar vigore nelle guerre da sostenere, che si sostengono con altri sentimenti e con altri mezzi. Ma, fuori che in tal riguardo, cio in quanto liberazione per saturazione, il travaglio di allora non giov n alla Francia n all'Italia: a quella, perch non valse a distaccare l'Italia dalla Triplice; a questa, perch non gliela rese pi vantaggiosa di quanto gi le era stata e le fu poi. Vero  che, in quel tempo, da parte degli oppositori radicali e irredentisti, si pose innanzi la formola di una "lega latina", di un'alleanza "naturale" contro le alleanze "innaturali", come si considerava quella con la Germania e l'Austria-Ungheria: formola allora vuota di contenuto, ma che doveva ricevere la sua attualit di uso nel 1915; e da parte di conservatori, particolarmente del Bonghi, nel 1893, si manifest diffidenza verso la politica della Triplice, da quando ne aveva preso la direzione il giovane imperatore, irrequieto, esaltato, ebbro di orgoglio, dalla mistica favella; che era anche un giudizio destinato ad avere le sue lontane conseguenze.
Se, dunque, la politica estera del Crispi fu piuttosto passiva che fattiva, passiva del temperamento di quell'uomo, e produsse pi rumore che danni, ma con questo certamente i danni di ogni fracasso  stordimento di cervelli, una maggiore fattivit sostanziale non si ebbe neppure nella politica coloniale. Che egli volgesse il pensiero, come gliene  stato dato vanto, all'occupazione italiana della Tripolitania,  naturale, perch questo pensiero ci fu prima e poi negli uomini politici italiani, e il caso era preveduto nel trattato della Triplice del 1887, negoziato dal Robilant; ma quel pensiero rest allora, e doveva restare, un pensiero. Dell'impresa di Massaua il Crispi era stato oppositore; senonch, non diversamente dalla grande maggioranza degli italiani, poich si era andati col, ripugnava a ritrarsene, specialmente dopo che sangue italiano aveva bagnato quelle terre: la quale disposizione d'animo avrebbe dovuto persuadere a tenersi a una ristretta occupazione e non impegnarsi a fondo nelle cose abissine e contro l'Abissinia. La spedizione, comandata dal generale Asinari di San Marzano, aveva rioccupato e fortificato la zona di Saati, che il negus Giovanni, sceso contro gli italiani con un grosso esercito, non os attaccare, onde si ritir dopo un vano assedio (3 aprile '88), ma in modo cos coperto e rapido che gli italiani non ebbero la soddisfazione di molestarlo e inseguirlo. L'occupazione fu estesa a Keren e all'Asmara nel 1889 dal generale Baldissera, che di ordinamento alla colonia e avvi la formazione di una milizia indigena. Ma il Crispi con la sua tendenza alla grandezza formale senza contenuto effettivo e mezzi adeguati, togliendo occasione dalle discordie dei capi abissini, dalla morte in battaglia del negus Giovanni e dalla successione del nuovo negus Menelik, lasciandosi consigliare dall'Antonelli e invano sconsigliato dall'avveduto e fermo Baldissera, si piacque nell'immaginare una sorta d'impero abissino che egli avrebbe donato all'Italia, e col trattato detto di Uccialli (2 maggio '89) fece accettare dal nuovo negus il protettorato dell'Italia, o credette che questi l'avesse accettato, perch  dubbio se e in qual misura e da qual parte ci fosse inganno o errore, n forse preme troppo di schiarir questo punto, giacch, in ogni caso, un protettorato in tanto si accetta e si osserva in quanto c' la volont e la forza di imporlo e la convenienza di lasciarselo imporre. In apparenza, tutto procedeva col a gonfie vele, sul mare della vanagloria nazionale: una missione abissina venne in Italia; Menelik si lasci rappresentare dall'Italia nella conferenza antischiavistica di Bruxelles; la colonia fu, nel 1890, battezzata Eritrea; il generale Orero, succeduto al Baldissera che aveva chiesto di essere richiamato, faceva di suo capo un'incursione fino ad Adua, dove commemor il terzo anniversario di Dogali. Ma l'edifizio, che si veniva costruendo, era di sola apparenza, difettavano i mezzi finanziar per rafforzarlo, e ci si lasciava cullare dall'illusione di conseguire grandi cose con poche forze e poco dispendio. Il paese e la sua rappresentanza politica erano scarsi di sentimento e di esperienza coloniale e, in fondo, indifferenti, ma insieme speranzosi dei facili trionfi promessi: soffiava in Europa un certo vento d'imperialismo, che si sentiva anche in Italia e investiva in ispecie i cosiddetti "africanisti". Cominci nell'89 anche la formazione dell'altra colonia, la Somalia, coi protettorati sui sultanati di Obbia e dei Migiurtini e con l'acquisto del Bendir, onde il Crispi notific alle potenze il protettorato su tutta la costa della Somalia, e nel 1891, merc una convenzione con l'Inghilterra, furono delineate le rispettive zone d'influenza. Ma gi sulla fine del '90 Menelik moveva obiezioni al modo con cui era stato interpretato il trattato di Uccialli, e agenti di potenze straniere, che la politica crispina si era inimicate, della Francia e della Russia (questa per effetto dell'atteggiamento tenuto dall'Italia nella crisi bulgara e del riconoscimento che il Crispi volle fare del Coburgo), prendevano a intrigare in Abissinia a danno dell'Italia, e il governo italiano si disponeva, col nuovo comandante in Eritrea, il generale Gandolfi, a entrare nel cattivo giuoco degli accordi coi capi ribelli al negus, e a immischiarsi nelle cose del Tigr.
Come sognava di dare all'Italia un impero abissino, cos il Crispi sogn di procacciarle una conciliazione col Papa: che era non solo un dono che proprio non sarebbe dovuto in nessun caso venire da lui, zelante adepto della massoneria, ma di cui non si vedeva l'opportunit politica, dopo che con la Triplice era stato posto saldo ostacolo alla politica di Leone 13esimo di rivendicazione del potere temporale, e meno ancora l'opportunit civile. Ma egli era tirato dalla sua vaghezza per le cose mirande: la fiammata di quella idea gli splende nell'anima, quando il Papa, nella sua allocuzione concistoriale del 23 maggio 1887, parve accennare a mutato animo verso l'Italia, e l'antico neoguelfo, il benedettino Tosti, storico della Lega Lombarda e sacro cantore nella guerra d'indipendenza del '48, si prest intermediario tra il Crispi e il Vaticano. Il sogno visse lo spazio di un mattino: sfiori tra il maggio e il giugno, alacri a impedire la conciliazione da una parte i gesuiti e dall'altra la massoneria, che proprio allora, col gran maestro Lemmi, si era rinvigorita: il Tosti fu rinnegato dal Papa, che prima parve lo avesse confortato all'opera. E allora il Crispi torn ferocemente anticlericale: tra il giugno e il luglio di quell'anno fece approvare la legge che aboliva le decime ecclesiastiche per l'amministrazione dei sacramenti e altri servigi religiosi; l'anno dopo, destitu il sindaco di Roma Torlonia, che aveva reso visita al cardinal Parrocchi in occasione del giubileo di Leone 13esimo; un decreto del ministro dell'istruzione tolse l'obbligo dell'istruzione religiosa nelle scuole elementari; nel nuovo codice penale furono inseriti articoli sugli abusi del clero e sulle intemperanze della stampa cattolica; una legge regol i beni delle Confraternite, un'altra pi generale riform le Opere pie; le scuole italiane in Oriente furono tolte alle corporazioni religiose e rese laiche. E nel 1889, in Roma, a Campo di Fiori, nel luogo dove il rogo arse, fu elevata contro il Vaticano la statua di Giordano Bruno, con poco storica interpretazione del pensiero del Nolano nei rispetti della Chiesa cattolica, ma in modo conforme al simboleggiamento che nella figura di lui l'anticlericalismo e l'anticattolicesimo avevano fatto di s medesimi. E col rimane, con pi pacato sentimento negli animi nostri, come monumento posto dall'Italia nuova a uno dei suoi figli, che, tra i primi, precorse in Europa la filosofia moderna, a uno dei martiri della lunga lotta tra la concezione trascendente e quella immanente della vita, tra l'ideale dell'assolutismo ecclesiastico e statale e quello del libero svolgimento intellettuale e civile dei popoli. Dal suo canto, il papa Leone 13esimo, che gi aveva visto compromessa la sua politica dall'accordo dell'Austria-Ungheria e della Germania con l'Italia, invelen quanto pi pot, assistito dal suo segretario di stato Rampolla, l'ostilit e l'odio francese contro l'Italia.
In relazione al bisogno del Crispi di attestare a s e agli altri la propria energia  da porre il forte rilievo che in lui ebbe la difesa della monarchia, la quale allora era minacciata meno che mai in Italia, ridotti i repubblicani a esigua e accademica minoranza, e i socialisti, che si avanzavano nel campo pratico e nel 1890 avevano indetto la celebrazione del Primo maggio e cantavano l'allora composto Inno dei lavoratori, indifferenti alle forme dello stato, tanto valendo per essi la monarchia quanto la repubblica borghese. Con lo scioglimento dei circoli repubblicani il Crispi difendeva, non veramente la monarchia, ma la sua politica triplicistica contro irredentisti e francofili. Le destituzioni, che egli fece di qualche piccolo sindaco di professione repubblicana, erano cose di lieve peso, gonfiate a grande importanza. Come gli altri uomini della Sinistra, gi repubblicani, egli metteva un particolare impegno nel dimostrare il suo lealismo monarchico; il che si vide nella legge sullo stato delle persone della famiglia reale. E insieme con l'altro e pi recente repubblicano; il Fortis (che era stato uno di quelli fatti arrestare dalla Destra pel convegno di Villa Ruffi), volle procurare al re buone accoglienze nella Romagna, la regione d'Italia dove il repubblicanesimo era pi violento nelle forme e la sola dove esistessero non partiti ma fazioni politiche, che si combattevano con gli ammazzamenti e con le rappresaglie, e che perfino inducevano talvolta i cittadini all'esilio volontario dai loro comuni. Il Fortis si maneggi coi repubblicani romagnoli; fu concordata la grazia al Cipriani, ex-comunardo e condannato per omicidio, col patto che non lo avrebbero eletto pi deputato, come avevano fatto gi per due volte; e la visita reale si effettu senza inconvenienti, tra feste e applausi delle popolazioni, e profuse promesse del re di benefic a quelle regioni.  da notare che il Fortis, dopo che ebbe reso quel servigio, fu assunto sottosegretario di stato al ministero degli interni, e che egli ottenne per s e per gli altri sottosegretari di stato il titolo di "Eccellenza", con cui da allora essi si fregiarono, per quel debole verso le pompe e le onorificenze e i titoli gerarchici, che  degli uomini di origine ultrademocratica. Proprio dei quali  anche il non eccessivo rispetto agli spiriti e talora alle forme costituzionali e parlamentari; e il Crispi non form eccezione alla regola, perch fece votare nel 1887 la facolt di determinare con decreto le attribuzioni della presidenza del consiglio e di accrescere e ridurre il numero dei ministeri e delle divisioni generali, e similmente con la legge di pubblica sicurezza del 1888 allarg l'mbito del potere esecutivo. Nonostante che la cosa fosse giudicata poco corretta, egli continu a detenere i due ministeri degli interni e degli esteri; non si mostr ossequente alla riprovazione che Camera e Senato manifestarono all'opera di taluno dei suoi ministri; evit che nel 1889 la Camera indicasse col voto la sua designazione, per riavere esso l'incarico di ricostituire il nuovo gabinetto, o, come disse, "per non compromettere con un voto parlamentare i grandi interessi dello stato". Dominava il parlamento non, come aveva usato il Depretis, con gli accorgimenti e le blandizie, ma con questo suo fare risoluto, che dava occasione a celiare del "pugno di ferro"; e il parlamento di rado gli fece contrasto e remora.
Tuttavia, come nell'amministrazione dello stato cos in questa parte, l'energia, che altrove annaspava nel vuoto o arruffava pericolose matasse, produceva il bene che  in grado di produrre quando si applica alle cose possibili. Il Crispi indirizz il parlamento a lavorare e gli fece esaminare, discutere e votare leggi fondamentali, che erano da molti anni nel desiderio e che forse niun altro sarebbe stato allora capace di condurre a termine in cos breve tempo. Tali furono la riforma della legge comunale e provinciale, con l'elettorato a tutti coloro che erano iscritti nelle liste politiche, col sindacato elettivo nei comuni maggiori, elettivo il presidente della deputazione provinciale, e con l'istituzione della giunta provinciale amministrativa; l'ordinamento della giustizia amministrativa con l'istituzione della quarta sezione del Consiglio di stato; il nuovo codice penale, che prese il nome dal ministro Zanardelli; la legge per la riduzione del numero delle preture e quelle per l'abolizione dei tribunali di commercio, per l'unificazione della Cassazione in Roma circa gli affari penali, e per regolare l'ammissione nella magistratura; la gi accennata riforma delle Opere pie, che fuse e aggrupp siffatte istituzioni (circa seimila in Italia) e ne trasform il fine quando storicamente non aveva pi ragion d'essere; la nuova legge sanitaria del 1888, con la quale la vigilanza igienica in Italia fece molti passi innanzi, concorrendo alla sparizione o attenuazione delle epidemie e degli altri morbi, e all'abbassamento della mortalit. Erano tutte coteste leggi nell'indirizzo liberale-democratico il solo che effettivamente rispondeva alla mente del Crispi, quantunque il suo abito pratico avesse del dittatorio. Anche fu suo merito l'aver curato le scuole italiane all'estero fondandone di nuove e sostenendole tutte con vigore, in Tunisia, in Egitto, a Costantinopoli, a Salonicco e altrove.
Ma non gli riusc di porre riparo n alla crisi finanziaria del bilancio dello stato, n a quella gravissima economica, in cui allora era entrato il paese: la quale deficienza non  da riferire solamente a sua scarsa capacit, giacch si tratta di malattie che debbono fare il loro corso e che si risolvono con l'aiuto di forze che oltrepassano quelle del singolo individuo, ma certamente form stridente contrasto con la sua politica intraprendente e dalle grandi linee, alla quale difettavano in ogni caso i mezzi, come difettavano anche per l'esecuzione di talune delle leggi da lui proposte e fatte votare. Dal '72 all'88-9 il disavanzo era venuto aumentando da sedici a dugentocinquantatre e pi milioni; il bilancio dell'89 accusava un disavanzo totale di quattrocentonovantuno milioni e quello nell'esercizio ordinario di centonovantuno. Il Crispi, a seconda dei var ministri del tesoro e delle finanze che ebbe nei suoi gabinetti, inclin a volta a volta al metodo degli espedienti transitor, a quello delle nuove imposte e all'altro delle economie; e alle economie intese, nel 1889, il Giolitti, nuovo ministro del tesoro. La crisi economica del paese era nel pi forte: la rottura dei trattati con la Francia, alla quale era diretto per pi di un terzo il commercio italiano, scosse e sconvolse l'agricoltura e assai la danneggi, particolarmente nel Mezzogiorno; si aggiunse alla crisi agricola quella delle costruzioni edilizie, e, come conseguenza dell'una e dell'altra, la crisi delle banche di emissione, con tal disordine in alcuna di esse, come quella Romana, da indurre gli amministratori alle frodi; altre banche, come la Tiberina e quella di Credito mobiliare, fallirono; i fallimenti commerciali, che gi erano 1306 nel 1887, salirono nell'anno seguente a 2180; le statistiche mostravano una forte discesa nei consumi; l'emigrazione, da sessantottomila nel 1883, crebbe a centonovantacinquemila nell'88.
Che quella crisi avesse in definitiva effetti benefici, che la guerra commerciale con la Francia liberasse dalla troppa dipendenza francese il commercio italiano e desse le condizioni favorevoli al crescere delle industrie,  vero, almeno in certo senso; ma ci non toglie che la crisi fosse crisi, cio che la malattia fosse malattia. E urgeva raccogliere le forze per il risanamento, e la politica del Crispi non solo, dopo quattro anni, non l'aveva fatto ma neppure iniziato, n in altri campi aveva raccolto allori che servissero a consolare della scarsezza del pane. Questa opinione era venuta prendendo il luogo del primitivo senso di speranza, di fiducia, di attesa grandezza; e la forza di questa opinione condusse alla caduta del Crispi. L'occasione fu data da una delle non infrequenti sue sconsideratezze passionali, dall'avere ripetuto alla Camera, il 31 gennaio del '91, il suo stravagante, ma ostinato giudizio, sui danni e l'onta che la Destra aveva arrecati all'Italia "con la politica servile verso lo straniero"; donde indignazione e sollevazione di coloro che erano offesi nel loro passato, nei loro affetti e nelle loro memorie. Ma il Crispi cadde non sentendosi vinto, ripetendo ai deputati che si accingevano al voto un altro suo ostinato convincimento: "Questo voto dir all'estero se l'Italia vuole un governo forte o se crede ritornare a quei governi che, con la esitazione e le incertezze, produssero il discredito del nostro paese". Egli si vedeva sempre campeggiante sulla scena della politica internazionale, dove la sua energia si era dispiegata libera perch non c'era stata occasione di gravi prove; e si ritir, ma senza aver perduto punto la fede in s stesso ed essendo appena offuscato agli occhi altrui il suo prestigio, che poteva in occasione propizia agevolmente ripigliare splendore, serbando egli parecchi credenti e moltissimi disposti a restaurare in s quella credenza.
I due ministeri, che seguirono, quello del Rudin col Nicotera (1891-2) e quello del Giolitti (1892-3), furono, infatti, come un intermezzo alla ricomparsa del Crispi, e si travagliarono quasi esclusivamente nei problemi finanziar ed economici, che ebbero il merito di porre in prima linea, di semplificare e non ulteriormente complicare, di risolvere in alcune parti avviandone la soluzione generale, sebbene non giungessero al termine del lavoro e non ne cogliessero il frutto e la lode. Il Rudin espose subito la diagnosi della crisi finanziaria e dichiar la necessit di "far macchina indietro" e di adoperare la "lesina"; n si pu dire che mancasse di adoperarla come aveva promesso, sebbene urtasse in difficolt politiche quanto alle proposte riduzioni di spese militari, e in difficolt parlamentari in altre cose, come nella riduzione delle preture. Il Giolitti si trov di fronte, nella forma pi acuta e scandalosa, la crisi bancaria, che risaliva ad alcuni anni innanzi, e fece votare la legge pel riordinamento di quegli istituti con la formazione della Banca d'Italia, sorta dalla fusione di quella Nazionale, della Toscana e della Banca di credito, e col riordinamento dei due banchi di Napoli e di Sicilia; e prese altri efficaci provvedimenti, come l'affidavit pel pagamento della rendita all'estero e il pagamento in oro dei daz. Il Giolitti aveva concetti molto sani sulla riforma del sistema tributario italiano, che giudicava progressivo a rovescio; e fin d'allora pensava a imposte sui redditi e a non lasciare che ne andassero esenti i titoli al portatore; e intanto veniva contenendo in stretti limiti la pubblica spesa. Non appartiene allo storico soffermarsi sugli incidenti dei cosiddetti "scandali bancari" e sulle indagini delle responsabilit e delle colpe, materia prediletta dei moralisti a buon mercato, adoperata ai loro fini dagli oppositori. Affaristi, uomini politici poco scrupolosi e poco dignitosi, amministratori fraudolenti, impiegati infedeli o venali, e piccole e grosse rapine, sono cose di tutti i tempi e di tutti i paesi, e in certi tempi e in certi paesi, per effetto di talune circostanze, si addensano e scoppiano in modo grave; ma il male vero si ha quando si addensano e non scoppiano, cio quando non danno luogo alla reazione della coscienza onesta, e al castigo e alla correzione: il che non si pu dire che non accadesse allora in Italia, dove si ebbe col male il rimedio, e gli "scandali" cessarono di esser tali, appunto perch furono qualificati e trattati come tali.
Le forze spontanee del paese, intanto, si venivano ricostituendo e la sua economia si ampliava. L'estrazione del ferro, che nel 1886-90 era stata di 269.923 tonnellate, nel quinquennio seguente fu di 343.362. Intorno al '95 si ebbe il grande sviluppo dei lanific nel Biellese: anche la produzione agricola ripigliava, e, calcolata nel 1886 a tre miliardi di lire, nel '94 si calcolava a cinque: le macchine agrarie, delle quali nell'86 s'importava pel valore di un milione di lire, si importarono negli anni seguenti per pi milioni; e lo stesso aumento si osservava pei concimi. Nuovi sbocchi si erano aperti nella Germania e nell'Austria-Ungheria, e a sua volta la Germania si avvantaggiava dello stremato commercio francese, accrescendo la sua importazione in Italia del sessantasette per cento.
Lo svolgimento dell'industria favoriva il moto del socialismo, che abbiamo visto come, circa il 1890, si armasse di dottrina economica, storica e filosofica. Il famoso discorso di quell'anno dell'imperatore Guglielmo II aveva rimesso innanzi alle menti la "questione sociale", come di tal natura da non potersi soffocare con le repressioni e da doversi studiare "con cuore caldo e con mente fredda". Gli attentati anarchici, che accadevano in tutta Europa, e in particolare quello del Ravachol nel '92, operavano da segnali di allarme per chi s'illudeva ancora che si potesse senz'altro passare sul socialismo, calpestandolo. Il Primo maggio, celebrato dappertutto, era inteso come una risoluta e ferma volont del proletariato di affermarsi nella storia: fu celebrato anche in Italia, nel '91, e in Roma con un comizio operaio, al quale intervennero il Cipriani ed altri anarchici e che cagion tafferugli, tentativi di barricate e qualche ucciso: il processo, che segu, fece udire al pubblico una solenne esposizione di teorie socialistiche. Anche si ebbero non pochi scioperi, e perfino, nel '93, un primo sciopero di impiegati statali, quello dei telegrafisti. Quando si rileggono le parole paurose di quei giorni, da parte dei ben pensanti, sulle enormi richieste che gli operai osavano affacciare: "volevano la riduzione della giornata di lavoro a dieci ore, la istituzione di sindacati per trattare da pari a pari coi padroni, il riconoscimento delle corporazioni come enti morali", viene da sorridere sulle previsioni di finimondo, ma si ha anche ragione di meditare sul corso delle cose umane, e di vedere riconfermata la verit del detto: che l'utopia dell'oggi  la realt del domani. Ma, oltre le agitazioni di piazza assai spesso inconcludenti o dannose, c'era la progrediente formazione di un partito socialistico in Italia, di un partito che si apprestava a prendere parte sempre pi larga nel parlamento e nell'opera del governo. Il congresso dei lavoratori italiani, che si raccolse a Genova il 14 agosto del '92, con quattrocento delegati delle societ operaie, con deputati del partito, coi componenti del vecchio "partito operaio indipendente" (formatosi gi a Milano nell'82, sciolto dal Depretis nell'86 e ora ricostituito e fuso col socialistico), oper la separazione dagli anarchici e antilegalitari, e prepar lo statuto del nuovo partito unitario. Fonte d'insegnamento era considerata anche per questa parte la dotta Germania, cio lo scientifico partito socialistico e marxistico tedesco. Nel '93, al congresso internazionale di Zurigo, andarono delegati italiani, e, tra essi, i due diversi promotori del marxismo italiano, il filosofo Antonio Labriola e il giornalista Filippo Turati, e si affratellarono coi Kautsky e gli altri rappresentanti tedeschi. Nello stesso anno, il secondo congresso italiano, quello di Reggio Emilia, scevro ormai di anarchismo, battezz il partito "Partito socialista dei lavoratori italiani"; stabil la tattica da osservare in parlamento, che si riduceva a una continua protesta contro le riforme che lo stato borghese potesse offrire e a un continuo memento mori alla borghesia; dichiar suo organo giornalistico la Lotta di classe di Milano; e fu reso solenne dall'intervento dei socialisti belgi, il Vandervelde e il De Brouckre, e dalle adesioni di letterati come il De Amicis, e di scienziati come il Lombroso.
Il maggior centro dell'internazionalismo italiano era stato, un quarto di secolo innanzi, la meno operaia delle grandi citt d'Italia, Napoli; e la prima regione d'Italia, in cui il socialismo marxistico e rivoluzionario parve voler fare le sue prove pratiche e discendere alla effettiva rivoluzione, fu la meno industriale, la meno progredita, la pi distaccata dal resto d'Italia, la Sicilia. Ci sono sempre di quelli che si danno a credere di poter forzare la storia, e compiere per improvvisazioni e con colpi di mano profonde rivoluzioni; ma l'effetto che ne esce  l'episodio o l'aneddoto storico, sterile di effetti. Nella Sicilia, che aveva avuto dopo il '70 alcuni anni di prosperit, il tracollo si era aggravato intorno al '92. Diminuita la produzione granaria, svilito il vino dalle quaranta e cinquanta lire l'ettolitro alle dieci e venti, gli zolfi dalle lire centododici la tonnellata nel '91 gi gi a lire cinquantacinque, nel '94, che non era pi un prezzo remunerativo, queste difficolt economiche rendevano acuti i vecchi mali delle amministrazioni comunali coi loro daz tutti a peso del popolo e con le esenzioni accordate ai propri fautori, con le usurpazioni demaniali e le altre prepotenze. In tali condizioni, sorse e attecch il movimento detto dei "fasci dei lavoratori", che da Catania e da Palermo copr gran parte della Sicilia, giungendo, per quel che si disse, a un paio di centinaia di associazioni e, secondo calcoli forse esagerati, a dugentomila iscritti. Al movimento dettero forma e apparente coesione alcuni socialisti e marxisti siciliani, che sovrapposero alle prime modeste richieste consistenti nell'abbattere cinte daziarie, fondare cooperative di consumo e promuovere rivendicazioni demaniali, il programma socialistico; il quale, per altro, non escludeva, nelle pubbliche dimostrazioni, il ritratto di re Umberto e l'immagine della Madonna, portati in giro dai poveri contadini, che componevano la grande maggioranza dei fasci. Quei socialisti costrinsero i latifondisti ad accettare per allora i gravosi patti agrar, che si dissero di Corleone. Ma intanto, accaddero in pi luoghi conflitti con soldati e carabinieri e si vers sangue. I proprietari erano atterriti e chiedevano aiuto al governo di Roma. I socialisti, che erano a capo dei fasci, procuravano, ma non sempre ottenevano, di frenare e guidare il movimento: pareva che l'anarchia minacciasse di scatenarsi nell'isola.
In questi frangenti, caduto il ministero Giolitti per ripercussione degli scandali bancar, fallita la formazione di un ministero dello Zanardelli, sempre aperto il disavanzo del bilancio, l'ordine pubblico in pericolo per l'esempio del non domato disordine siciliano, fu invocato e accorse salvatore il Crispi, di nuovo con respiro generale di fiducia; il quale subito chiese ai partiti contrastanti la "tregua di Dio" per la salute della patria, e fece sentire il suo quos ego. L'ordine venne rapidamente ristabilito in Sicilia, con l'invio di un generale, il Morra di Lavriano, munito di pieni poteri, che proclam lo stato d'assedio: i fasci furono sciolti, i loro promotori arrestati in gran numero, giudicati da tribunali militari e condannati a gravissime pene. Anche in Lunigiana, dove nel gennaio del '94 si erano formate bande anarchiche che ebbero conflitti con le milizie e cercarono d'impadronirsi di Carrara e di altri luoghi, l'invio di un generale e lo stato d'assedio misero fine all'insurrezione. Il Crispi port in ci il suo solito fare impetuoso e la solita credula immaginazione, persuadendosi, come si  gi accennato, su falsi e ridicoli documenti, che i moti siciliani fossero n pi n meno che una cospirazione della Francia e della Russia per togliere la Sicilia all'Italia; l'alto commissario e i tribunali militari eccedettero col nelle repressioni e nelle condanne, come  quasi inevitabile quando tali congegni entrano in azione; si mosse accusa che alle repressioni non si fosse accompagnata, n fosse seguita, l'opera riformatrice degli abusi che avevano dato materia alla formazione dei fasci, e che il Crispi, siciliano, non avesse fatto per la Sicilia, di cui ben conosceva le condizioni sociali ed economiche, nemmeno quel tanto che il generale Heusch pur seppe fare nella Lunigiana, e che, in ogni caso, l'uomo da lui inviato in Sicilia fosse un generale da corte e da caserma, un uomo del mondo elegante, pronto al disprezzo e alla durezza, ma non di mente e di cuore larghi. Checch sia di tali peccati di eccessi e di omissioni, il Crispi tronc un movimento, che non conteneva nessun germe vitale ed era privo di avvenire. Non che consistesse, come a lui piacque affermare, in una semplice rivolta di gente di mal affare (quantunque la gente di malaffare vi si mescolasse certamente); ch, in verit, vi ebbero parte direttiva idealisti e uomini generosi, taluno anche di carattere saldo e di purissima vita. Ma il torto di quegli uomini, di quei giovani, era di eccitare e tirarsi dietro masse ignoranti e inconsapevoli, credendo di potersene valere per attuare idee che quelle non comprendevano e dalle quali erano lontanissime: cio, di tentare, sia pure a fin di bene, un imbroglio, che non  cosa che possa mai partorir bene, e, tessuta con l'inganno, merita di essere distrutta con la forza.
Altro non minore servigio rese allora il Crispi col pareggiamento del bilancio, che fu compiuto da un tecnico sapiente, il Sonnino, coadiuvato dal Salandra, sottosegretario di stato, ma che dall'autorit del Crispi ebbe il necessario sostegno politico e parlamentare. L'esposizione finanziaria del Sonnino, il 21 febbraio del '94, rec dappertutto il senso confortante che s'iniziava ormai, in quella cerchia di amministrazione, la sincerit; e pi docile fu la disposizione alla cura chirurgica che si vedeva necessaria, e che solo in parte consisteva in economie e nella maggior parte in nuove imposte. Questo programma ebbe talune vicende e ritocchi, ma nel complesso fu attuato; e gi alla fine dell'anno il dissesto del bilancio poteva considerarsi vinto, e, dopo un altro semestre di lavoro, fu annunziato il pareggio. Anche risal nelle borse la quotazione del consolidato italiano, non ostante che fosse stata aggravata sopr'esso la ritenuta di ricchezza mobile, la qual cosa, che parve assai ardita, non scosse ma ridi fiducia nella solidit di quel titolo. La circolazione venne riordinata e si provvide al rinvigorimento del Banco di Napoli, assai danneggiato nella crisi precedente pei capitali impiegati e perduti nel credito fondiario. In questo ritorno del Crispi al governo, uno dei motivi principali della sua politica dell'altra volta, l'affermazione dell'Italia nella Triplice per difesa contro la Francia, aveva perso attualit. Fu quello il tempo in cui la Germania si venne indirizzando a rivale dell'Inghilterra e sper intese con la Russia e con la Francia; onde il Crispi, non contrariato e anzi consigliato dalla Germania, cerc di trattare con la Francia accordi commerciali e coloniali; ma, poich all'Italia non conveniva di rompere con l'Inghilterra, e il Crispi vagheggiava mazzinianamente gli Stati uniti di Europa, con l'esclusione dell'autocratica Russia, non se ne fece altro. Rispetto al Vaticano, egli prese di nuovo a mostrar viso conciliante: risolse il dissidio pel patriarcato di Venezia, concedendo l'exequatur al Sarto; ottenne che la Santa Sede stabilisse a Keren una prefettura apostolica; nel settembre del '94, in un discorso a Napoli, fulmin contro la setta infame negatrice di Dio e invoc: "Con Dio, col re, con la patria", invocazione riecheggiata poco dopo dal suo poeta, il Carducci, e che form oggetto in quei giorni di molte disquisizioni e distinzioni. Ma l'anno seguente il Crispi proibiva agli ufficiali il matrimonio soltanto religioso; sospendeva le relazioni diplomatiche col Portogallo, il cui re aveva manifestato il desiderio di visitare, per non dispiacere al papa, il suo congiunto re d'Italia a Monza e non a Roma; inaugurava il monumento al Garibaldi sul Gianicolo, e celebrava solennemente la venticinquesima ricorrenza del Venti settembre del '70, fatto da lui dichiarare giorno di festa nazionale.
Di l da coteste schermaglie e variazioni di politica estera e di politica ecclesiastica, il Crispi impegn allora la maggiore forza del suo animo battagliero nella lotta di sterminio contro il socialismo, che, dopo averlo colpito in Sicilia e nella Lunigiana coi tribunali straordinari, si di a perseguitare in modo pi generale, prendendo occasione dagli attentati anarchici fattisi frequenti in Europa, contro i quali la Francia aveva adottato una legge speciale, e presentando una serie di provvedimenti, in apparenza contro gli anarchici, ma nel fatto pensati ed eseguiti contro i socialisti. Nell'ottobre del '94 egli sciolse tutte le societ e i circoli socialistici; si susseguirono processi e assegnazioni al confino, furono rimaneggiate a fine politico e in modo restrittivo le liste elettorali, si processarono giornali, e, profittandosi della chiusura della sessione parlamentare, si arrestarono e mandarono al confino deputati socialisti. Erano chiaramente sforzi vani per distruggere un movimento, che aveva profonde ragioni nel pensiero e nella societ moderna; e per questo riguardo procurarono al Crispi un biasimo molte volte confermato e rimasto nel giudizio comune. Ma altro giudizio deve ora farsene quando li si consideri, non secondo il fine che il Crispi si proponeva, e che non raggiunse e non poteva raggiungere, s invece secondo le reazioni che quei suoi sforzi suscitarono e per le quali non furono vani e anzi esercitarono grande e benefica efficacia. Perch il Crispi credeva di ferire il socialismo e fer invece, con quei provvedimenti, la coscienza liberale, assai viva in Italia; onde accadde che i condannati con enormi sentenze dai tribunali militari venissero circonfusi di simpatia, e alcuni, come il medico Barbato, di ammirazione, non solo da parte dei socialisti e dei loro amici e vicini, ma da parte anche dei non socialisti, e di coloro stessi che riprovavano il movimento dei fasci e l'imprudenza degli ideologi che li avevano aiutati e istigati. Gli ufficiali, difensori d'ufficio di quegli imputati, mostrarono aperto il medesimo sentimento: nei processi fatti in altre parti d'Italia si presentarono, tra i testimoni a discarico, liberali, conservatori, cattolici, funzionari, professori di universit. Nelle elezioni parziali, alcuni di quei reclusi furono eletti deputati e il Barbato in pi collegi; e nelle elezioni generali del '95 i socialisti accrebbero i loro seggi da otto a dodici, e, sebbene la Camera annullasse le elezioni dei reclusi, questi furono rieletti in segno di protesta della pubblica opinione. I socialisti tennero a Parma in quell'anno il loro terzo congresso, mutarono il primo e pi ristretto titolo del partito in quello di "Partito socialista italiano", e incaricarono l'Ufficio centrale esecutivo di stendere un programma minimo di azione, che, quando qualche anno dopo fu pubblicato, non parve n irragionevole n granch eccessivo.
Ma cotesta disposizione, sfavorevole al Crispi, dell'Italia liberale e favorevole ai socialisti, era, pel socialismo rivoluzionario, catastrofico, totalitario e reciso avversario della societ non proletaria e dello stato, un colpo per allora insensibile, ma assai pi forte di quelli che il Crispi, con la sua energia, gli vibrava; o, per meglio dire, era quello un colpo che penetrava dentro, e gli altri sfioravano appena. Come mantenere il rigido atteggiamento della scissione innanzi a borghesi, che porgevano mano fraterna? Come seguitare a irridere la libert, se la libert era richiesta e adoperata dai borghesi avversari a favore e tutela dei socialisti, contro le soppressioni che si facevano dei loro giornali, contro il violato loro diritto di associazione, contro i tribunali straordinar di polizia e gli assegnamenti a domicilio coatto? Come ingiuriare l'esercito quale satellite della borghesia, se dalle file dell'esercito sorgevano loro difensori pieni di zelo e di coraggio? Come rifiutare di proporre riforme in parlamento o di discutere quelle che i governi borghesi proponevano, se non esisteva un partito preso contro molte delle loro richieste, e si finiva col far buon viso al loro "programma minimo"?
Cos, non per volont del Crispi, ma in conseguenza della sua azione, si dava il primo e lontano avviamento in Italia al riformismo, ossia alla trasformazione liberale del socialismo, al tempo stesso che, come si  visto in precedenza, nel campo dottrinale si iniziavano lo studio e la critica delle tesi filosofiche, storiche ed economiche del marxismo. Il Crispi, con le sue "leggi di maggio" alla Bismarck, aveva fallito l'intento, e contro di lui si era formata una cospicua opposizione liberale cos nel paese (dove, tra l'altro, fu fondata a Milano una Lega della libert, che ebbe sezioni in tutta l'Italia), come nella Camera, dove uomini della vecchia Sinistra, quali lo Zanardelli e il Brin, e della vecchia Destra, quale il Rudin, si unirono nell'opposizione, che si fece assai grossa. All'opposizione politica si aggiunse quella personale, o, come fu chiamata, "morale", pei rapporti non sempre irreprensibili che il Crispi aveva avuti con le banche, e per altre accuse, sostenute dal Cavallotti fuori e dentro la Camera, nella stampa e nei tribunali; dalle quali egli non si difese bene, tanto che costrinse finanche qualche suo benevolo, come il Bonghi, a chiedere, per le benemerenze dell'uomo pubblico, l'oblio dei falli dell'uomo privato.
Ma la caduta ultima e definitiva del Crispi doveva essere prodotta da altra cagione, da quell'impresa d'Africa, nella quale egli si era sempre pi venuto invischiando, non ostante le proposte della commissione d'inchiesta inviata col nel '91 e i voti della Camera, che limitavano l'occupazione italiana al triangolo Massaua-Asmara-Keren. Vi era portato dal suo amore pel grandioso, dalla luce di gloria che, pei successi militari, egli sognava che sarebbe discesa su lui e sull'Italia: vi era stato come animato dalla vittoria dell'Arimondi il 21 dicembre del '93 ad Agordat contro i dervisci, di cui l'annunzio giunse quasi saluto pel suo ritorno al potere. Segui l'anno dopo la presa di Kassla, che fu unita alla Colonia Eritrea, quantunque il governo inglese non avesse mai rinunziato al diritto che vi aveva l'Egitto. Col negus Menelik era aperto sempre il contrasto pel trattato di Uccialli, e il ras del Tigr, Mangasci, sul quale il generale Gandolfi e poi il nuovo governatore Baratieri avevano cercato appoggio per la loro politica contro il negus, si sottometteva al suo sovrano, ottenendo perdono e al tempo stesso l'ordine di volgersi contro gl'italiani. Il Baratieri seguit tuttavia a riportare successi in pi scontri e combattimenti, e ad allargare l'occupazione all'Agam e finanche ad Adua; e, recatosi in Italia nell'estate del '95 e presi accordi col Crispi, al ritorno nella colonia proclam l'annessione del Tigr, tenendovi posti assai avanzati. Ma nel dicembre il negus, che si era venuto da lunga mano apparecchiando, riunito con tutti i suoi ras, discese con un grosso esercito contro gli italiani, e distrusse ad Amba Alagi la colonna del Toselli e strinse il forte di Makall. La Camera e il Senato concessero i crediti per la difesa, pure rinnovellando il loro voto contrario all'ampliamento della colonia; dall'Italia partirono i rinforzi richiesti; il Baratieri concentr il suo esercito intorno ad Adigrat, e quello abissino si era raccolto nella conca di Adua in osservazione, senza attaccare. Imprudenze ed istigazioni del Crispi, che, per questo indugio alla battaglia, in un telegramma al Baratieri parl di "tisi militare"; arrischiatezza del Barattieri, che non aspett i nuovi rinforzi partiti dall'Italia, donde era partito anche a sostituirlo nel comando il Baldissera; poca conoscenza dei luoghi, nei quali il corpo d'operazione italiano doveva muoversi; errore di taluno dei generali che s'impegn in combattimento prima del tempo: condussero alla disfatta di Adua (1 marzo 1896), in cui furono uccisi due generali, quattromilaseicento soldati e ufficiali italiani e dugento indigeni, feriti duemila, presi prigionieri millecinquecento italiani e cinquecento indigeni, e perdute artiglierie, quadrupedi, munizioni e vettovaglie.
Innanzi all'onda del dolore e dello sdegno nazionale, il Crispi non pot neppur tentare di difendere l'opera sua e si ritrasse.
Dolorosi furono i cinque anni che egli ancora visse o piuttosto sopravvisse: associato il suo nome, che gi era stato alla fulgida spedizione dei Mille e all'unione della Sicilia all'Italia, ora alla penosa memoria di un disastro nazionale; segno di accuse atroci e, nel 1898, perfino di una censura inflittagli dalla Camera; avvelenato dalla ingratitudine del volgo basso e alto; confortato da pochi amici, che con quello stesso loro misericordioso confortare gli accrescevano tristezza; mal sostenuto, e in ogni caso esasperato, dalla sua caparbiet, che rigettava da s ogni colpa, e tutte le addossava ai nemici suoi, nemici dell'Italia, ligi allo straniero. "Io non vivo, vegeto (cos si confessava un giorno del 1897, scrivendo alla moglie); e, quando sono solo, e lo sono sovente, la mia mente  un mare in burrasca, dove le idee si accavallano e si urtano. Pensando a quello che avviene, e questo per aver servito il paese, mi par di sognare". C'era, in quel vecchio ingenuo e focoso, del fanciullo, del poetico fanciullo; e la riverenza, che spira dalla sua sventura al ricordo delle sue opere e del suo lungo assiduo travaglio per la patria, si ammorbidisce talora in uno struggimento di piet, come sempre che si vede ad alcuno crudelmente portar via, ancorch per effetto di suoi propri errori, quel che pur aveva formato l'unico e alto oggetto delle sue devote sollecitudini, del suo orgoglio, della sua gioia; e una vita, scorsa tutta nell'ardore pugnace dell'azione, tra il clamore dei combattimenti, spegnersi sconsolata nel silenzio e nel deserto che le si  steso intorno.
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8. CONATI DI GOVERNO AUTORITARIO E RESTAURAZIONE LIBERALE. 1896 - 1900.
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La riprova che l'opera del Crispi, se rese indubbi ma contingenti servigi nel reprimere disordini, stringere certa rilassatezza, portare a termine buone leggi amministrative ed efficaci provvedimenti finanziar, non ebbe carattere politicamente creativo, si vede nel quinquennio che segu alla sua caduta, segnato dai tre successivi ministeri del Rudin, del Pelloux e del Saracco; nel qual tempo tutti i motivi della politica crispina, coloniale, estera e interna, vennero l'un dopo l'altro abbandonati e nuovi criter si formarono, che ressero effettivamente la vita italiana fino alla guerra mondiale, e anzi nella sua partecipazione stessa a questa guerra.
Abbandonata fu prima di ogni altra la sua politica africana, rinunziandosi a ogni pensiero di rivincita e di espansione in Abissinia, all'idea di un impero o protettorato abissino. Non gi che non si sentisse (e come non sentirli?) il danno e l'onta di quanto era accaduto, e la gravit di aver lasciato riportare da un dinasta africano un trionfo sopra una potenza europea. L'Italia era stata colpevole in questa parte di molta leggerezza e avventatezza cos politica come militare, e, in sostanza, di scarso zelo e quasi d'inconsapevolezza in cosa che toccava la fortuna della patria, perch l'impresa d'Africa era andata come era andata senza la piena partecipazione del parlamento, spesso senza sua saputa o contro l'indirizzo da esso approvato, con poco chiara responsabilit rispettiva dell'uno e dell'altro dei principali suoi autori, il Crispi e il Baratieri; e l'opinione pubblica o se n'era rimasta, non favorevole bens, ma inerte, o si era lasciata cullare dalle fantasticherie e dalle fandonie messe in giro senza curar di procacciarsi una buona informazione, senza esercitare una seria critica. Le notizie e i particolari che si venivano apprendendo degli atti di valore, delle prove di austero sacrificio, date nel corso dell'ultima campagna, come gi nelle varie operazioni militari degli anni innanzi, da ufficiali e soldati, se non permettevano alcun dubbio sullo spirito dell'esercito italiano, accrescevano l'acerbo dolore per tante forze sprecate, per tanta virt non rimunerata da bene e gloria della patria. Tutti ricordano i nomi degli Arimondi, dei Toselli, dei Galliani, dei Dabormida, e tutti dovrebbero ricordare quello di un vecchio colonnello, Cesare Airaghi, fattosi richiamare dalla posizione ausiliaria per recarsi dove l'esercito si batteva e caduto ad Adua, e dovrebbero leggere gli scritti che di lui ci restano per riconfortarsi nella coscienza che, allora e poi e sempre, vi sono state in Italia menti pensose, nobili cuori e caratteri severi, modesti e schivi, che sono la vera riserva aurea di un popolo, Ma lo strazio, che ogni italiano sofferse in quei tristi giorni, non mutava nulla al fatto, che il male accaduto era irrimediabile. Tecnicamente, a una campagna nel cuore dell'Abissinia per ritrovare e battere il negus sarebbero occorsi in ogni caso, come fu dichiarato dai competenti, centocinquantamila uomini e un miliardo e mezzo di lire; e se pure l'Italia avesse potuto compiere questo sforzo, indebolendosi assai in Europa emettendosi a pericolo di trovarsi quasi disarmata in una complicazione di guerra europea che fosse sopravvenuta, a cos grossa e rischiosa impresa mancava non solo la ragione dell'utile materiale, ma quella giustificazione morale, che sola avrebbe potuto determinarla e sostenerla. Perch (e questo era il punto essenziale, confusamente avvertito da tutti), nei rapporti con l'Abissinia e col suo sovrano, l'Italia aveva accumulato errori e storture, imponendo un protettorato senza possederne il mezzo efficace, e forse senz'altro vantaggio che di boria, intrigando con vassalli ribelli, occupando territor che non le giovavano e costringendo, infine, il negus a respingere l'aggressione. Fu detto da militari, giustamente gelosi dell'onore della bandiera nazionale, che l'Italia aveva fatto, prima, di un semplice "affare" una "questione di onore", e poi, di una situazione che era diventata di "onore", una "questione di affare". Questi due diversi atteggiamenti, se ci si riflette, non sono contradittor ma conseguenti, perch fare di un affare una questione di onore  farne un puntiglio o una soverchieria, e il puntiglio o la soverchieria non  in grado di dar luogo mai a una "questione di onore", ma soltanto a un aggiunto puntiglio e a un'aggiunta soverchieria: sicch non resta che rassegnarsi, in ultimo, a trattarla come un affare di utile o di minor danno, da cavarsene fuori alla meglio o alla peggio. L'Inghilterra (che si recava in esempio in questo caso), quando, nel 1867, fece in Abissinia la spedizione punitiva contro il negus Teodoro, ottenendo completa vittoria e lasciando subito dopo il paese a lei non proficuo o da non potervisi mantenere, non solo si spacci di quell'impresa coi dodicimila uomini di truppa indiana comandati da lord Napier (sebbene anche quella volta con ingente spesa), ma era stata provocata dal negus, che aveva imprigionato missionari inglesi e lo stesso ambasciatore, e si era rifiutato, nonostante lunghi negoziati, a rilasciarli bonariamente. Taluni, e tra questi il Crispi e i suoi superstiti amici e fautori, asserivano, allora, che sarebbe stato agevole, poco dopo la battaglia di Adua, inseguire e battere l'esercito di Menelik e ritorgli i prigionieri che portava con s come ostaggi; e altri, ma non molti, mettevano innanzi disegni di rivincite e di spedizioni militari) eseguibili con l'immaginazione, e prendevano con ci sembiante di fervidissimi patrioti, pronti a ogni sbaraglio per l'onore nazionale. Ma il sentimento di questo onore non era meno vivo, e certamente era pi serio, negli uomini di stato a cui tocc la difficile eredit del Crispi: il Rudin, il generale Ricotti, il Caetani di Sermoneta, il Brin e gli altri che concordemente videro che non c'era altro da fare se non disfare la tela mal tessuta, rinunziare al Tigr che non si sarebbe dovuto mai occupare, rinunziare al protettorato etiopico, che non si sarebbe dovuto mai chiedere, e, pure provvedendo con larghi mezzi alla difesa militare, intendersi col negus per la restituzione dei prigionieri e pei confini tra la Colonia Eritrea e l'Abissinia. Non fu una conclusione gloriosa, ma in quella non gloriosa determinazione c'era pur il coraggio e la virt di chi resiste ai consigli dell'amor proprio e non si ostina nell'errore, e prepara al suo paese le condizioni per un avvenire dove siano da raccogliere frutti di bene, e anche di gloria, se gloria vorr essere. Il generale Baldissera aveva ripreso con mano ferma il governo della Colonia; ai primi di aprile, il colonnello Stevani sconfiggeva i dervisci a Kassla; nel maggio, il Baldissera avanzava a liberare il presidio di Adigrat, si faceva consegnare dai ras del Tigr ufficiali e soldati prigionieri presso di essi, e poi si ritraeva dietro la linea stabilita Belesa-Muna-Mareb, e rimandava in Italia il corpo di spedizione. Le trattative col Negus misero capo nel novembre del '96 al trattato di pace e alla restituzione dei prigionieri; e furono, tra quell'anno e nei seguenti, determinati i definitivi confini della Colonia con l'Abissinia e coi possedimenti francesi e inglesi, e all'Inghilterra, cio all'Egitto da essa rappresentato, nel dicembre del '97 restituita Kassla, la cui occupazione era rimasta sempre, nei rapporti diplomatici, provvisoria, da tenersi fino alla riconquista egiziana del Sudan. In Eritrea and governatore civile il Martini, che vi rimase per otto anni e inizi e rassod la vita pacifica della Colonia, provvedendo a dotarla di ferrovie, curandone, come si poteva, le produzioni agricole e riducendone assai l'onere pel bilancio italiano: le milizie indigene, gli "ascari", dovevano pi tardi riuscire di non piccola utilit nella guerra libica. La Somalia, dove non mancarono le consuete traversie africane con gli eccidi delle missioni del Cecchi e del Bottego, fu amministrata dalla Societ commerciale milanese del Bendir, costituitasi nel 1896, con la quale il governo fece nel '98 un contratto che parve a qualche critico inglese prova dell'ancora assai insufficiente competenza coloniale italiana. Una debole ripresa di avventure coloniali si ebbe nel '99, ministro il Pelloux, e questa volta in Cina, con la disegnata occupazione della baia di San Mun, che era cosa stolidissima; ma l'atteggiamento assunto dall'opinione pubblica e dal parlamento la tronc a tempo, sebbene non tanto a tempo da impedire la perdita di alcuni milioni e lo scapito di alquanta riputazione internazionale.
Anche la politica europea del Crispi, di forte accento triplicistico e antifrancese, pass con lui; e il Rudin e i suoi successori, pure mantenendosi nella Triplice e riconfermandone il trattato, entrarono in buone relazioni con la Francia. La qual cosa era stata gi tentata al tempo del primo ministero del Rudin, nell'intermezzo del governo crispino, nel 1891, ma non era andata innanzi, perch la Francia persisteva nella strana pretesa che l'Italia dovesse, anzitutto, uscire dall'alleanza degli Imperi centrali e mettersi, per cos dire, in condizione da meritare il perdono della propria indocilit verso la primogenita sorella latina. A poco a poco, l'opinione del popolo e del governo francese divent, in questa parte, ragionevole, e non si discorse pi di un abbandono da esigere della Triplice, tenendosi paghi alle dichiarazioni gi pi volte fatte dal governo italiano circa il carattere difensivo del trattato al fine dell'equilibrio e della pace europea, giovevole in particolare all'Italia, che attendeva al proprio sviluppo economico. Cos il Caetani avvi, e il Visconti Venosta prosegu e concluse, con la Francia (20 settembre '96) una convenzione riguardante la Tunisia, la quale, decaduti il trattato speciale col Bey e le capitolazioni, garantiva i diritti della numerosa colonia italiana di col; e, quasi contemporaneamente (1 ottobre), un'altra convenzione per la navigazione mercantile con la reciprocit nella percezione dei diritti, eguali a quelli fissati per la bandiera nazionale. Erano i prodromi di un ravvicinamento pi importante, che ristabilisse le relazioni commerciali tra i due paesi; e il nuovo trattato di commercio fu firmato nel novembre del '98 dal ministro italiano degli esteri, il Canevaro. La politica estera italiana smetteva cos la sua troppa rigidezza e acquistava maggiore libert di movimenti, che la formazione della Duplice intesa, e pi ancora l'ostilit che si andava delineando tra l'Impero germanico e il britannico, e che faceva venir meno alla Triplice uno dei suoi principali presupposti, rendevano necessaria per la tutela dei molteplici interessi italiani. Nella questione di Creta, apertasi nel '97, si vide l'Italia comportarsi in pieno accordo con l'Inghilterra e con la Francia.
Ma il Crispi, che aveva distratto le menti e gli animi con la guerra d'Africa, la quale occup tutti gli ultimi mesi del suo governo, non perci aveva dato la pace interna al popolo italiano, che le sentenze dei tribunali militari e gli altri provvedimenti contro i socialisti tenevano diviso in una parte conservatrice, o piuttosto reazionaria per paura, plaudente ai metodi del Crispi, in un'altra esasperata e ribelle, che era quella dei socialisti, e in una terza, la liberale, che condannava le parole egli atti eccessivi dei socialisti, ma riprovava non meno i metodi reazionari. Il problema era se quest'ultima, di natura sua mediatrice, avrebbe ripreso il disopra; al che si richiedeva che le altre due si fossero via via fiaccate nei loro sforzi, diversamente inani. Per intanto, la caduta del Crispi aveva non solo fatto respirare, ma imbaldanzito i socialisti. Le leggi di eccezione e il domicilio coatto erano cessati: un'amnistia mise in libert i condannati politici della Sicilia e della Lunigiana, e alcuni di essi si presentarono immediatamente in parlamento come deputati eletti. Fu fondato, nel '96, il primo giornale quotidiano del partito, che tolse il nome dal maggiore giornale socialistico tedesco, l'Avanti!, confermando anche in ci l'orientamento italiano verso i modelli tedeschi; si professava ancora, almeno nelle parole, un'acre ortodossia marxistica, tutta lotta di classe, rifuggente dai contatti coi partiti borghesi e coi loro governi, e dalle memorie e dalle ideologie e dai sentimenti borghesi, che si procurava d'irridere. Nelle parole altres, ma forse non col cuore, si manifest compiacimento per la sconfitta in Africa del "militarismo della borghesia"; e si aspett che la sconfitta fosse pagata da questa con altrettanto avvilimento di arrendevolezza verso il proletariato, rappresentato dai socialisti, perch chi ha giocato e ha perduto deve pagare, e l'impresa d'Africa era giudicata dai socialisti un semplice giuoco, tentato dal Crispi per trarne forza contro di loro. In pratica, le cose andavano talvolta diversamente, e uno dei condannati socialisti, il De Felice, dette nella Camera il suo voto al borghese ministero del Rudin. Le elezioni del '97 portarono il numero dei deputati socialisti da dodici a venti, e l'estrema Sinistra cont un centinaio di rappresentanti.
Il Rudin nutriva sentimenti liberali ed era disposto a riforme sociali; e con questo fine mand per la durata di un anno in Sicilia commissario regio il Codronchi, che non pot certamente mutar faccia alle condizioni sociali ed economiche dell'isola, ma pure miglior le amministrazioni dei comuni, allegger le imposte che pesavano sulle classi popolari, e riusc a formare un utile sindacato per gli zolfi. Anche al ministero del Rudin appartengono le leggi che, nel '98, resero obbligatoria l'assicurazione per gli infortuni del lavoro, regolarono l'istituita Cassa nazionale per la vecchiaia e invalidit degli operai, e provvidero alla tutela degli emigranti. Ma le manifestazioni dei socialisti, e le paure che suscitavano nelle classi agiate e nella gente di ordine, lo indussero a sciogliere camere di lavoro e circoli socialistici, a comportarsi similmente verso le associazioni cattoliche, che anch'esse si agitavano con qualche vivacit, e a intervenire con la forza armata negli scioperi e processarne i promotori. In questa parte soffiava ancora lo spirito degli ultimi anni.  un aneddoto significante che fosse allora censurato, dal ministro dell'istruzione, il Labriola, il quale a Roma, nel novembre del '96, inaugurandosi l'anno accademico, aveva tenuto nel suo stile polemico e arguto un discorso affatto teorico sull'Universit e la libert della scienza; tanto che l'anno dopo un congresso socialistico universitario, radunato a Pisa, dov riaffermare "sacra e inviolabile" la libert della scienza. Si cominciava a discorrere di rimedi costituzionali per porre freno al socialismo irrompente; il suffragio elettorale, concesso dalla riforma del 1882, pareva troppo esteso, e il Rudin pensava al voto plurimo, da introdurre, per allora e come per prova, nelle elezioni amministrative. Il Sonnino, che era stato ministro col Crispi, stimando l'Italia gravemente minacciata da due pericoli, il socialismo e il clericalismo, e dichiarando di non volere n cesarismo n altra sorta di autocratismo, e anzi di voler salvare l'Italia liberale-temperata, invoc il "ritorno allo Statuto", cio l'abolizione del regime parlamentare che sceglie e rende dipendenti dalla Camera i ministri, e il ripristinato carattere di questi come ministri del principe, col conseguente rafforzamento del potere esecutivo. Il suo scritto, che, venuto a luce nella Nuova Antologia (1 gennaio '97), lev dibattiti, importava, in certo senso, un passo oltre il Crispi, che si era contentato di provvedimenti straordinar ed eccezionali, laddove qui si proponeva addirittura una riforma dello stato.
Di tali riforme non si fece per allora niente; ma quel che covava negli animi dei reazionar venne fuori in occasione dei tumulti e delle agitazioni popolari, che, cominciati sparsamente nell'autunno del '97, si seguirono e moltiplicarono in ogni parte d'Italia tra l'aprile e il maggio del '98, ed ebbero l'episodio culminante nella sommossa di Milano dei 6-9 maggio. Che quei tumulti fossero predisposti dalla miseria del popolino e dal rincaro del prezzo del pane a causa del cattivo raccolto e della guerra che allora si combatteva tra la Spagna e gli Stati Uniti, e dal non aver saputo o potuto il governo apportare a tempo rimed per lenire in qualche misura il malanno, fu opinione comune; ma  da ammettere anche che vi operarono taluni effetti della propaganda e delle polemiche socialistiche, specialmente a Milano, dove sobbolliva il rancore contro i ricchi e gli arricchiti, e dove le divisioni politiche erano cos aspre che, qualche mese prima, nella commemorazione del cinquantenario delle Cinque giornate, un corteo di repubblicani e socialisti aveva fatto la sua sfilata, separato e contrapposto a quello dei monarchici, e altri segni gravi si ebbero in quello stesso mese di marzo pei funerali del Cavallotti, ucciso in duello da un deputato conservatore. Senonch, anche pi certo  che in nessun luogo, e neppure a Milano, i tumulti ebbero preparazione politica insurrezionale, con direzione e guida da parte di socialisti o repubblicani, e che essi furono veri e propr moti incomposti di non molti popolani, con molte donne e ragazzi, senz'armi, senza combattimenti e resistenze: come, del resto,  dimostrato dal fatto che la forza pubblica ebbe, a Milano, in quelle tre giornate, due soli morti: una guardia di pubblica sicurezza, colpita, per non essersi ritratta in tempo, da una scarica della truppa, e un soldato del quale neppure fu chiaro che fosse stato ucciso dai tumultuanti. A fronte dei quali il numero di ottanta morti e quattrocentocinquanta feriti, dato dalla statistica ufficiale e che altri tenne inferiore al vero, basta a dimostrare che la repressione fu smisurata, senza che faccia uopo ricordare l'assalto della truppa al convento dei Cappuccini con l'arresto dei pericolosi ribelli col asserragliati e che si scopersero frati e, mendicanti, e altrettali grottesche cantonate, che comprovano come in quei giorni le autorit avessero perso la testa. N ebbero alcuna proporzione con gl'incidenti che li occasionarono gli stati d'assedio proclamati non solamente a Milano, ma a Napoli, a Firenze e altrove. In questi eccessi dell'autorit politica e militare si sentiva la convulsa trepidazione della parte reazionaria, la quale, con eccitata fantasia, immagin e sparse nel paese una terrificante leggenda dell'abisso aperto, della rovina a cui si era miracolosamente scampati, del pericolo a cui si era trovata esposta l'esistenza dello stato e quasi quasi della intera civilt, e celebr salvatori l'esercito e il generale comandante in Milano, il Bava Beccaris, ai quali furono rivolti ringraziamenti, profuse onorificenze e resi omaggi di ogni sorta. Il re stesso fu indotto a scrivere personalmente a quel generale, nel conferirgli la croce di grande ufficiale dell'ordine militare di Savoia, per encomiarlo del "grande servizio reso alle istituzioni e alla civilt"; e si mise cos in non cale l'antica massima severa di non concedere onori ai vincitori nelle contese civili, cosa tanto pi fuor di luogo perch non s'era combattuta dai militari nessuna battaglia. Le carceri furono riempite di centinaia e centinaia di accusati politici, tra i quali parecchi deputati e altri principali rappresentanti del socialismo, il Turati, il Bissolati, il Costa, il Morgari, il Lazzari, la Kuliscioff, e repubblicani come il De Andreis, e radicali come il Romussi, e sacerdoti come don Albertario: molti cercarono scampo varcando il confine. Si sospesero giornali, si sciolsero tutte le societ operaie, si mise la mano su istituzioni come l'Umanitaria di Milano, la quale fu trasformata e unita alla Congrega di carit. Seguirono i processi innanzi ai tribunali militari, che giudicarono come sogliono, distribuendo condanne enormi. Insomma, si ripetette in grande, e per tutta l'Italia, quello che quattro anni innanzi, sotto il Crispi, era accaduto nella Sicilia e nella Lunigiana.
Ma anche si rinnov, allora, nella coscienza liberale d'Italia, il sentimento di quegli anni; e i condannati e i perseguitati raccolsero il favore degli stessi loro oppositori politici, e le sospensioni dei giornali egli scioglimenti delle associazioni dettero argomento di scandalo, e i modi di procedere e le sentenze dei tribunali militari offesero, non solo per s stessi, ma anche come non giovevoli al prestigio dell'esercito per quel maldestro e odioso esercizio di funzioni giudiziarie a cui era stato chiamato, che pareva per la prima volta compromettere l'affetto e la popolarit di cui esso aveva sempre goduto in Italia. Si ricominci a eleggere deputati uomini che erano nelle carceri; si studiarono var modi di manifestare simpatia ai prigionieri politici; si fecero voti per la loro liberazione. Erano quelli gli anni in cui si svolgeva in Francia la questione Dreyfus, e tutta l'Italia parteggiava per lo Zola e per gli altri campioni della verit e dell'umanit. Gli stati d'assedio e i tribunali militari cessarono nell'agosto del '98: alcuni mesi dopo si ebbero indulti, che riducevano le pene ai condannati politici; dopo circa un anno, cio nel giugno del '99, fu pubblicata l'amnistia generale. E i socialisti uscivano dalle carceri con animo mutato e trovarono intorno a loro molte cose mutate. A essi premeva (poich anche per essi, checch dicessero le loro teorie, esisteva di fatto un'opinione pubblica, non borghese n proletaria), di mettere bene in chiaro, contro le sentenze che li avevano colpiti, contro la leggenda che era stata foggiata, che non solo non avevano avuto mano nelle sommosse, ma che coteste erano cose affatto contrarie alla loro dottrina e dannose al paese e allo stesso socialismo, il quale non poteva non tener conto delle condizioni generali del paese e dei suoi bisogni di ordine e di lavoro. Ma anche la dottrina marxistica e il conseguente indirizzo politico richiedevano un riesame e una rielaborazione in senso meno semplicistico, per essere intanto assai progredita la critica del marxismo in Italia e fuori. I fatti accaduti nell'ultimo anno, e il contrasto tra l'azione dei conservatori (o piuttosto dei falsi liberali ed effettivi reazionari, specialmente lombardi), che avevano istigato, esasperato e applaudito repressioni e persecuzioni, e la temperanza e mitezza dei liberali, che le avevano oppugnate e non avevano cessato di desiderare la liberazione dei socialisti arrestati e condannati, non permettevano di fare un sol fascio di tutti i non socialisti o "borghesi", cos dei "forcaiuoli" (parola che era stata coniata e messa in corso gi dai tempi del Crispi) come di coloro che non altro desideravano se non che i socialisti venissero in parlamento, partecipassero attivamente alla legislazione e al governo, e li aiutassero a togliere abusi e ad ammodernare la societ italiana che di tale opera aveva bisogno. Si faceva strada nelle menti, sebbene poco piacesse di dare cos aperta disdetta alla dottrina marxistica, che la libert non  un concetto borghese o di classe, ma  il campo con grandi e secolari fatiche spianato e assicurato dai maggiori spiriti dell'et moderna per lo svolgimento delle lotte civili e l'incessante umanamento dell'uomo: si faceva strada per lo meno nella sua tangibile conseguenza pratica, che quel che occorreva ora, dopo la politica interna del Crispi, dopo la reazione del '98, non era gi l'attuazione del socialismo o l'osservanza della tattica marxistica e rivoluzionaria, ma di restaurare in Italia, a beneficio di tutti e di ogni partito, le condizioni delle pubbliche libert.
Del quale compito venne subito l'urgenza, perch gli antiliberali e autoritari non tardarono a sfidare in battaglia tutt'insieme socialisti e liberali col tentativo di attuare una serie di provvedimenti restrittivi contro i loro avversar e contro il parlamento stesso. Chiusi nei concetti ispirati loro dalla paura dei disordini e dell'anarchia, essi non avevano compreso nulla di quanto era accaduto, di quanto si era mutato nelle anime degl'italiani, dei giovani, delle persone colte, dei fedeli o dei rinnovanti fede alle tradizioni del Risorgimento; e d'altra parte non consideravano che le reazioni politiche, se possono avere qualche fortuna in tempi di depressione economica e di miseria, non l'hanno, o non l'hanno durevole, in tempi di prosperit e di slancio. L'Italia aveva ormai superato la crisi economica di dieci anni innanzi: in quel quinquennio, continu e s'intensific il progresso gi cominciato: basti ricordare, come saggio, qualche cifra statistica, per esempio, nell'industria cotoniera, che dai ventisettemila telai, che contava nel 1882, ne aveva settantottomila nel 1902, dei quali sessantamila meccanici, e nelle societ per azioni, in cui gli investimenti da ottocentoquarantasei milioni che erano nel '98 giungevano a un miliardo e mezzo nel 1903: il commercio di esportazione crebbe nel '98 di quattrocento milioni, nel '99 di altri trecento: le elettrificazioni a scopo industriale si moltiplicavano; l'emigrazione si raddoppiava, ma non aveva pi il solo carattere di emigrazione per disperata miseria e diventava fonte di ricchezza merc i risparmi che gli emigranti inviavano in Italia; anche il bilancio dello stato non solo tocc il pareggio, ma offerse crescenti eccedenze, dai nove milioni del 1897-98 ai sessantotto di tre anni dopo, sicch poterono allargarsi le spese per lavori pubblici. Il generale Pelloux, succeduto dopo i fatti di Milano, sulla fine del giugno del '98, al Rudin nel governo, era stato bene accolto come di parte ed animo liberali, del che aveva dato fresca prova col ricusare d'imporre lo stato d'assedio in Bari, dove si trovava comandante del corpo d'armata; e le sue dichiarazioni di non avere il pensiero a provvedimenti straordinar di polizia, l'aver lasciato cadere anche quelli preparati dal suo predecessore, la cessazione degli stati d'assedio, gli indulti che prese a concedere ai condannati politici, la riforma tributaria di carattere popolare di cui aveva annunziato l'idea, non lasciavano prevedere quel che egli tent alcuni mesi dopo, quando, il 4 febbraio del '99, propose alla Camera una serie di provvedimenti straordinar, proprio della sorta che dapprima aveva esclusa. Si ristabiliva, con quei provvedimenti, il domicilio coatto anche per motivi politici, si modificava in pi parti la legge sulla stampa, si lasciava all'arbitrio delle autorit il divieto delle riunioni in luoghi pubblici, si dava facolt all'autorit giudiziaria di sciogliere le associazioni giudicate sovversive, si militarizzavano gli impiegati addetti alle pubbliche amministrazioni. Non  noto per quale processo mentale e deliberativo ci accadesse; e se coloro stessi, che avevano consigliato la lettera al generale Bava Beccaris, riuscissero ad attirare il re nella cerchia delle loro idee. Fu evidente, per altro, che di questa politica si era levato assertore e propugnatore quello stesso uomo politico che aveva richiesto, due anni innanzi, il "ritorno allo Statuto", il Sonnino, dei cui alti intendimenti etici e patriottici non era e non  lecito dubitare, sebbene sia da fare qualche riserva sulla sua larghezza mentale, sull'acume della sua percezione, sul suo senso politico. Egli, segnatamente dopo che il Pelloux ebbe ricomposto il ministero con pi spiccato carattere conservatore, tenne ufficio di capo della maggioranza, che regol e confort le mosse del capo del governo negli sforzi di mandare ad effetto le proposte reazionarie.
La lotta parlamentare intorno a queste proposte, nella quale i liberali, con lo Zanardelli e il Giolitti alla loro testa, si ritrovarono alleati l'estrema Sinistra e i socialisti, dur oltre un anno e pass per varie vicende: dall'approvazione generica dei provvedimenti del Pelloux, ossia dall'ammesso passaggio alla discussione degli articoli, nella quale si sarebbero presentati sostanziali emendamenti che il governo aveva lasciato credere che avrebbe accettati, al rifiuto di questi emendamenti da parte del governo  all'atteggiamento di risoluta opposizione, preso dai liberali; dal deviamento che il Pelloux tent, come il Crispi gi con l'impresa d'Africa, esso con quella cinese, e che dov troncare per l'opposizione della Camera, onde si dimise e riform il suo ministero, ripresentando i suoi provvedimenti in forma anche pi grave, all'ostruzionismo, che nella Camera fu iniziato dall'estrema Sinistra e alla proroga, nel giugno '99, della sessione, durante la quale proroga il Pelloux eman quei provvedimenti per decreto reale; dalla sentenza della Cassazione che dichiar incostituzionale e irrito il decreto e costrinse il Pelloux a ripresentare le sue proposte alla Camera, e dall'ostruzionismo di conseguenza ricominciato con pi furia, alla modificazione che il governo propose del regolamento della Camera per dar modo al presidente di essa, d'accordo col governo, di vincere l'ostruzionismo, e al tumulto che insorse violento, quando il presidente, che era un uomo egregio ma legato ai reazionari lombardi, il Colombo, si prov di sorpresa a farli passare come approvati (2 aprile 1900): donde la risoluzione del gabinetto di appellarsi al paese, sciogliendo la Camera e indicendo le elezioni generali.
Singolare prova di ottusit questo ricorso ai comizi per non essersi avveduti di quella che era la reale disposizione del popolo italiano, il quale non solo aveva dato la vittoria ai socialisti nelle elezioni amministrative di Milano, manifestando a questo modo la stima in cui teneva i cosiddetti conservatori, ma nella sua generalit aveva seguito con fervore di consenso la lotta dei liberali contro il governo del Pelloux e accolto con indulgenza perfino l'ostruzionismo dell'estrema Sinistra, come violenza opposta a una violenza. Del resto, Gabriele d'Annunzio, che in quegli anni era deputato, estetizzante deputato, chiamato dai suoi estetizzanti amici il "deputato della Bellezza", e sedeva all'estrema Destra ma aveva quel fiuto del pubblico che mancava ai Pelloux e ai Sonnino, intervenne allora, a un tratto, in una riunione degli ostruzionisti, salutandoli con le parole: "Oggi so che da una parte vi sono molti morti che urlano, e dall'altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo d'intelletto, vado verso la vita!"; e, nella tornata della Camera del 27 marzo 1900, pass ostentatamente a occupare un posto nei banchi dell'estrema Sinistra.
Le elezioni del giugno del 1900 dettero chiarissimo il loro responso: i candidati ministeriali non riportarono, in complesso, neppure una sessantina di migliaia di voti di maggioranza rispetto ai candidati antiministeriali; l'estrema Sinistra si accrebbe di un'altra trentina di seggi e i socialisti da sedici salirono a trentatre. Il Pelloux tent invano di mantenersi nel governo: alla riapertura della Camera la sua situazione si dimostr insostenibile, ed egli cedette il posto al ministero del Saracco, che era di carattere temperato e pot comporre, con una transazione, il dissidio circa il regolamento della Camera e la facolt, che pur conveniva conferire al presidente, di domare gli eventuali ostruzionismi. Parve a coloro, che trasportano volentieri vecchi concetti e vecchi nomi ai fatti nuovi meritevoli di nomi nuovi, che si fosse rinnovata, allora, in Italia la lotta della vecchia Destra e della vecchia Sinistra con la rinnovata vittoria della Sinistra. Ma, in realt, gli uomini cosiddetti di Destra, che si sforzavano di far valere concetti autoritari, non avevano niente della vecchia Destra, della quale alcuni, tutt'al pi, potevano considerarsi eredi degeneri in senso illiberale e reazionario, laddove altri erano utopisti in buona fede per incomprensione dell'andamento storico; e quelli della cosiddetta Sinistra non avevano pi nulla della vecchia e caotica Sinistra di repubblicani convertiti e con dietro una maggioranza meridionale e borbonica, ma erano uomini sennati, di concetti moderni, e avevano dietro di s la nuova economia dell'industria e dei suoi intraprenditori e operai: non socialisti e non disposti a tollerare disordini, conoscevano la vanit e il danno dei procedimenti di mera polizia. A consolazione, per altro, di chi sospira pei partiti netti e pei due grandi partiti,  da osservare che la grande e netta dualit risorge sempre che tornano in questione i princip fondamentali e direttivi dello stato, nella loro eterna dialettica di antitesi autoritaria e di sintesi liberale.
Un epilogo dolorosissimo ebbe quella lotta di reazionar e liberali con l'assassinio che un anarchico, venuto dall'America, compi il 29 luglio a Monza del buono e cavalleresco re Umberto, il quale aveva sempre unito la sua vita alla vita dell'Italia, inorgogliendosi dei suoi progressi in ogni campo, soffrendo pi forse di ogni altro cittadino delle sventure che l'avevano colpita, immagine viva di lealt e di gentilezza. Il delitto era di quelli degli anarchici, che gi avevano uccisi presidenti di repubbliche e imperatrici e capi di governo; ma doveva pungere di qualche rimorso gli stolti consiglieri di reazione, quando si seppe che l'incentivo ne era stato offerto dalla lettera del re al generale repressore dei moti di Milano e autore dello stato d'assedio col e dei tribunali militari. L'Italia pianse col pianto del cuore quel principe, che cadeva vittima del suo ufficio, che moriva per tutti, come un soldato che sia visibile al primo posto nella difesa comune. L'unanimit e spontaneit di questo sentimento fu cos intera, anche da parte di repubblicani e socialisti, che tolse ogni forza e voglia ai reazionari, se mai avessero pensato a valersi dell'accaduto per tornare ai loro propositi o alle loro speranze. Un repubblicano, che era un filosofo, il Bovio, disse che quell'orrendo delitto aveva tolto qualche anno di vita a un re e datone qualche secolo alla monarchia.
Il nuovo re, Vittorio Emanuele terzo, interpret l'animo degli italiani, che era anche il suo, nel nobile proclama del 2 agosto, col quale si consacr "alla tutela della libert e alla difesa della monarchia, legate entrambe - egli disse - con vincolo indissolubile ai supremi interessi della Patria".
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9. IL GOVERNO LIBERALE E IL RIGOGLIO ECONOMICO. 1901 - 1910.
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Superati i frapposti ostacoli, rispettando gli argini necessar, la vita italiana dopo il 1900 scorse per oltre un decennio feconda di opere e di speranze. Non che si entrasse in una sorta di et beata o di "et dell'oro", che son cose che n la filosofia n la storia conoscono, e forse neppure la poesia. Ma, come nella vita del singolo vi sono anni nei quali si coglie il frutto degli sforzi durati, delle esperienze compiute e patite, e il lavoro si fa agevole e largo, e non per questo si  toccata o si crede di aver toccata quella che si chiama la felicit, cos nella vita dei popoli; e chi ha l'occhio per il sostanziale e il caratteristico, e non si smarrisce nei particolari comuni e insignificanti, chi  esente dalla tristizia dell'astratta perfezione, e perci non gusta le correlative perpetue e insulse querimonie, discerne e distingue, nel corso storico; i tempi di respiro, di pace, di alacrit, di prosperit. E furono quelli, in Italia, anche gli anni in cui meglio si attu l'idea di un governo liberale; del quale neppure bisogna coltivare un'idea astratta, cio di cos sublime perfezione da disconoscerlo poi nella sua concreta esistenza, e con tale disconoscimento disporre gli animi a negargli realt e valore; il che nasce appunto da quella utopistica ed esasperata e disperata idea di libert, che infine si volge coi denti contro s stessa. Quanto fosse pi volte timido o turbato in Italia l'andamento liberale dopo il 1870, abbiamo veduto; n mai prima gli si erano offerte condizioni tanto favorevoli quali ora si erano formate: falliti i reazionar nei loro tentativi, cos teorici come pratici, di comprimere le forze sociali con la violenza e con congegni polizieschi; falliti i socialisti nel loro teorico rivoluzionarismo e nel pratico atteggiamento di astensionisti e protestatar e profeti imprecanti, che, se non promovevano di proposito, certo non frenavano n sconsigliavano le agitazioni di piazza, universalmente riprovate. Il problema, che si era aperto, della direzione e del governo, era stato, nel fatto, risoluto con la prevalenza del metodo liberale, solo in grado di soddisfare le esigenze legittime che quelle due parti estreme ponevano senza possedere la capacit di recarle in atto; perch, da un lato, esso manteneva l'ordine sociale e l'autorit dello stato, e dall'altro accoglieva i nuovi bisogni col lasciare libero campo alle competizioni economiche anche tra datori di opere e lavoratori, e con l'attendere a provvidenze sociali. Le difficolt, non pertanto, perduravano specie nelle prime mosse, sopiti ma non spenti gli spiriti reazionar e inorgogliti i socialisti, se anche non immemori che essi erano stati semplici alleati dei liberali e avevano ricevuto da questi autorit e soccorso maggiore dell'aiuto che certamente da parte loro avevano apportato. Dopo la parola del re, che segn la nuova via, e il ministero Saracco, che era stato una pausa ma non un pieno mutamento d'indirizzo, e talora fu ripreso da velleit di reazione, e tal'altra ondeggi tra conati di energia e prove di debolezza, lo Zanardelli, vecchio liberale di dottrina e di cuore, fervido nella sua fede giovanile, da lui attestata sempre in tutte le passate vicende, si accinse alla restaurazione liberale conforme ai tempi, avendo con s, ministro degli interni, il Giolitti, anch'esso costante sempre in quella dottrina e in quella pratica. Il quale, dopo la morte dello Zanardelli, tenne l'effettivo governo, con brevi intermezzi di ministeri del Fortis, del Sonnino e del Luzzatti, per quasi otto anni (1903-05, 1906-09, 1911-14): uomo di molta accortezza e di grande sapienza parlamentare, come  incontrastato giudizio, ma non meno di seria devozione alla patria, di vigoroso sentimento dello stato, di profonda perizia amministrativa, di concetti semplici o, meglio, ridotti nella sua mente e nella sua parola alla loro semplice e sostanziosa espressione la quale vinceva le opposizioni con l'evidenza del buon senso. A lui, di animo popolare, erano connaturate la sollecitudine per le sofferenze e per le necessit delle classi non abbienti e l'avversione all'egoismo dei ricchi e dei plutocrati, che allo stato sogliono chiedere unicamente la garanzia dei propri averi e del proprio comodo. Un'altra sollecitudine lo moveva: il pensiero che la classe politica italiana fosse troppo esigua di numero e a rischio di esaurirsi, e che perci convenisse chiamare via via nuovi strati sociali ai pubblici affari. E in tale concezione politica port quell'affetto che va oltre la propria persona, adoprandosi incessantemente a scegliere e formare, tra i pi giovani uomini politici e amministratori, i suoi successori, assumendoli con s al governo e preparandoli alla direzione di esso, sebbene in ci la fortuna non sempre lo secondasse, perch taluni di quegli uomini, sui quali faceva maggiore assegnamento, morirono nel miglior fiore, e altri si sviarono in altri meno ponderati concetti e metodi.
Coloro che, come abbiamo notato, sogliono dare alle nuove cose vecchi nomi, direbbero che col Giolitti s'inizi un nuovo periodo di "trasformismo": il che volentieri consentiremmo, per aver noi tolto a questa parola il significato peggiorativo col quale sorse, e perch ogni volta che l'antinomia di conservazione e rivoluzione  superata e si attenua e quasi svanisce, succede appunto un avvicinamento degli estremi e una trasformazione unificatrice dei loro ideali. I reazionar per temperamento o per angustia mentale persistettero aperti o nascosti; ma quelli che, come il Sonnino, con animo sincero, con disinteresse personale e per puro amore della cosa pubblica, avevano escogitato riforme costituzionali e freni di varia natura, con la stessa sincerit e disinteresse e amore accettarono la lezione delle cose, e lavorarono nelle condizioni che si erano formate, diverse da quelle da loro presagite. Ancora nel settembre del 1900 il Sonnino, col titolo che dava segno di qualche perplessit: Quid agendum?, scriveva un articolo nella Nuova Antologia, dove continuava a manifestare timore che l'Italia cadesse preda di una falsa Sinistra o di una falsa Destra, dei sovversivi socialisti o dei sovversivi clericali, e auspicava perci la formazione di un "fascio dei partiti nazionali", di l degli unilaterali interessi delle classi e dei gruppi, rivolto ai "fini superiori della collettivit nazionale", allo stato come "complesso organico", che si prefiggesse non gi ideali di grandezza imperiale, ma una sorta di politica casalinga, coi prossimi cmpiti di un migliore assetto dell'amministrazione, dei trattati di commercio da negoziare, dell'emigrazione da regolare, della scuola da riformare, delle ferrovie e della marina mercantile, e della disciplina degli impiegati e simili. Ma gli fu con giusta ragione risposto che quel suo ideato "fascio" era cosa artificiosa, che il suo "stato" era inteso in modo troppo statico e che egli n s'era accorto del rivolgimento sociale accaduto in Italia per effetto delle industrie e dei commerci, n ben giudicava le vicende degli ultimi anni, argomento a lui di paurose previsioni, ma che erano state nient'altro che una serie di scosse per far penetrare nella politica italiana nuove correnti di pensiero e d'azione, e prenunziavano non un duplice precipizio verso due estremi, ma un'unione, come quella che, quarant'anni innanzi, si era effettuata tra i garibaldini e la monarchia dei Savoia. Il Sonnino non insistette nel suo programma, continu per qualche tempo l'opposizione nella Camera, sebbene con scarso sguito, e alcuni anni dipoi confess al Giolitti che l'Italia non poteva essere governata altrimenti che col metodo liberale o parlamentare, e a questo si attenne, quando per due volte, per pochi mesi, fu chiamato alla presidenza del Consiglio.
A tale aperta confessione non giunsero i socialisti, che pure si erano, in quegli anni, affatto disarmati di ogni teoria socialistica e rivoluzionaria, cio del marxismo, gettandone via, uno dopo l'altro, tutti i pezzi, e, in ultimo, anche quello della concezione classistica dello stato, sicch avevano finito col vedere che, oltre e sopra gli interessi delle classi, c'era l'"interesse generale", che lo stato rappresentava. Ma essi non potevano atteggiarsi e operare in conseguenza, non tanto perch fossero prigionieri del loro passato o perch da quella ammessa conclusione vedessero preclusa la loro individuale fortuna di uomini di governo, la quale anzi solo a quel modo sarebbe forse cominciata, quanto per la necessit della situazione in cui si trovavano. La franca conversione voleva dire la dichiarata dissoluzione del socialismo, non pi distinguibile dal liberalismo; e siffatta dichiarazione non bastava a dissolvere, n nelle masse operaie, n nei loro conduttori di mestiere o di passione, quell'ideale, che risponde a una certa logica inferiore e semplicistica, ed  alimentato dalle lotte economiche tra imprenditori e operai e da taluni aspetti dell'industrialismo moderno. La conseguenza, che ne sarebbe venuta fuori, sarebbe stata l'abbandono delle masse operaie agli istigatori rivoluzionar, con grave pericolo e danno del complesso sociale e degli stessi operai; e perci giovava che quegli uomini, liberi ormai da astrattezze e fanatismi e chiaroveggenti e temperati, restassero in mezzo a loro e li guidassero, sia pure indulgendo a talune loro illusioni. La qual parte a chi ha per istituto di cercare e dire il vero, e alle anime ingenue e sincere, deve sembrare non solo penosa ma insostenibile; e nondimeno si sostiene senza troppa pena dagli ingegni politici, che mirano al pratico, e perci non sarebbe giusto condannarli, misurandoli con una misura che si appartiene ad altri casi. Cos era giocoforza che, favorendo in cuor loro il nuovo governo liberale, e facendo buon viso alla libert concessa di sciopero senza pi intervento di soldati o sostituzione di soldati nei lavori agricoli disertati dai contadini scioperanti, e alle previdenze e riforme sociali, e perfino approvando tutto ci che tornasse a vantaggio della crescente industria e ricchezza del paese, i capi dei socialisti si dessero a credere, per acquietare la loro coscienza, o dicessero per acquietare le masse, che era quello il prodromo del futuro comunismo, perch solo la graduale erosione dell'ordinamento borghese nel campo politico e in quello economico, e la produzione della ricchezza spinta al massimo, rendono possibili la conquista dei pubblici poteri e la socializzazione del capitale. Il Turati, invitato dal Giolitti nel 1904 a partecipare al governo, e il Bissolati, che ebbe dallo stesso lo stesso invito nel 1911, dovevano ricusare come ricusarono, perch, diventati ministri, avrebbero perduto ogni forza sulle masse operaie e sarebbero stati considerati traditori o disertori, e al governo sarebbero andate bens le loro persone, ma non punto il socialismo. Del pari, quando, per mantenere l'ordine pubblico negli scioperi e in altre agitazioni, accadevano conflitti con le milizie e si versava sangue, i socialisti, se anche pensavano che il governo non aveva potuto fare altrimenti, e neppure essi al governo, e in regime socialistico, avrebbero fatto altrimenti, erano costretti a dar sempre torto al governo, a chiedere punizione degli agenti della pubblica sicurezza o degli ufficiali che avevano comandato il fuoco, a proporre leggi che vietassero, in ogni caso, le armi contro la folla. Ed erano costretti a stare sempre o quasi sempre all'opposizione e votare contro ogni proposta di ogni ministero, e soprattutto contro le spese militari, sebbene il loro cuore fosse tutt'altro che duro e chiuso alla patria, e neppure per essi fosse indifferente che gli Austriaci facessero una passeggiata sino a Milano; ma, nel comportarsi cos, sapevano che quelle proposte sarebbero passate e le spese militari votate dalla grande maggioranza. L'azione loro positiva e liberale si esplicava in altro verso e in altre guise: nel contenere i fanatici e gli impulsivi, che erano accanto a loro o contro di loro nel partito stesso e che, richiamandosi ai puri princip del marxismo, non ammettevano altra tattica che quella rivoluzionaria, cio, per dire la cosa nei propri termini, rimanevano schietti socialisti e non si erano, com'essi, convertiti all'effettivo liberalismo: intellettuali la pi parte, che avevano rinfrescato il loro marxismo nel sindacalismo del Sorel (il quale, come si  detto, ebbe maggiore fortuna in Italia che non in Francia) con la teoria della scissione recisa tra proletar e mondo politico, l'elogio della salutare violenza e il mito dello sciopero generale; e, come intellettuali, capaci di eccitare le masse e i cattivi elementi misti nelle masse, ma non di interpretarne i reali e sani bisogni e la reale e semplice psicologia, il che meglio facevano i socialisti provetti e temperati. A Milano particolarmente era sorto contro il Turati e i suoi, intorno a un giornale, l'Avanguardia socialista, un gruppo di sinistra, che dava loro filo da torcere, che inflisse loro qualche scacco, e che essi non riuscirono sempre a fronteggiare e dominare: tanto che a quel gruppo si dovette il primo sciopero generale in Italia, quello del settembre 1904, che, con l'occasione di alcuni conflitti accaduti in Sicilia e in Sardegna, s'inizi da Milano e per quattro giorni parve aver messo l'Italia intera nelle mani degli operai, perch ne disponessero a lor talento. Ci fu dapprima qualche brivido di terrore, ma successe presto l'indignazione di tutti gli altri ceti sociali, e la scarsa soddisfazione degli operai stessi, che persero salar e non videro alcun frutto dell'atto a cui erano stati indotti; e i socialisti, quattro anni innanzi, al tempo del Pelloux, ricinti del favore generale, sollevarono contro di s l'opinione pubblica, equa giustiziera. E poich, intanto, i deputati socialisti domandavano la convocazione della Camera per chieder conto al governo dei fatti che avevano dato luogo allo sciopero, il Giolitti, che aveva notato l'errore dei socialisti e compreso l'animo del paese, invece di convocare la Camera, la sciolse, e indisse le elezioni, nelle quali il concorso degli elettori fu numeroso come non mai, e i socialisti, abbandonati dalla piccola borghesia e da molti intellettuali, ebbero la peggio, e ne usc una Camera con fisionomia alquanto pi conservatrice, quantunque sempre di spiriti liberali. Il metodo liberale aveva solennemente sconfitto quello socialistico e indirettamente ridato autorit ai socialisti temperati, ristabilendo l'equilibrio. Anche accadde talvolta che, abusandosi della libert di sciopero, i datori di opere, senza aspettare aiuto dal governo, si associassero tra loro e resistessero, come nello sciopero contadinesco di Parma del 1908, durato due mesi e finito con la vittoria dell'associazione agraria; il che aggiunse nuovo discredito ai rivoluzionar, che lo avevano approvato e diretto.
Lungo queste e altrettali esperienze, il partito socialista si venne facendo sempre pi riformista o liberale: nel congresso di Bologna del 1904 le due tendenze lottarono, ma si volle in ultimo, con compromesso di parole, salvare quella che si chiamava l'"unit del partito": nel congresso di Roma, del 1906, la stessa salvazione fu compiuta con un'altra parola, quella di "integralismo", in nome della quale il Morgari prese la direzione dell'organo del partito, l'Avanti!; ma nel congresso di Firenze del 1908 non si pot impedire la vittoria dei riformisti sopra i sindacalisti, n la condanna dello sciopero nei pubblici servizi. Era non la sconfessione, ma l'estenuazione del socialismo; la qual cosa in quell'anno stesso il Turati avvertiva, dicendo che le forze parlamentari del partito erano scemate d'importanza e di numero, che la vita dei circoli era anemica, le idee incerte, il fervore dei propagandisti sbollito, e che c'era un generale senso di rilassamento. I giovani che tentavano praticamente la via politica, e quelli di loro che dapprima avevano inclinato al socialismo, preferivano d'ingrossare il partito che s'intitol "radicale" (parola che un tempo aveva suonato quasi come quella di "sovversivo" e ora dava suono non pauroso); e i radicali si presentavano pi facilmente trasformabili in uomini di governo, quantunque sulle prime ricusassero gl'inviti e nel 1901 due di essi non volessero entrare nel ministero dello Zanardelli, perch richiedevano l'impegno che non sarebbero state accresciute le spese militari; ma nel 1904, l'uno dei due, il Marcora, accettava dal Giolitti la presidenza della Camera, e negli anni seguenti i radicali partecipavano ai ministeri del Sonnino, del Luzzatti e del Giolitti. Radicalismo, socialismo e massoneria erano termini che facilmente si permutavano l'un l'altro e tutti insieme confluivano in un liberalismo democratico, assai pi conservatore e cauto che non si sarebbe creduto da chi avesse dato soverchia importanza ai modi dell'oratoria.
I cattolici non si sottrassero a questo generale avviamento, pensosi del socialismo che minacciava non solo la propriet, ma, come materialistico che era, le stesse credenze religiose, offesi dalle fiere persecuzioni contro la Chiesa, che si svolgevano nella diletta Francia di Leone 13esimo, e miranti perci con miglior occhio l'Italia, dove le condizioni erano per loro di gran lunga pi tollerabili e larghe. L'anticlericalismo da parte dello stato aveva dato un ultimo segno col tentativo, che lo Zanardelli rinnov, di una legge sul divorzio, e che fall come i precedenti. Il governo italiano si guard bene dal prestare il suo appoggio (come l'avrebbe prestato volentieri un Ricasoli, se ancora fosse stato in vita) al movimento modernistico, cio alla tarda ripresa dell'originario movimento protestante nel secolo ventesimo, sia per non immischiarsi in contese teologiche e filosofiche, sia perch ben intendeva che, nella contesa, la vittoria sarebbe rimasta alfine alla chiesa di Roma e il moto modernistico si sarebbe ridotto non a una riforma religiosa, ma a una serie di casi di individuali riforme o apostasie. Quando uno di cotesti modernisti, gi prete o ancora mezzo prete, comparve deputato alla Camera nell'estrema Sinistra, il Giolitti al quale non mancava, come non manca mai alle menti lucide, senso del comico con motti conformi, lo ironizz informandosi presso i deputati che gli erano intorno, se quello fosse il "cappellano dell'Estrema". N si fece particolare politica verso la democrazia cristiana di tendenza socialistica che la Chiesa attendeva a sottomettere alla propria autorit, come si vide nel 1904 e nei congressi cattolici del 1906 di Firenze e del 1910 di Modena, cio alla dipendenza dei vescovi, e che mostrava spiriti, se non ribelli, recalcitranti, nel prete Sturzo e in altri parecchi. Anche i democratici cristiani o sarebbero passati senz'altro al socialismo o sarebbero diventati strumenti nelle mani della Chiesa, che sola contava come potenza politica. Nei rispetti di questa, si tornava alla formola della libera Chiesa nel libero Stato, che il Giolitti riesprimeva in quella delle "due parallele che non devono incontrarsi mai": cosa che non escludeva che potessero bonariamente intendersi per smussare punte e togliere attriti; e cos accadde che nel 1906 si concludesse una transazione per l'incameramento dei beni delle case generalizie di Roma col pagamento alla Santa Sede di nove milioni, e che nel 1907 gli stabilimenti cattolici dell'Impero ottomano passassero sotto la protezione italiana. Ma l'intesa pi importante fu quella che ebbe effetto nelle elezioni del 1904, quando il Vaticano giudic necessario di dar appoggio ai liberali contro i socialisti, e poi, con l'enciclica dell'11 giugno 1905, permise ai cattolici di partecipare al potere legislativo, per ragioni gravissime riguardanti "il supremo bene sociale che ad ogni costo si deve salvare", ossia, nel fatto, abol il non expedit. La stampa cattolica prese tinte liberaleggianti o democratiche col Momento di Torino, il Corriere d'Italia di Roma, l'Avvenire d'Italia di Bologna. Certo, partecipando alla vita parlamentare e alieni com'erano dal socialismo, i cattolici non poterono non seguire la politica nazionale d'Italia, quale che fosse, espansionistica e contrastante con la politica dell'Austria-Ungheria nei Balcani e nelle terre irredente, e che non coincideva con la politica del Vaticano; ma, per trarsi fuori da cotesti e simili imbarazzi, nel Vaticano si era foggiata la distinzione: "cattolici deputati s, ma non deputati cattolici". D'altro canto, col riapparire del cattolicesimo nella politica si riaffermava la massoneria, che faceva da contrappeso; e cattolici e massoni battagliarono soprattutto circa la questione dell'insegnamento religioso nelle scuole primarie: una questione che appassion gli animi, segnatamente circa il 1908, ma che era di scarsa o nulla importanza pratica, perch, risoluta in un modo o in un altro, non sarebbe per questo n cresciuta n diminuita la fede cattolica del popolo italiano, insidiata, se mai, dall'insegnamento superiore filosofico e scientifico, e dal moto generale del pensiero e della cultura. Senonch, quella questione serviva assai bene da segnacolo in vessillo alle due schiere per misurarsi tra loro e tenere raccolte le loro forze.
L'azione parlamentare e governativa, che si svolse nel decennio, non venne meno alle speranze che aveva suscitate nel 1901, quando uno scrittore politico, che era un critico tagliente, attestava: "Vi  nella nostra vita politica come un fermento di primavera: guardiamo al Ministero e alla Camera con interesse insolito: non  pi semplice curiosit;  la coscienza che sono in gioco grandi questioni di benessere nazionale; gli indifferenti, gli scettici sono gi di moda; il pubblico sente che  finalmente penetrato nella Camera un soffio di vita nuova". L'opera legislativa e amministrativa, che si venne eseguendo, fu veramente insigne, e, poich non  lontana dalla memoria, baster ricordarla per sommi capi. Il bilancio dello stato, non ostante parecchi sgravi, come del dazio consumo sulle farine, sul pane e sulla pasta e in alcune provincie dell'imposta fondiaria, crebbe nelle entrate di alcune centinaia di milioni, e nel giugno 1906 si pot attuare la conversione della rendita, che si manteneva sopra la pari, dal quattro al tre e mezzo. Tutte le dotazioni dei pubblici serviz ne trassero vantaggi: dal 1900 al 1907 il bilancio dell'istruzione fu portato da 49 a 85 milioni, quello dei lavori pubblici da 79 a 117, delle poste e telegrafi da 69 a 123, dell'agricoltura da 13 a 27: gli impiegati dello stato ebbero i loro stipendi aumentati di oltre cento milioni. Fu negoziata, per mezzo del Luzzatti, una serie di trattati di commercio, assai giovevoli all'industria, con la Germania, l'Austria-Ungheria, la Svizzera, il Brasile e altri paesi. Scadute le convenzioni con le societ, si attu l'antico pensiero dello Spaventa, stabilendosi nel 1905 l'esercizio di stato delle ferrovie, con ingente spesa per il rinnovamento del materiale e per le costruzioni di nuove linee. Attivissima la legislazione sociale, con la riforma delle leggi sulla sanit pubblica, le opere pie, gl'infortun del lavoro e il lavoro delle donne e dei fanciulli, coi provvedimenti per la cassa d'invalidit e vecchiaia, con le nuove leggi sul divieto del lavoro notturno dei fornai, sull'obbligo del riposo festivo e settimanale nelle aziende commerciali e negli eserciz pubblici, sull'istituzione degli uffici del lavoro, sulle case economiche e popolari, sulle societ cooperative e agricole e il loro diritto di concorrere agli appalti dei pubblici lavori, contro la malaria e per il chinino di stato, e altre. L'Italia accolse tra le prime la proposta per una legislazione internazionale operaia e strinse con la Francia, nel 1904, un trattato di lavoro. Non meno notevole la serie dei provvedimenti a favore del Mezzogiorno e delle isole, coi quali si veniva tirando qualche conseguenza pratica dalle lunghe indagini e discussioni sulla cosiddetta "questione meridionale" e sulle altre affini: leggi per la Basilicata, che lo Zanardelli volle visitare per conoscerne le condizioni, e per la Calabria, per le provincie meridionali in genere e per la Sicilia e la Sardegna, e per il risorgimento industriale di Napoli, per l'acquedotto pugliese, a cui lo stato contribu con cento milioni, oltre i soccorsi e le nuove spese rese necessarie dai cataclismi che colpirono il Mezzogiorno e la Sicilia, il terremoto delle Calabrie del 1905, l'eruzione del Vesuvio del 1906, il nuovo e tremendo terremoto del 1908, che ebbe per centro Messina, interamente abbattuta, e si stese nella prossima Calabria. Una riforma tributaria generale non fu attuata, sebbene la tentasse con un suo disegno il Wollemborg, ministro delle finanze nel 1901, e il Giolitti si ritraesse nel 1909 lanciando la proposta dell'imposta progressiva sul reddito. Nella pubblica istruzione, le condizioni dei maestri elementari furono migliorate: l'analfabetismo discese sino al trentotto per cento; si aprirono nuove scuole professionali, agrarie, industriali e commerciali: anche si dette forma pratica a tutta l'azione che da pi anni artisti e studiosi esercitavano a tutela del patrimonio artistico italiano, con una nuova legge sui monumenti e sull'amministrazione artistica e con l'istituzione del Consiglio superiore delle belle arti. N ci fu alcun serio impedimento alle spese crescenti per la difesa nazionale, che il Pelloux aveva gi curata con zelo e intelligenza, e per la quale lo Zanardelli aveva fatto votare trentadue mlioni straordinar. Il bilancio della guerra sal da 281 a 376 milioni e quello della marina militare da 135 a 167, e il Bettolo continu in questa parte la degna tradizione inaugurata dal Saint-Bon: sull'una e sull'altra amministrazione furono anche eseguite inchieste non sterili di effetti. E, quantunque il Giolitti per migliorare le condizioni degli operai e contadini, i cui salari erano bassissimi, avesse dato corso libero agli scioperi che si moltiplicarono in un baleno (da 642, che erano stati nel 1899-900, a 1852 nel 1901-2, e nell'agricoltura da 36 a 856), questo fu il tempo in cui si domarono gli scioperi dei ferrovieri, si stabil per legge che l'abbandono del servizio valesse dimissione, e il Giolitti fece votare nel 1908 la legge sullo stato giuridico degl'impiegati, che puniva con la stessa formola lo sciopero nei pubblici serviz. Le classi o categorie economiche si andarono allora componendo in associazioni, leghe e sindacati: da quelle dei lavoratori particolarmente detti, con la Confederazione generale del lavoro costituita nel 1906 a Torino, e coi contrapposti sindacati rossi e bianchi, di colore socialistico o democratico-cristiano, alle associazioni dei ferrovieri, degli impiegati dello stato e delle amministrazioni locali, dei professori universitar, degli insegnanti med, dei maestri elementari, e via discorrendo.
Tale importante e svariata opera legislativa, amministrativa e associativa era resa possibile dalla fioritura economica che si osservava dappertutto nel paese, e che, quantunque rispondesse a un periodo di generale prosperit dell'economia mondiale e fosse aiutata dall'afflusso degli esuberanti capitali stranieri in Italia, aveva, dentro questo quadro, un particolare rilievo, perch, come i tecnici notavano, nessun altro paese di Europa compiva, in quel tempo, progressi tanto rapidi ed estesi quanto l'Italia. Il commercio italiano di esportazione tra il 1890 e il 1907 era aumentato del centodiciotto per cento, superando l'indice dell'Inghilterra, che era del cinquantacinque per cento, e della Germania, che era del novantadue: nel quinquennio 1896-900 era di 2.622 milioni, nel seguente di 4.420, nel 1907 s'innalzava ai 4.930 e nel 1910 a 5.326. L'impiego della forza elettrica era stato quintuplicato dopo il 1900: nel 1905 l'Italia mostrava i maggiori e migliori impianti elettrici di Europa, come quello di Vizzolo sul Ticino, con 23.000 cavalli dinamici, di Paderno e di Morbegno sull'Adda: intorno al 1907 il totale era di non meno di 244.000 cavalli. L'importazione del carbone si era quasi raddoppiata in quel settennio: da 4.947.180 tonnellate nel 1900 a 8.300.439 nel 1907; nel solo 1905 le caldaie a vapore crebbero di 981. Nel 1900 si costruivano in Italia sei vetture di automobili, nel 1907, 1.283; la produzione del carburo di calcio, che era di 600 tonnellate nel 1898, fu di 30.651 nel 1.907; la produzione dell'acciaio si era quadruplicata. Simile crescenza avevano avuta la lavorazione della seta e del cotone, e le altre che non mentoviamo, rimandando alle statistiche e alle trattazioni di storia economica, perch qui a noi importa soltanto di far sentire, col ricordo di alcune cifre, il ritmo accelerato che la vita italiana aveva preso. Si calcolava che la produzione agraria, che nel '96 era intorno ai cinque miliardi, nel 1910 fosse intorno ai sette, quantunque si avvertisse che essa ancora rimaneva pi estensiva che intensiva, e che mancava l'adeguata scorta di bestiame, e sebbene i trattati di commercio l'avessero alquanto sacrificata ai bisogni di protezione dell'industria. Grandi lavori di bonifica si compierono nella regione emiliana. Nel 1905 il re Vittorio Emanuele terzo fondava in Roma l'Istituto internazionale di agricoltura, che s'inaugur nel 1909 e prometteva utili cose per l'agricoltura mondiale. La marina mercantile italiana riguadagn qualche punto tra quelle di Europa, divenuta la quinta per tonnellaggio e la quarta per l'incremento annuo. Le condizioni igieniche delle citt e la robustezza della gente operaia e contadina erano in incessante progresso; e il colra fu presto soffocato, come quando si era riaffacciato nel 1893, cos quando si ripresent nel 1911. La popolazione, cresciuta a trentadue milioni nel censimento del 1901, in quello del 1911 raggiunse i trentacinque. L'emigrazione era sempre in aumento, e toccava il massimo nel 1905 con 726 mila emigranti, recando non piccolo incremento alla circolazione della ricchezza con le rimesse in denaro che gli emigranti spedivano alla madre patria, ma di gran lunga maggiore e pi durevole incremento alla prosperit e civilt del mondo col suo lavoro nel Brasile, nell'Argentina, negli Stati Uniti; perch i popoli non sono unicamente addetti ad accrescere le loro singole nazioni e stati, ma anche alla vita del mondo intero, sia con l'accomunare a beneficio di tutti i loro pensieri e i loto ritrovati, sia col riversare fuori dei confini delle loro patrie uomini e forze di lavoro. Si lamentava bens che i cinque milioni e pi d'italiani, sparsi fuori d'Italia circa il 1910, si lasciassero assorbire o fossero in pericolo di essere assorbiti dalle nazionalit dei paesi in cui lavoravano, perdendo via via lingua, costume e memoria d'Italia; ma il processo era lento e non incontrastato, e, a ogni modo, la forza di persistenza nazionale degli emigranti  data in prima linea dalla forza espansiva della cultura e del prestigio delle loro patrie d'origine. Lo spirito di intrapresa, intanto, era vivace in Italia, e, oltre le societ industriali, sorgevano cooperative di credito, banche popolari, casse rurali e altre istituzioni di sussidio all'industria e all'agricoltura. Soprattutto, si notavano un crescente ardimento e un correlativo distacco dalla vecchia tendenza alla propriet immobiliare, alla rendita di stato e agli impieghi statali. Anche gli operai si avvantaggiavano di ci e si sentivano legati agli interessi dell'industria: il che, per gli appoggi e favori che lo stato concedeva a questa e alle cooperative operaie, dava luogo agli altri lamenti sui privilegi che gli operai dell'alta Italia godevano a spese dell'Italia meridionale e dei suoi contadini. I giornali si vennero allora conformando ai modi della grande industria, perfezionarono i loro serviz d'informazione, accrebbero il numero delle loro pagine, resero pi varia la collaborazione, estesero gli annunz commerciali, moltiplicarono la loro tiratura: primo fra tutti il Corriere della sera di Milano, e prossimi a esso la Stampa di Torino, il Giornale d'Italia di Roma, il Secolo di Milano, il Mattino di Napoli, il Resto del carlino di Bologna. Lo stesso ingrandimento di proporzioni e arricchimento di qualit si osservava nelle altre parti della vita sociale: esposizioni industriali, mostre d'arte come la biennale di Venezia, teatri, congressi. Il processo di unificazione della societ italiana crebbe intensamente: il suo carattere regionale era quasi del tutto sopraffatto o traformato dal costume nazionale e internazionale.
Sebbene nello sforzo del lavoro inesauribile e della lotta che mai non giunge a fine, non solo manchi il tempo e l'agio, ma non ci sia e non ci debba essere la disposizione a sentirsi e dichiararsi soddisfatti, qualche volta, in quegli anni, l'Italia ebbe coscienza e prov la gioia del grado a cui era ascesa, misurando con lo sguardo il passato; come nella memorabile tornata della Camera del 29 giugno 1906, quando fu votata la conversione della rendita, e gli applausi dai banchi e dalle tribune coronarono la relazione del Luzzatti, che rifaceva la storia del faticoso e doloroso cammino percorso, e si videro oppositori politici abbracciarsi e lagrime rigare i volti. Gli stranieri, uomini di stato e scrittori, manifestavano ammirazione per l'andamento che l'Italia aveva dato alla sua amministrazione, alla sua legislazione, alla sua economia, a tutta la sua varia attivit: il Blow se ne congratul vivamente col Giolitti, quando questi si rec a visitarlo a Homburg, nel 1904. Come gi nei primi tempi dell'unit, gli italiani, nel recarsi all'estero, raccoglievano elogi per la saggezza e l'abilit di cui dava prova la loro patria, cos ora pei progressi di lei in ogni campo. Alcuni nomi italiani erano, per ardite imprese o per felici invenzioni, acclamati nel mondo intero, come quello del duca degli Abruzzi pei suoi viaggi di scoperta, e segnatamente per la spedizione al polo del 1899-1900, nella quale si spinse pi innanzi di ogni altro esploratore, e quello di Guglielmo Marconi, che nel 1902 congiunse col suo telegrafo senza fili le coste irlandesi alle canadesi.
Ma la soddisfazione di s, che l'Italia non dimostrava nella politica interna e nell'amministrazione, in cui lo scontento e la censura avanzano sempre l'opera, si sentiva nel nuovo atteggiamento della sua politica estera, pi risoluto e intraprendente perch ora si possedevano le forze necessarie, e, per ci stesso, meno pomposo e rumoroso e pi fattivo che non fosse stato ai tempi del Crispi, quando quelle forze non si possedevano. I bisogni di espansione, di nuovi territor per colonie, di penetrazione economica nei Balcani e nell'Oriente, avevano perso il carattere di disegni e brame di singoli e facevano parte della coscienza comune. Non solo i giovani che allora si davano sovente il nome di "nazionali" o "nazionalisti", li cominciavano a caldeggiare, ma, prima di loro, perfino qualche autorevole socialista, e lo stesso sistematore del socialismo marxistico in Italia, Antonio Labriola, che trasport su questo punto l'ardore che prima mostrava per la lotta di classe. Il Prinetti aveva proseguito la politica del Visconti Venosta verso la Francia, e nel 1901 e 1902 erano state strette con questa due convenzioni, onde l'Italia le dava appoggio per l'espansione nel Marocco, ottenendo il correlativo appoggio per quella che da sua parte disegnava nella Tripolitania e Cirenaica, e prometteva neutralit se la Francia avesse dovuto sostenere una guerra come aggredita o direttamente provocata, per difesa della sua sicurezza e del suo onore. Le dichiarazioni del Prinetti alla Camera, le cortesie che si scambiarono tra il presidente della Repubblica francese e il duca di Genova a Tolone, e poi la visita del re a Parigi e quella del Loubet a Roma nel 1904, movevano la stampa francese a parlare finanche di una "alleanza di fatto", esistente tra i due paesi. Nel 1906, nella conferenza di Algesiras, alla quale and rappresentante il Visconti Venosta, l'Italia non sorresse le pretese della Germania e cooper alla conclusione favorevole alla Francia, a cui fu riconosciuta posizione preminente nel Marocco. Con l'Inghilterra si procedeva sempre d'accordo, stringendosi nel 1904 una convenzione circa i possedimenti dell'Africa orientale, dove la colonia della Somalia riceveva intanto nuova forma nel 1905 col ridurre l'azione della Compagnia alla sola parte agricola e commerciale, e tenere la sovranit politica, estesa per la cessione fatta dal sultano dello Zanzibar; le trib dell'interno via via si erano sottomesse: una legge del 1908 stabil il nuovo ordinamento. Nel 1902 l'Inghilterra, a prova di amicizia, aveva ritirato il decreto che vietava l'uso della lingua italiana a Malta: nel 1907, il re Eduardo s'incontrava col re d'Italia a Gaeta. Lo czar, che aveva dovuto rimandare nel 1903 la sua visita al re d'Italia per le cattive accoglienze minacciate dai socialisti italiani e per le inquietudini della sua polizia, gliela rese a Racconigi, nel 1909; e in quell'occasione si presero accordi con l'Isvolsky, ministro degli esteri, che lo accompagnava, per il consenso dell'Italia all'eventuale apertura o neutralizzazione dei Dardanelli, e, in compenso, per quello russo all'eventuale occupazione di Tripoli, e per l'integrit dell'Impero Ottomano, e intorno alle questioni balcaniche, nelle quali Italia e Russia s'impegnavano a sostenere il principio di nazionalit e a non trattare cose nuove con l'Austria-Ungheria senza partecipazione di entrambe. La Triplice era stata rinnovata per la quarta volta nel 1902; ma la politica italiana verso la Francia, l'Inghilterra e la Russia suscitava malumori e diffidenze nei circoli tedeschi, tanto che il Blow, nel suo discorso al Reichstag dell'8 gennaio 1902, corse ai ripari, attenuando la gravit della cosa con l'affermare che la Triplice alleanza non vietava le buone relazioni dei suoi componenti con le altre potenze, e uscendo nel sorridente paragone del "matrimonio felice, nel quale lo sposo non deve mostrar cattivo viso se la moglie fa un innocente giro di danza con un altro uomo, perch l'essenziale  che non lo tradisca". A nuovi ripari dov correre dopo la visita del Loubet in Italia, e pi ancora per il comportamento dell'Italia ad Algesiras, quando nella stampa e nelle assemblee tedesche si grid che il "giro di danza" dell'Italia non era ormai senza pericoli per la sua fede coniugale, e, alla fine della conferenza, l'imperatore Guglielmo mand un famoso telegramma all'imperatore Francesco Giuseppe, chiamando l'Austria-Ungheria "alleata fedele" ed escludendo implicitamente dalla lode la terza alleata: telegramma al quale i suoi ministri cercarono, con le susseguenti dichiarazioni, di conferire carattere di opinione meramente personale e privata, non riuscendo per altro a distruggerne l'effetto impolitico. Anche in Italia, del resto, ci si domandava, come si sarebbe fatto, in caso di guerra, a combattere a fianco della Germania e dell'Austria-Ungheria. Il contrasto intrinseco e sostanziale era con quest'ultima, con la quale le relazioni si fecero e mantennero cattive, nonostante parziali o fuggevoli accomodamenti. Vittorio Emanuele terzo, salito al trono, nel fare il suo giro di visite ai sovrani, si rec nel 1902 a Pietroburgo e a Berlino, e lasci da canto Vienna, memore che a suo padre non era stata restituita la visita, fatta venti anni innanzi. Un accordo era stato concluso sin dal 1900 dal Visconti Venosta tra i due paesi per lo status quo in Albania, e, se questo non potesse mantenersi, per lavorare entrambi a procurarne l'autonomia; con una dichiarazione del 1902, l'Austria-Ungheria s'impegnava a non opporsi a un'azione dell'Italia in Tripolitania e Cirenaica; nel 1904, essa presentava per prima la proposta della nomina di un generale italiano all'alta direzione della gendarmeria in Macedonia. Ma la rivalit nella penisola balcanica e le rivendicazioni che l'Italia faceva del confine a s necessario e delle terre di lingua italiana incluse nell'Impero austro-ungarico, queste due ragioni di contrasto, che si legavano tra loro, erano incoercibili e insanabili. Nel 1903 si ebbero, per l'esclusione degli insegnanti italiani dall'universit di Innsbrck, manifestazioni austrofobe in Roma e altrove, che il governo contenne con vigore. Nel 1905 il presidente della Camera italiana, Marcora, parlava del "nostro Trentino", provocando un incidente diplomatico, nel quale l'Italia rifiut di dare all'Austria la soddisfazione che chiedeva e si restrinse a manifestarsi dolente dell'accaduto, e anche qui il Blow dovette appianare le difficolt. Nel 1908 sorgeva conflitto per le ferrovie balcaniche tra l'Austria-Ungheria, che patrocinava una linea, e l'Italia che, d'accordo con banchieri francesi, russi e serbi, gliene opponeva un'altra: da parte austriaca, si accusava l'invadenza italiana nei Balcani, dove una societ italiana costruiva il porto di Antivari e una ferrovia, un'altra aveva il monopolio del tabacco nel Montenegro, agenzie commerciali italiane erano a Durazzo e a Scutari, e quivi anche una banca italiana, e una societ italiana aveva la concessione della navigazione sulla Boiana e il lago di Scutari. Il conflitto intorno alle linee ferroviarie fu sorpassato per la rivoluzione accaduta in quel mezzo in Turchia e l'avvento al potere dei Giovani Turchi, che tolse la materia del contendere; ma quella stessa rivoluzione condusse l'Austria a dichiarare, contro la formola del trattato di Berlino, l'annessione della Bosnia-Erzegvina, cosa grave per l'Italia e per l'Europa tutta, che vide imminente la guerra generale. L'agitazione in Italia divent vivacissima: l'Austria-Ungheria aveva ammassato truppe nel Trentino: alla Camera, il Fortis parl dell'impossibilit per l'Italia di sopportare pi a lungo gli armamenti dell'Austria-Ungheria contro di lei, dell'Austria-Ungheria, che era la sola potenza che la minacciasse e che, per ironia, era sua alleata; e il discorso fu acclamato, e il presidente del Consiglio e i ministri tutti (tranne quello degli esteri, che non pot muoversi dal suo banco) si strinsero congratulandosi intorno all'oratore. Praticamente l'Italia rimase col danno; la promessa, fatta balenare, dell'universit italiana a Trieste non fu mantenuta; l'Austria-Ungheria affermava di non dovere compensi all'Italia ai termini del trattato della Triplice, perch, annettendosi la Bosnia-Erzegvina, aveva rinunziato al Sangiaccato di Novi Bazar: sul qual punto, nel dicembre del 1909, concluse una aggiunta convenzione, dichiarando che, se mai fosse stata costretta a occupare definitivamente o provvisoriamente il Sangiaccato, si applicherebbe il patto dei compensi territoriali all'Italia. Seguirono, da tutte le tre parti, rinnovate proteste di fedelt alla Triplice; ma continuarono gli incidenti, che dimostravano un diverso stato d'animo. Il governo italiano sussidiava gli italiani di Trieste contro l'elemento slavo, procurando loro vittoria nelle elezioni municipali; il generale Asinari di Bernezzo, che si era battuto nel 1866 a Custoza, nel novembre del 1909 consegnando in Brescia la bandiera al nuovo reggimento di cavalleria, additava "le colline bagnate del sangue dei nostri eroi dietro cui si trovano le terre irredente che aspettano l'ora della liberazione"; a Trieste si ricostituiva nel 1910 la societ Pro patria, e la Lega nazionale celebrava il suo ventesimo anniversario; un numeroso stuolo di escursionisti triestini era accolto con gioia e commozione a Milano; a Roma si eleggeva deputato un triestino; il sindaco Nathan, che era anche gran maestro della massoneria e vicepresidente della societ "Dante Alighieri", indirizzata in apparenza alla tutela e diffusione della lingua italiana ma in effetti irredentistica, chiamava, in un suo discorso, Trieste, "figlia della madre comune, Roma"; si leggevano con animo fremente i libri che gli scrittori di cose storiche allora pubblicavano con nuove indagini sulle persecuzioni, i processi e le impiccagioni che l'Austria aveva fatto dei patrioti italiani: memorie eroiche e dolorose, ravvivate dai recenti atti dell'Austria nelle terre irredente. E tuttavia l'alleanza della Triplice durava, e, avvicinandosi la scadenza, se ne apparecchiava la conferma. Perch e come disdirla? Il Blow, discorrendo al Reichstag nel 1908, aveva riferito un motto: dettogli un giorno dal diplomatico italiano Nigra: che "l'Italia non poteva essere se non o alleata o nemica dell'Austria-Ungheria". Disdirla, non potendo l'Italia combattere da sola contro le congiunte forze dell'Austria-Ungheria e della Germania, sarebbe stato il segnale della guerra europea; della guerra, che oscuramente si preparava, di cui tutti parlavano e a cui nessuno credeva, perch la strage e la rovina che ne sarebbero seguite erano cos mostruose solo a pensarle da sembrare cosa impossibile e da folli in un mondo di gente intelligente e calcolante; e, nel peggior caso, si contava sui socialisti, che l'avrebbero impedita con la loro unione internazionale, o sulla borghesia; che non l'avrebbe osata per timore di quella unione. E cos si viveva e si lavorava e si prosperava, in Italia come in Europa, movendosi tranquilli sopra un terreno tutto minato.
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10. RIGOGLIO DI CULTURA E IRREQUIETEZZA SPIRITUALE. 1901 - 1914.
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Che il generale e concorde moto accelerato, descritto di sopra nella politica interna ed estera, nell'economia, nella coscienza nazionale italiana, seguisse lo stesso ritmo nel campo della cultura,  da argomentare ed  confermato dal riscontro dei fatti. Ma le notizie pi o meno statistiche che si potrebbero recare circa i libri stampati, le riviste e i giornali, le case editrici, le istituzioni con fini scientifici e letterar allora fondate o promosse, i libri stranieri presso di noi circolanti, e simili, direbbero assai poco, come pertinenti anch'esse alla cerchia dell'industria e del commercio e non a quella della cultura, discernibile solo qualitativamente. Per segnare in tal riguardo il carattere del periodo che ora consideriamo, si deve risalire anzitutto alla sorgente di ogni cultura, che, come si  messo in chiaro,  la contemporanea filosofia, la quale unicamente permette d'intenderlo e determinarlo in modo sicuro e univoco.
Era gi molto innanzi, in Italia e fuori d'Italia, all'inizio del secolo, la reazione contro lo scientificismo positivismo, che, nelle parti in cui asseriva esigenze legittime e affermava canoni veri, aveva ingenerato saziet con l'insistere su punti ormai incontrastati; e, in quanto aveva promesso una filosofia, era fallito meschinamente e si era coperto di scredito; e, con la sua predica del doversene stare ai ritrovati delle scienze e rassegnarsi nel rimanente all'agnosticismo, lasciava delusi e insoddisfatti. Nessuna forza avrebbe potuto arrestare la decadenza, intrinseca e non estrinseca, di quella dottrina, che pure, quarant'anni innanzi, aveva raccolto tanto favore e levato tante speranze. In Italia, come si  veduto, le aveva assestato rudi colpi il materialismo storico con la sua dialettica; ma concorsero poi ad eccelerarne la fine il crescente ridestamento delle tradizioni speculative nazionali e il bisogno di andare a fondo dei problemi trattati male o non trattati punto dal positivismo e dal filologico storicismo; l'efficacia di pensatori stranieri, come quelli tedeschi che ricominciavano a speculare intorno ai concetti di "valore", i francesi e gl'inglesi che si erano istruiti nella classica filosofia germanica o ne avevano risentito l'influsso, i cultori di scienze che venivano introducendo una gnoseologia delle scienze affine a quella abbozzata gi dall'idealismo intorno all'"intelletto astratto", e con ci negavano l'onnipotenza dei metodi naturalistici; e un certo diffuso spirito tra romantico e mistico, che rendeva intollerabile il grossolano semplicismo positivistico, particolarmente nelle cose delicate dell'arte, della religione e della coscienza morale, e intollerabile, potrebbe dirsi, lo stesso suo stile o gergo.
Per effetto di questa reazione, l'orizzonte spirituale ampli la sua distesa, grandi idee offuscate tornarono a rifulgere, fecondi metodi logici furono ritentati, rinacquero coraggio e ardire per le speculazioni, si riaprirono i libri dei grandi filosofi antichi e moderni, anche di quelli un tempo pi abominati, come il Fichte e lo Hegel. La filosofia non ebbe pi bisogno di scusarsi o di celarsi; il suo nome non solo non incontr il sorriso e lo scherno per lungo tempo consueti, ma fu pronunziato con onore; nome e cosa diventarono di moda. A chi ricordava l'afa e l'oppressura dell'et positivistica pareva che si fosse usciti all'aria aperta e vivida, in un campo verdeggiante. Si era usciti anche dal chiuso delle universit, dove negli ultimi decenn la filosofia era stata ristretta come mera materia di antiquato programma d'insegnamento, e languiva; perch essa, al pari della poesia, si alimenta delle passioni e delle esperienze della vita vissuta, che in quei luoghi e presso quegli uomini, presi nella pratica della scuola e nella gara accademica, non arrivano o arrivano rade e deboli. Le riviste e i libri dei laici, per la freschezza della informazione, la variet degli interessi mentali, la vivezza dello stile, l'arguzia della polemica, gettavano nell'ombra quelli degli universitar, che pure, come potevano, migliorarono alquanto e si studiarono di tenere il passo e d'imitare in qualche modo gli esemp fortunati. Per opera di laici furono pubblicate parecchie raccolte di autori filosofici, principale quella dei "Classici della filosofia moderna", che pareggi e per certi rispetti avanz l'unica che si possedesse fuori d'Italia, la "Biblioteca filosofica" di Lipsia. Ragguagli di libri filosofici, e articoli su tali argomenti, e filosofici chiarimenti alle questioni politiche, religiose e sociali del giorno, si leggevano nelle pagine letterarie dei giornali politici. Il buon successo fu tanto, che finanche i seguaci della scolastica sentirono l'opportunit di mirare oltre le scuole dei seminar e delle universit pontificie, e presero a pubblicare una loro rivista, che procurava di non ignorare, e si guardava dal vituperare con le solite contumelie pretesche e fratesche, i liberi scrittori, ma li esponeva, li discuteva e spesso ne accettava le teorie, sforzandosi di allogarle in un allargato sistema di filosofia scolastica. N la filosofia si avvolgeva e rinchiudeva in s stessa, ma lo stesso suo impulso ravvivava i pi var interessi, storici e letterar e scientifici e politici ed economici, tutti animati dalla brama di una pi intrinseca intelligenza, tutti scintillanti di brio giovanile.
In questa cos rigogliosa rinascita di fervore speculativo, che per s stesso era indubbiamente un bene o principio di bene, si insinuava, per altro, qualcosa di malsicuro e di poco sano. Condizione di una vigorosa ed efficace attivit filosofica  un vigoroso e schietto sentire morale, che, a sua volta,  condizionato da quella e si accresce di quella in circolazione vitale. Ma la coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta pi tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima pi matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antinomie interne, incapaci di comporsi in nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra avidit di godimenti, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disaffezione e indifferenza, com' proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che  per l'uomo la coscienza etica e religiosa. Anche nella semplice e sennata Italia, aliena da fanatismi di ogni sorta, coteste disposizioni d'animo si erano fatte strada ed erano affiorate nella letteratura del D'Annunzio, che, cos nella sua prima maniera, quella di Andrea Sperelli, come nella seconda, quella del Re di Roma e della Gloria, plasm molte anime giovanili, trovando alla sua virt materia docile; e ora si diffondevano e rafforzavano col crescere e fiorire, anche qui, della civilt industriale. Nell'ambiente preparato dal D'Annunzio e dalla invadente psicologia plutocratica, che ricerca le cose vistose, luccicanti e in fondo grossolane, si svolse dunque, in Italia, la filosofia di reazione al positivismo; e perci la tendenza, che essa prese contro quel superficiale razionalismo, solo in parte, e in coloro che seppero formarsi un lor proprio ambiente, and, come doveva, verso un razionalismo pi sodo e verace, ma nella maggior parte, sotto molteplici e spesso ingannevoli forme, verso l'irrazionalismo, quantunque solesse e battezzarlo e crederlo "idealismo", combinando un "idealismo irrazionalistico" o uno "spiritualismo sensualistico". Filosofie di tal fatta si susseguirono e si avvicendarono e si mescolarono: l'intuizionismo, il pragmatismo, il misticismo (e questo ora francescano o slavo o buddistico, ora modernistico o cattolicizzante, erotico-dannunziano o erotico-fogazzariano), il teosofismo, il magismo e via dicendo, compreso il "futurismo", che era, anche quello, una concezione o interpretazione della vita, e perci, a suo modo, una filosofia. Se si ha voglia di rivedere questo spettacolo da caleidoscopio, si ricerchino le riviste di quel tempo, particolarmente le giovanili, pi sensibili alla moda e per tal riguardo pi significanti, il Leonardo, che venne fuori a Firenze dal 1903 al 1907, Prose, L'Anima, fino via via a Lacerba, opera in parte dei medesimi scrittori, che fu del 1913-14. In tutte esse, pure tra qualche tentativo di raffrenarla o di opporvisi o di temperarla merc pensieri di diversa origine, si vedeva chiara la conseguenza che  propria dell'irrazionalismo, cio l'indebolito o fiaccato sentimento della distinzione: della distinzione tra verit e non verit nella cerchia teoretica, tra dovere e piacere, moralit e utilit nelle cose pratiche, tra contemplazione e passione, poesia e convulsione, gusto artistico e libito voluttuario nel campo estetico, tra spontaneit e indisciplina, originalit e stravaganza nella vita culturale. Tolti i freni logici, depresso il senso critico, scossa via la responsabilit che  nella razionale affermazione, il giuoco dell'immaginazione e di una nuova rettorica si presentava agevole e seducente, e ne davano saggio tuttod gli spasimanti dell'arte, segnatamente delle arti figurative, educati nell'estetismo dannunziano degli anni innanzi, ispirati veggenti o piuttosto artificiosi visionar, sacerdoti della pura bellezza, che essi celebravano ora in sensuali figurazioni ora in frigidi simboli, ignari che bellezza  irradiazione nella fantasia degli umani affetti e travagli, e perci cosa grave e severa, da cuori virili. A questi si accodavano taluni archeologi e scavatori di tombe e di ruderi, sacerdoti rivelatori di misteri, con arie talvolta simili a quelle delle creature dannunziane della Citt morta, le quali, com' noto, si sentivano ebbre d'incesto e di sangue per l'effluvio che vaporava dalle pietre di Micene. N piaceva meno il giuoco dei paradossi, che simulano l'originalit del pensiero o dissimulano l'incapacit di dire qualcosa che valga; e l'invenzione di sempre nuove formule d'arte, e addirittura la proposta di un'arte intrinsecamente diversa da quella prodotta in passato e che negasse la stessa eterna natura dell'arte. Si assisteva, in quelle riviste e in quei libri, a uno scoppietto incessante di idee, ora felici ora avventate, ora acute ora sgangherate, nessuna arrestata nel rapido volo e considerata da vicino, analizzata, elaborata e fatta fruttare. Vi si sentiva pi accaloramento che calore, pi impeto iniziale che costanza, pi mobilit che movimento, pi curiosit e dilettantismo che interessamento e seriet: conseguenza morale dell'irrazionalismo, come la fiaccata distinzione tra valore e disvalore ne  la conseguenza logica. Per costituire o ricostituire una concezione della realt e della vita, per porre i saldi criter del giudizio, per penetrare con essi e formare la materia che la storia infaticabile porge di continuo al pensiero mutamente interrogando, e cos spianare la via alla deliberazione e alla chiaroveggente operosit pratica, per ottenere, insomma, dalla filosofia quello che si ha diritto di chiederle, bisognava un metodico, lento e faticoso lavoro; e di questo, se anche si scorgeva il cominciamento, presto si vedeva l'interruzione e lo sviamento: ch il falso idealismo o irrazionalismo consentiva salti e capriole e contorsioni, ma non propriamente il lavoro.
Del pericolo che la reazione allo scientificismo portava con s era stato, in verit, appieno consapevole uno studioso appartenente a quella Napoli, in cui era secolare la tradizione e l'abito speculativo, che aveva fatto la resistenza ultima, e non mai del tutto abbattuta, al prepotente positivismo, che anche di recente aveva dato i principali elaboratori e critici del materialismo storico e della dialettica marxistica, e che, com'era naturale, prendeva ora a esercitare una parte eminente nell'avviamento filosofico della cultura italiana. Fin dal 1902, quello studioso mettendo fuori il programma di una rivista che allora s'inizi, la Critica, delineava le diverse e opposte schiere contro le quali egli partiva in guerra, dei vecchi e dei giovani, dei positivisti, empiristi e filologisti da una banda, dei genialoidi e mistici e dilettanti dall'altra. Egli non si era formato nell'ambiente dannunziano di eccitata modernit industriale e cupida e gaudente, ma si era attardato nelle memorie e negli esemp degli uomini del Risorgimento e nei pensieri del classico idealismo, nutrendosi dapprima dell'insegnamento del De Sanctis, del quale non era stato scolaro nella scuola, ma verso cui fu pi attento ascoltatore, con tutte le forze dell'intelletto e con tutta l'anima, che non gli scolari della scuola, vantanti la conoscenza personale del maestro. Senonch, per indole poco disposto alla dedizione scolaresca e assai spregiudicato, si era provato nella sua adolescenza a pensare con lo Spencer e col positivismo, e non gli era venuto fatto; aveva udito con maggiore frutto le lezioni antievoluzionistiche ed herbartiane del Labriola nell'universit di Roma; aveva appreso la critica filologica e si era a lungo esercitato nelle indagini erudite, anche le pi minute; aveva aperto la fantasia alla contemporanea letteratura, esaltandosi nel Carducci, ma non lasciando di affisare con la dovuta attenzione il suo coetaneo D'Annunzio; e pur test aveva vissuto in s stesso il processo mentale del socialismo marxistico e compiuto accurati stud di economia. Si era, dunque, formato questo convincimento, che una nuovo e fecondo moto filosofico dovesse riattaccarsi al classico idealismo, ma non potesse fermarvisi n restringersi a riempire con con nuovo materiale e a correggere in qualche particolare il quadro di quel sistema, come avevano immaginato gli scolari italiani dello Hegel, s, anzi, dovesse rompere quel quadro, liberare i possenti germi di verit che racchiudeva, e trapiantarli nel nuovo terreno della storia intellettuale e morale che si era svolta in quel mezzo, accettando tutte le esigenze legittime affermate oltre o contro di esso, e, in primo luogo, la peculiarit delle scienze positive o naturali e delle discipline matematiche, non riducibili a un'astratta filosofia della natura, e la peculiarit dell'indagine storica documentaria, non riducibile a un'astratta filosofia della storia. Teneva anche fermamente che fosse passato, col passar della teologia e dei suoi riflessi, col tramonto delle concezioni trascendenti, il tempo dei "sistemi chiusi" e "definitivi", e che la filosofia ormai non potesse esser altro che la incessante risoluzione degli incessanti nuovi problemi teorici suscitati dall'esperienza storica o (come poi formul) sostanzialmente si riducesse a una "metodologia della storiografia", da tener sempre viva rinnovandola sempre, e che l'esigenza sistematica, cio della coerenza del pensiero, dovesse consistere non in altro che nella coerenza delle successive sistemazioni in s e con le loro antecedenti. Era cos, insieme, antipositivista e antimetafisico; avverso alla trattazione meramente filologica ed erudita dei problemi, ma risoluto ad attuar sul serio il congiungimento della filosofia con la filologia; avverso al razionalismo dei matematici e all'empirismo dei naturalisti, e anche al panlogismo e astratto monismo della volgare scuola hegeliana, contro la quale affermava la variet delle forme spirituali e l'ufficio fondamentale della "distinzione" come momento dell'unit concreta; ma avverso non meno al prammatismo, all'intuizionismo, al misticismo e all'irrazionalismo d'ogni sorta, premendogli di serbare, nella dialettica spirituale e nella interpretazione della realt, il nerbo della logica, non certamente di quella empirica e formalistica, ma della speculativa e dialettica. Con che rigettava anche, per espresso e per sottinteso, le concezioni. etiche di cui l'irrazionalismo era prodotto e produttore, nietzschiane e variamente autoritarie e reazionarie, rigettando del pari le opposte ideologie illuministiche e massoniche, e attenendosi all'ideale della libert, che  non vuota volont di potenza, ma potenza di volont e coscienza morale. E, quantunque favorisse la pi larga notizia delle cose forestiere e raccomandasse in particolar modo la classica filosofia germanica, consapevole d'altro lato dell'importanza che hanno le preparazioni egli addentellati nazionali, si adoperava a rimettere in onore l'antenato della nuova filosofia europea, l'italiano Giambattista Vico, che negli ultimi quarant'anni era caduto in una quasi dimenticanza e che allora torn a formare oggetto di studi amorosi.
L'opera della Critica e dei suoi collaboratori, e i libri da essi scritti, tennero le parti principali nel movimento degli stud filosofici; e specialmente le dottrine dell'Estetica, che era stata pubblicata nel 1902 dal direttore di quella rivista, entrarono in tutte le menti, turbando, attraverso i giovani e gli scolari, i professori e gli accademici, ed ebbero non solo echi ma effetti nel mondo internazionale del pensiero e della scienza. Da quell'opera presero origine innumeri indagini, discussioni, monografie e, si pu dire, tutto quanto di concreto si fece allora in Italia nel campo degli stud filosofici e storici, nella critica della poesia, in quella delle arti figurative e musicali, nella linguistica, nella filosofia del diritto e dell'economia, nella storia del pensiero e della civilt, nelle controversie sulle religioni, in quelle pedagogiche, ridando dopo un paio di secoli al pensiero italiano una parte attiva nel pensiero europeo e, in taluni rami di stud, una sorta di primato. E nondimeno  da riconoscere che lo spirito che il suo autore vi portava non fu accolto se non da pochi: l'unit di quel pensiero fu di solito frantumata e presa a pezzi, e questi pezzi stessi stravolti sovente a un senso che non era il loro, come nel caso delle dottrine estetiche, in cui le teorie, che egli aveva ideate per ispiegare la grande poesia di Dante e dello Shakespeare, la pittura di Raffaello e del Rembrandt, il suo concetto dell'"intuizione lirica", furono distorte a formole modernistiche di scuola per giustificare il pi scompigliato e decadente romanticismo o "futurismo", che egli non solo condannava in forza delle sue teorie, ma personalmente aborriva con tutto l'esser suo. Cagione di ci era quell'impetuosa corrente d'irrazionalismo, che dalla vita s'insinuava nella filosofia del tempo e la intorbidiva. Tanto essa era impetuosa, che il direttore della Critica vide a un tratto sorgere accanto a s una forma d'idealismo irrazionalistico per parte di un suo collaboratore, che aveva dato valida mano al promovimento degli stud filosofici, e ben battagliato contro i modernisti (i quali avevano preteso di fare della loro piccola eresia nel seno della Chiesa cattolica un grande rinnovamento di pensiero), e assai giovato alle ricerche di storia della filosofia e al rinnovamento delle dottrine pedagogiche, e che, diversamente da lui, proveniva dallo hegelismo ortodosso, e per questo, e per certo suo abito di professore, pareva cinto di grosso usbergo contro le lusinghe della Circe di moda. Sicch, quando il fatto accadde e comparve quel nuovo irrazionalismo, un misto di vecchia speculazione teologica e di decadentismo, tra lo stil dei moderni e il sermon prisco, sotto nome di "idealismo attuale", egli ne prov non piccolo stupore, ma pure non mise tempo in mezzo a contrastarlo nel suo principio e nelle sue conseguenze e ad ammonire che si entrava in una cattiva via. Comunque, ora, dopo tante vicende, svanite tante mode, svelatosi sempre pi apertamente il cosiddetto idealismo attuale come un complesso di equivoche generalit e un non limpido consigliere pratico, quel che ancora rimane in piedi, perch ancora fa lavorare coloro che pur lavorano in filosofia e storia e critica, aiutandoli a chiari e distinti concetti,  sempre la "metodologia", che allora egli fond e che nel corso degli anni  venuto particolareggiando e mettendo alla prova in trattazioni di storia, con la speranza che altri continui questo lavorio critico, indispensabile per la sana vita degli stud. L'atteggiamento morale e politico della giovane generazione rispondeva all'irrazionalismo delle teorie, il quale, a sua volta, come si  notato, era stimolato dallo spirito che prevaleva in Europa, rapace spirito di conquista e di avventura, violento e cinico. L'ideale socialistico, amore di vent'anni innanzi, non parlava pi ai giovani, n a quelli stessi che erano allora stati giovani: effetto in parte della critica che aveva corroso il marxismo e la sua apocalittica, in parte del graduale dissolvimento del socialismo nel liberalismo, e in parte delle riforme onde quasi intero il suo "programma minimo" si era attuato. L'immaginazione e la bramosia della nuova generazione, e dei delusi di quella di poco antecedente, si rivolgevano, come gi prima in Inghilterra, Germania e Francia, all'"imperialismo" o "nazionalismo", del quale padre spirituale fu in Italia il D'Annunzio, che l'aveva preparato sin da giovane con tutta la sua psicologia, culminante nel sogno della sanguinaria e lussuriosa rinascenza borgiana, ma pi determinatamente dopo il 1892, letto che ebbe qualcosa del Nietzsche, in romanzi, drammi e laudi. Nel 1908 il D'Annunzio faceva rappresentare La Nave, col sonante verso "Arma la prora e salpa verso il mondo", e nel 1910, col Forse che s forse che no, cantava la passione dei velivoli e concorreva a sovreccitare la gi eccitata passione dello sport o del ludo gladiatorio, cosa assai diversa dalla vecchia e severa ginnastica, che era stata primamente concepita come educazione della volont dai tedeschi nella loro riscossa contro l'oppressione napoleonica. Lo stile, che egli si compose, e che fu largamente imitato e quasi fece perdere e certamente compromise la schiettezza e semplicit insegnata agli italiani dal Manzoni e dal De Sanctis, era gi uno stile "imperialistico", dalle ampie volute di frasi immaginifiche, che parevano dire grandi cose e sfumavano nel vago, illudendo e deludendo, come appunto il verso ricordato di sopra. Nel sentimento dannunziano lussurioso e sadico e insieme freddamente dilettantesco, i letterati italiani del nazionalismo infusero elementi intellettuali, tratti prima dal nazionalismo francese del Barrs, anche lussurioso e sadico, e poi da quello razionalistico del Maurras e dell'Action franaise, e poi ancora dal sindacalismo e dalla teoria della "violenza" del Sorel; perch essi ripugnavano assai pi al liberalismo che non al socialismo, del quale a loro piacevano (e molti i di quei nazionalisti venivano personalmente dal marxismo) i concetti di lotta e di dittatura, chiedendo d'introdurvi l'unica correzione che quel che i socialisti teorizzavano, della "lotta delle classi" fosse da trasferire alla "lotta delle nazioni". Come i nazionalisti francesi, satireggiavano volentieri la grande Rivoluzione, la dichiarazione dei diritti dell'uomo, la democrazia, e, come quelli, sarebbero stati disposti ad appoggiare la Chiesa romana per averne in cambio appoggio, e a cercare il punto d'accordo in un "cattolicesimo ateo"; e per intanto riecheggiavano le lodi del vecchio tempo e della monarchia assoluta e del classicismo alla Boileau, e talvolta cattolicizzavano, almeno in dilettazioni artistiche, come tra i primi il D'Annunzio, sempre tra i primi in simili cose. Stranamente poi si dettero a restaurare e ridipingere la figura di Francesco Crispi e a presentarlo precursore e martire del loro imperialismo o nazionalismo: del Crispi, che era il meno adatto al servir da simbolo a questo fine, sia perch la sua politica estera fu sterile e quella coloniale mise capo a un disastro nazionale, sia perch in tutto il suo pensiero egli rimase sempre democratico, anticlericale e massonico. Parecchia gente candida, non usa a osservare e a riflettere, batteva le mani e assentiva, credendo che il nazionalismo, di cui udiva gli energici e frementi detti, fosse un semplice risveglio di patriottismo contro le negazioni che dell'amor di patria avevano fatte i socialisti e contro la politica del governo troppo cauta e prosaica; nondimeno, taluno dei maggiorenti del nazionalismo scopriva il diverso animo, dicendo a chiare note "opposti" tra loro patriottismo e nazionalismo, l'uno "altruista", l'altro "egoista", l'uno indirizzato al "servigio della patria sino alla morte", l'altro considerante le nazioni come "una potenza per fare l'utile dei cittadini", come "l'egoismo dei cittadini rispetto alla nazione": insomma, concetto morale e perci nietzschianamente da dir vile l'uno, concetto utilitario ed eroico l'altro. N era veramente, quel nazionalismo, risveglio o rinvigorimento di "italianit", ossia di tradizioni nazionali, per la sua stessa origine che lo rendeva irriverente e ignorante delle cose paesane; cosicch a esso o al suo spirito appartiene la denominazione, allora foggiata, di "Italietta", con la quale fu non carezzata affettuosamente, ma spregiata e schernita l'Italia dei propr padri, che conveniva intendere e amare anche nel correggerla e procurar d'ingrandirla. Altri, per reminiscenza delle idee prussiane sullo stato, o per effetto di quelle pangermanistiche, accennava a introdurre in Italia una sorta di "religione dello stato", fantasticamente distaccato dalla vita umana e sopra questa sublimato, idolo cupo e feroce, o una "religione della razza", che da molto tempo avevano i loro apostoli e sacerdoti in altre parti di Europa e del mondo. Al sentimento e alle teorie nazionalistiche non tralasci, in verit, di muovere critiche e rivolgere satire lo scrittore di sopra ricordato, che stava a capo del movimento filosofico italiano, il quale non solo si era accorto di quel che esse contenevano del solito irrazionalismo e di cupido sentire, ma anche, rifiutando molte dottrine dello Hegel, aveva rifiutato, tra le prime, l'esaltazione dello stato di sopra la moralit, e ripreso, approfondito e dialettizzato la distinzione cristiana e kantiana dello stato come severa necessit pratica, che la coscienza morale accetta e insieme supera e domina e indirizza; e inoltre, come storico, sapeva quanto fossero arbitrarie, fantastiche e inconcludenti le teorie sulle razze, e le altre di vagheggiati ritorni al passato, alla Controriforma, all'assolutismo, e simili. La filosofia e la storiografia salvavano, con quelle proteste e polemiche, il loro onore; ma ci voleva altro che obiezioni di filosofi e di storici contro un moto europeo, e anzi mondiale, che aveva i suoi motivi reali e non era dato arrestare con ragionamenti, con isforzi di buona volont individuale e con sentimenti di uomini eletti, e doveva percorrere intero il suo ciclo sino alla confutazione di s stesso da compiere non per via di ragionamenti, ma di fatti.
Al nazionalismo e ad altre gonfiezze e fallacie procur anche di fare opposizione una rivista, la Voce, iniziata a Firenze nel 1908 dagli scrittori gi del Leonardo, di cui taluni erano stati pur test collaboratori del nazionalistico Regno (1903-1904), i quali parevano, ormai, specie nella persona del loro direttore, il Prezzolini, condotti a pi elevati criter e animati da ottime intenzioni; e per pi anni quella rivista fu seguita con entusiasmo dai giovani e si persuase di aver effettato, come allora si diceva, un "movimento spirituale". Ma, sebbene essi profondessero in quella loro opera ingegno vivace e doti felici di scrittori, sebbene propugnassero in genere idee e cause assai giuste, non erano intimamente d'accordo tra loro n, soprattutto, ben chiari con s stessi, come si scorgeva dalla non profonda coerenza dei loro concetti, e, in fatto di gusti estetici (che sono in questo caso rivelatori), dai loro amori coi Claudel, i Rimbaud, i cubisti e altrettali, tanto che parecchi di loro venivano trapassando al futurismo: sicch, in quel che voleva essere il compito principale per lo meno del suo direttore, d'immettere cio qualcosa dell'idealismo filosofico e critico nella preparazione e azione pratica, mostrarono pi velleit che volont e scavarono solchi poco profondi e presto ricoperti. Un'altra rivista, sorta nel 1912 quasi rampollo della precedente, l'Unit, non dov durare molta fatica a dimostrare le alterazioni fantastiche e gli errori di fatti che abbondavano nelle scritture e nelle argomentazioni dei nazionalisti (i quali, del resto, non tenevano alla veracit e stimavano di fare a questo modo astuta e realistica politica); ed ebbe il merito di accingersi a studiate la nuova situazione internazionale che si era formata e in cui all'Italia toccava di muoversi. Senonch, da sua parte il Salvemini, che l'aveva ideata e la dirigeva, nutriva nel fondo dell'anima idealit mazziniane di equit internazionale e di onest popolana, ed esercitava volentieri un'acre polemica moralistica, tra ingenua e ingiusta, con una punta di utopismo. A tratti, gli scrittori dell'una e dell'altra rivista sentivano la necessit per l'Italia di un esame storico di coscienza, e di una rinsaldata fede etica e politica; ma tra loro non c'era l'anima apostolica e amorosa, n la mente robusta, che ci adempiesse. La storiografia politica e civile italiana, nella quale l'idealismo filosofico non aveva ancora portato di proposito il suo lavoro, tutto intento allora ad avviare in modo migliore la storiografia della letteratura, dell'arte e della filosofia, continuava, negli scrittori pi anziani, aneddotica, superficiale e rettorica, e, nei pi giovani, economico-giuridica e angusta, quale era uscita dalle lezioni del materialismo storico, senza lume ideale e sentimento religioso.
Ma, tra l'utopia democratica e la cupidigia nazionalistica, dov'era allora- si domander - la disposizione d'animo, la letteratura politica, corrispettiva al liberalismo, del quale in quello stesso periodo si osservava il trionfo nella pratica del governo e nella vita del paese? Il fatto  proprio questo: che il liberalismo era allora una pratica e non gi una viva e intima fede, un chiuso e fervido entusiasmo, un oggetto di sollecitudine e di meditazione, un qualcosa di sacro da difendere gelosamente al primo cenno che lo minacci. Coloro che avevano diretto la rinnovata politica liberale in Italia erano due vecchi: lo Zanardelli, uomo del Risorgimento, e il Giolitti, dei primi tempi dell'unit, che avevano lavorato accanto a Quintino. Sella: il liberalismo era perci connaturato alle loro menti. Ma i pi degli altri uomini politici lo possedevano meno intrinsecamente, come cosa ricevuta in eredit, utile o almeno non sostituibile da altra, da nessuno seriamente contestata, perch i socialisti si erano addomesticati e i nazionalisti erano letterati, che si poteva lasciar parlare e anche ascoltarli volentieri, consentendo alle aspirazioni che manifestavano verso la grandezza nazionale e al male che dicevano del democraticismo, del demagogismo e della libera-muratoria. Quando alcuno riparlava di libert, accadeva che lo si interrompesse osservando: che la libert esisteva, che era da tutti ammessa, che non correva nessun pericolo, e che importava parlar d'altro di pi attuale e urgente, e magari dei danni della troppa libert, della libert che era indisciplina e disordine. Il che sarebbe stato giusto, se la libert avesse avuto dietro di s in Italia una tradizione di pi secoli di lotte e contrasti e vittorie come in Inghilterra, o almeno di oltre un secolo, come in Francia; ma la sua tradizione (e ci era stato molte volte avvertito da vecchi patrioti e lo abbiamo ricordato a suo luogo) era, in Italia, recente. Recente e non penetrata addentro: la passione politica era sempre scarsa nel paese; gli aggruppamenti dei partiti, senza molta saldezza e consapevolezza di concetti determinati; nelle elezioni il governo prendeva, ed era costretto a prendere, parte troppo grande. Anche il socialismo, che non esercitava pi l'ufficio di opposizione antiliberale e non si era francamente convertito in un giovane e ardito liberalismo, contribuiva a un certo ristagno di spiriti politici. I tentativi di associazioni e di riviste schiettamente liberali furono deboli e non attecchirono: i migliori polemisti di quest'indirizzo potevano dirsi, piuttosto che liberali, liberisti, ossia davano rilievo all'aspetto economico e non a quello etico del liberalismo. Al quale, in Italia, nel campo ideale, non solo mancava il sostegno religioso confessionale che ebbe in altri tempi e in altri paesi, ma era venuto meno, prima per effetto del positivismo e poi dell'irrazionalismo, anche l'adeguato sostegno intellettivo e critico, che gli permettesse di affrontare un'eventuale crisi; e la stessa recente tradizione, il pensiero del Cavour, non era tenuta viva, n si usava risalire di volta in volta a quelle origini come a fonte di rinvigorimento morale. Il moto filosofico, storico, dialettico, che ripigliava e meglio determinava e accresceva i concetti dell'et idealistica e liberale, non era di moda nella sua parte sostanziale, e al suo operare nel sentire politico ostavano, non solo la moda che si  descritta, cos di teoria come di pratica, ma anche altre cagioni. C'era, tra queste, il carattere sempre pi pratico e prosaico preso dagli uomini politici, che onoravano gli studiosi al pari di poeti e sorridevano di essi come di gente che spaziasse nei cieli delle teorie e non potesse apportar nulla di utile; e c'era poi il fatto stesso che questi studiosi, pel lavoro a cui avevano posto mano e che atteneva alle fondamenta e agli elementi della cultura, e di necessit procedeva graduale, circospetto e lento, e per la tranquillit che il governo liberale loro procurava, se ne stavano nella loro cerchia, alquanto lontani dalla politica, come accettando, poich le condizioni lo permettevano senza vilt, una sorta di pratica divisione di lavoro: a voi l'amministrare lo stato e provvedere alla sua salute, a noi la cura dell'intelletto e della vita spirituale della nazione. Certo, nell'intrinseco, i due lavori non erano divisi e si riportavano, in ultima analisi, alla medesima fede; ma il congiungimento degli intelletti e delle volont nei problemi effettivi e particolari della cosa pubblica non poteva per allora aver luogo, salvo a cangiare gli indagatori in improvvisatori, dei quali gi troppo era il numero in ogni campo, n sarebbe giovato accrescerlo.
Per queste disposizioni pratiche, e pi ancora per l'enorme svolgimento che ebbero in quegli anni le facolt speculative, critiche e polemiche, non  meraviglia che la poesia tacesse o scadesse; che cos avvenne anche in altre et e momenti storici, sebbene l'antitetica crescenza e decrescenza di filosofia e poesia non sia una legge sociologica assoluta, gi per questa buona ragione che non vi sono leggi sociologiche assolute. Come abbiamo osservato, la schietta et poetica e artistica della nuova Italia si era chiusa col chiudersi del secolo, e, in certo senso, un decennio innanzi. Anche gli artisti della seconda epoca, fioriti tra il 1890 e il 1900, decadevano: il D'Annunzio, dopo avere raccolto le liriche dell'Alcione e poetato ancora sullo sfondo del nativo Abruzzo il suo sogno di lussuria e di morte con la Figlia di Jorio d'ispirazione michettiana, era entrato nel periodo in cui gli artisti lasciano poco da dire alla critica, perch eseguono da s, decomponendosi, l'analisi di s stessi e cadono nella esagerazione e nella maniera e, per avvivarsi o ammodernarsi, ricorrono a materie e motivi estranei al loro vero animo: il Fogazzaro accentu nei suoi ultimi romanzi la parte debole dell'arte sua, la difesa e propaganda delle idee; il Pascoli si sforz di gonfiarsi e dilatarsi, e si fece sempre pi rimatore di occasione, scrivendo liriche sopra i casi del giorno, a segno che, quando l'americano Lubin venne in Italia a proporre al re l'idea dell'Istituto internazionale di agricoltura, saputo del Pascoli e di quel che faceva, gli si rivolse pubblicamente chiedendogli di fornirgli un carme per la sua intrapresa di statistica agricola. Senza parlare del futurismo e delle sue opere, che non erano opere di poesia, ma altra cosa, e, soprattutto, come la sua musica, cosa di "rumore", qualche dramma o romanzo notevole veniva fuori, ma rare erano le ispirazioni schiette e i tratti geniali. L'avidit della vita era stata cantata ed esaurita poeticamente dal D'Annunzio, e ora se ne vedevano i crescenti effetti pratici. Nell'intimo sentire, in quel sentire che si apre e si effonde con abbandono, ci che sopravanzava era piuttosto la saziet, la stanchezza, il passivo scetticismo, un bisogno amaro di sorridere, un bisogno di piangere, un rifugiarsi, senza riuscire ad adagiarsi, nel vecchio passato e negli umili e sani affetti. Le voci poetiche di allora, varie che fossero o paressero si ricongiungono tutte a questo stato di animo; il quale produsse, di tra i minori e i frammentar, due poeti genuini, il piemontese Gozzano, che lo ferm in alcuni componimenti perfetti, come L'amica di nonna Speranza e Le due strade, e, pi complesso di lui, pi largo di visioni e di cultura, pi profondo di tono, il napoletano Gaeta: il primo morto giovane di etisia, il secondo suicida, non reggendo alla tristezza del distacco quando gli mor la madre, parte di quel superstite circolo di affetti al quale si era disperatamente attaccato per sopportare in qualche modo la insopportabile vita: insopportabile, perch, come in tante altre anime della sua generazione, gli si mostrava priva di fine e deserta di non fittizio significato.
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11. LA POLITICA INTERNA E LA GUERRA LIBICA. 1910 - 1914.
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Un atto grandemente importante compi tra il 1911 e il 1912 il governo liberale, l'estensione del suffragio, suggello dell'avviamento dato e preso dalla vita italiana nel decennio precedente, che si era manifestato nella graduale accettazione delle richieste e nel previdente riconoscimento dei bisogni e dei diritti delle classi popolari, e insieme nella graduale risoluzione del rivoluzionarismo nel riformismo, del radicalismo di opposizione nel temperato radicalismo di governo. Il Luzzatti, che era presidente nel 1910, aveva abbozzato gi un disegno di riforma elettorale, e aveva anche promosso gli stud nel Senato per una riforma di questo corpo; la quale poi, non ostante che fosse da una speciale commissione concretata in proposte, non and innanzi. Ma il Giolitti, che ripigli il governo nel marzo del 1911, stim insufficiente il disegno di riforma elettorale del Luzzatti, pensando che, cos per l'educazione politica delle classi popolari - educazione la quale per s stessa contiene motivi di moderazione e conservazione, - come per gli stimoli che esse avrebbero apportato alla vita pubblica, e per il vantaggio che ne sarebbe venuto all'avanzamento civile ed economico della societ italiana, convenisse disegnare la riforma in guisa pi ampia, s da avvicinarla al suffragio universale. N lo fermarono le paure dei conservatori e la consueta poco profonda obiezione che in quel modo il governo avrebbe largito ci che le classi lavoratrici non chiedevano, o assai pi di quanto chiedessero; perch la classe colta e dirigente non merita tal nome, se non supplisce con la propria coscienza alla coscienza ancora manchevole e non ancora formolata delle classi inferiori e non ne anticipa in qualche modo le richieste suscitandone persino i bisogni, n, in ogni caso, d prova di avvedimento politico, se aspetta di essere sforzata alle riforme. La riforma che egli present, e che fu, dopo varia resistenza e tentativi di eluderla, approvata, si era trovata innanzi la difficolt dell'analfabetismo, scemato assai ma tutt'altro che sparito nel popolo italiano, specialmente nei contadini, e l'aveva sorpassata sulla considerazione che l'ignoranza del leggere e dello scrivere non importa minorit mentale; onde il diritto elettorale venne riconosciuto, oltrech a quelli che l'avevano secondo la legge del 1882 come forniti di titoli d'istruzione, a tutti coloro che avessero adempiuto agli obblighi del servizio militare o avessero compiuto il trentesimo anno. Gli elettori italiani salirono, per questa riforma, dai tre e mezzo agli otto milioni; e la prima prova dell'esteso suffragio, nelle elezioni del 1913, non produsse, come non l'aveva prodotto l'estensione del 1882, nessuno sconvolgimento o scotimento, sebbene accrescesse, com'era naturale, il numero dei deputati socialisti e, per gli accordi che si strinsero, desse l'entrata a parecchi deputati cattolici. La fisionomia della Camera rimase liberale.
A questa riforma, che aveva carattere costituzionale, si accompagnarono altre nell'indirizzo segnato. Il brevissimo ministero del Sonnino aveva adottato provvedimenti per le bonifiche e pei contadini dell'agro romano e pel credito agrario nelle Marche e nell'Umbria; quello del Luzzatti, che dur un anno, istitu la cassa di maternit per sussid alle operaie, stanzi fondi per mutui ai comuni in opere igieniche e sanitarie, ordin la tutela degli emigranti merc un commissariato e un corpo di ispettori, e avoc allo stato l'istruzione elementare per darle maggior vigore. Il Giolitti riusc, superando gli ostacoli opposti dagli interessi privati italiani e forestieri, a far delle assicurazioni un monopolio dello stato, che, mentre garantiva i cittadini dai frequenti fallimenti delle societ private e impediva che passassero all'estero molti frutti del risparmio nazionale, assegnava gli utili delle assicurazioni alla cassa di previdenza per la vecchiaia e l'invalidit degli operai. Altri problemi consimili fermentavano nella pubblicistica e nelle discussioni di quegli anni, e soprattutto la riforma tributaria e il connesso liberismo economico contro le eccessive protezioni date all'industria e alla marina mercantile e il dazio sul grano, e contro lo sfruttamento dello stato, che ora non accadeva pi soltanto da parte d'industriali, ma anche di operai d'intesa con essi, e di leghe e cooperative operaie, alle quali si concedeva l'esecuzione di pubblici lavori. E poich nel mondo politico affaristico delle concessioni e degli appalti e delle speculazioni aveva, o si diceva che avesse, molta parte la massoneria, si fece vivace la polemica contro questa associazione, che operava nell'ombra, e concorsero nella battaglia i suoi nuovi e, vecchi nemici di ogni qualit, dai puri liberali ai nazionalisti e ai cattolici, da coloro che la aborrivano pel suo radicalismo antireligioso e antipretesco, a coloro che mal la sopportavano giudicandola a suo modo teologica, astratta e inadeguata alla mente moderna, la quale ha bisogno di pi sostanziosi concetti e di pi ser metodi.
Le riforme sociali attuate o in disegno, e l'interessamento che le ispirava per le classi popolari, non impedirono che venisse allora a maturit, e fosse iniziata e condotta a termine, l'occupazione della Libia, perch quelle riforme, e la ripresa liberale da cui erano nate, e la fioritura economica che le aveva rese possibili, e il rigoglio culturale, erano tutti aspetti della crescente forza italiana, alla quale non poteva mancare la correlativa manifestazione nella politica estera. Nel 1902, quella impresa era parsa imminente, e il Prinetti, ministro degli esteri, sarebbe stato forse disposto a procedere con le armi, ma segu poi l'altra via della cosiddetta "penetrazione economica" per preparare nel momento e nel modo opportuno l'occupazione territoriale; e, quantunque negli anni seguenti non s'interrompesse questo lento lavoro e si cercassero anche, per mezzo di agenti segreti, intese coi capi arabi, la questione usc dal primo piano, che aveva tenuto per qualche tempo, e parve come addormentata. Senonch non la perdevano d'occhio gli uomini del governo, ben sapendo che gli italiani non avrebbero in nessun caso tollerato che la Tripolitania e la Cirenaica fossero occupate da altre potenze, o che la Turchia, gi in sospetto e in guardia, e non celante la sua ostilit, ne precludesse loro le porte, sia col chiamare col interessi di altre potenze, sia col rafforzarvisi militarmente; e, d'altro canto, intendevano che non si poteva prolungare indefinitamente l'esercizio dei diritti su quelle terre, riconosciuti all'Italia da accordi internazionali. Il Giolitti, dopo il contrasto franco-germanico del luglio 1911 pel Marocco e l'assicurato componimento pacifico, essendosi in quel mezzo rinnovato il pericolo di una concessione enfiteutica alla Germania da parte della Turchia o di un'azione inglese, si persuase che era giunto il momento di rompere gli indugi e compiere quell'occupazione; e a un tratto si riaccese nei giornali e nel pubblico il fervore per Tripoli, e il 28 settembre, adducendo a motivi il disordine e l'abbandono in cui il paese era lasciato e l'opposizione che vi si faceva all'opera degli italiani, fu presentato alla Turchia l'ultimatum per l'occupazione militare di quel territorio, seguito, il giorno dopo, dalla dichiarazione di guerra.
Perch l'Italia si accingeva a quest'impresa? Antonio Labriola, socialista e marxista, ma promotore della grandezza dell'Italia e della prosperit e arricchimento della sua borghesia (che, a fil di logica marxistica, era per lui condizione indispensabile per l'avvento del socialismo), fin dal 1902, ai tempi del Prinetti, esortava all'occupazione di Tripoli come a un buon affare per la borghesia e a una colonia di popolamento per l'emigrazione italiana, che si sperdeva cos numerosa in paesi stranieri. Le stesse ragioni, iperbolicamente dilatate con asserzioni fantastiche circa l'agevole collocamento col di un paio di milioni di emigranti e circa la feracit della "terra promessa", e coronate dal miraggio dell'entusiastica accoglienza o della docile e pronta sottomissione che gli arabi avrebbero fatta al comparire degli italiani, si lessero allora nella stampa, e soprattutto nelle scritture dei nazionalisti. Per contrario, altri, confutando quelle fantasie o invenzioni, riducendo il numero dei possibili coloni a quindici o ventimila, descrivendo le condizioni reali di quelle regioni, senza buoni porti e scarse di pioggia e di acque irriganti, gettando dubb sullo spirito delle popolazioni indigene e facendo previsioni sulla lunga guerra o guerriglia che sarebbe convenuto sostenere per sottometterle, ammonendo, infine, sui pericoli della situazione internazionale europea, giudicavano che l'impresa fosse di niun tornaconto e di certo danno. Ma gli uni e gli altri non dicevano (o non volessero dirlo, o, a furia di ragionamenti cosiddetti realistici, avessero perduto la capacit di vedere e sentire certe semplici cose), che l'Italia andava a Tripoli, perch non si acconciava in niun modo all'idea, che francesi, inglesi e spagnuoli si distendessero a lei di fronte sulla costa africana senza che in nessun tratto sorgesse la bandiera italiana, senza che l'Italia partecipasse al lavoro europeo per l'europeizzamento dell'Africa; perch non poteva restarsene allo scacco che le aveva procurato, ai tempi del Crispi, l'impresa abissina; perch essa non era pi quella di quindici anni innanzi, e voleva e sapeva condurre una spedizione militare e insistervi fino alla vittoria: insomma, per quelle che si chiamano ragioni di sentimento, e che sono tanto reali quanto le altre, tanto a lor modo ricche di utilit quanto le altre, Queste ragioni fecero sentire la loro forza a un uomo come il Giolitti, punto fantasioso e retore, ma che comprese quel che l'Italia desiderava, come un padre che si avvede che la figliuola ormai  innamorata e provvede a darle, dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto. Che poi dal possesso della Libia si dovesse cercar di ricavare tutti i vantaggi che il paese e le occasioni offrissero, e diminuire gli svantaggi che, maggiori o minori, non mancano mai in ogni acquisto di tal sorta, s'intendeva da s; ma non mai in un siffatto bilancio di vantaggi e svantaggi si sarebbe trovato il motivo ultimo e vero dell'impresa.
La guerra con la Turchia si prolung oltre un anno, fino all'ottobre del '12, con le consecutive occupazioni della costa, Tripoli, Derna, Bengasi, Zuara, Misurata, e le punte verso l'interno, e con l'occupazione di Rodi e delle altre isole del Dodecaneso, impegnandovi l'Italia, via via, circa ottantamila uomini e le navi della sua flotta, e incontrando resistenza maggiore di quanto si pensasse, ma non mai tale da soverchiare le forze che furono approntate e adoperate per abbatterla, avendo il governo dato sempre larghi mezzi, diversamente da quel che era accaduto nella guerra abissina, e calcolati con abbondanza di l dalle richieste delle autorit militari (il Crispi aveva fatto scuola e contrario) sicch, tranne alcune sorprese e alcuni provvisor arretramenti, le operazioni militari si svolsero lente e prudenti, ma, nel tutt'insieme, felici. Irta di altre difficolt fu quella guerra per le limitazioni che le ponevano le potenze, timorose di complicazioni nella penisola balcanica e nell'oriente, premurose di non lasciar troppo ferire la Turchia, che era in certo modo "corazzata dai suoi debiti verso l'estero", come scrive il Giolitti: il quale scrive anche che l'Italia dov eseguire, in quella guerra, una sorta di "danza sulle uova", impedita a compiere rapide e risolutive azioni, che la sua superiorit sul mare le avrebbe consentite. Pi volte le potenze pensarono di avviare la pace tra le due belligeranti; ma il governo italiano, per tagliar corto ai disegni di transazioni gravide di pericoli in avvenire, fin dal 4 novembre del 1911 aveva proclamato, con decreto reale, la sovranit italiana sulla Libia: di modo che i negoziati, a pi riprese tentati e falliti, quando veramente ebbero il loro corso, dovettero muovere da questo punto fermo. Si giunse cos, nell'ottobre del '12, alla pace di Losanna, con la quale, attraverso una complicata procedura giuridica da parte della Turchia, questa abbandon la Tripolitania e la Cirenaica e lasci in pegno all'Italia le isole egee fino a quando tutte le sue truppe e i suoi ufficiali e funzionar avessero sgombrato il territorio libico. Il che non accadde per allora, essendo rimasti ufficiali turchi a nutrire e dirigere le rivolte degli arabi, e poi la restituzione non fu eseguita per la sopravvenuta guerra balcanica, e poi per quella mondiale, e, tra varie vicende diplomatiche, quelle isole, perdute dalla Turchia, sono rimaste all'Italia.
Non solo pei successi militari e diplomatici la guerra libica giov al popolo italiano, ma anche perch gli dette modo di saggiare la capacit della sua amministrazione e la preparazione del suo esercito e della sua armata e trarne argomento di soddisfazione; perch, in secondo luogo, gli fece toccare con mano quale fosse la situazione internazionale; e, soprattutto, perch pot in quella prova attestare a s stesso la compattezza della sua coscienza nazionale, che era stata incerta e scissa al tempo della guerra abissina. I socialisti fecero bens opposizione di parole, ma non svelsero pi le rotaie per impedire la partenza dei treni portanti i soldati, come nel 1896, e quasi non comprendevano essi medesimi come tal cosa avessero potuto fare una volta: la loro presente opposizione, non ostante la rettorica d'obbligo contro le guerre del capitalismo, non era molto diversa da quella degli altri, ai quali si  accennato, che contestavano il tornaconto dell'impresa. N le notizie della tenace e fiera resistenza degli arabi, che vennero dopo le illusioni imprudentemente sparse sulla loro festante attesa delle armi italiane, n quelle degli scontri sanguinosi e delle ferocie esercitate su soldati italiani caduti nelle loro mani, turbarono la fermezza del popolo, che volle che la guerra desiderata e iniziata fosse condotta a buon fine. Il Giolitti, che, nel suo parlare sobrio e asciutto, mantenne severamente il decoro d'Italia in tutti gli incidenti della guerra, quando il Senato, nella tornata del 12 febbraio del '12, espresse il suo plauso all'esercito e alla marina, si lev a ricordare che una pari lode doveva rivolgersi al paese, il quale, "senza distinzioni di classi e condizioni sociali, unanimemente si era stretto intorno al suo esercito e alla sua armata, e aveva mandato serenamente i suoi figli a morire per la patria".
A questa semplicit di sentire e di parlare non si conform la letteratura di quel tempo, quasi tutta generata dal D'Annunzio o dominata dal suo esempio: la letteratura sensuale e pomposa e chiassosa e industrializzata, che rispondeva all'irrazionalismo e arbitrarismo prepotenti nel campo del pensiero, e che penetrava in ogni forma d'arte e si riversava nella stampa quotidiana, la quale, salvo poche eccezioni, entr allora in un volontario delirio dionisiaco e coperse di immagini sgargianti e di iperboli mostruose tutte le mosse e gli incidenti della guerra. Anche concessa l'indulgenza che  da concedere in simiglianti casi alla rettorica e ai gusti della gente di cattivo gusto, c'era ragione di impensierirsi per quel che di eccessivo, di persistente, di generale tale sorta di letteratura rivelava, biasimata bens e contrastata dalle persone di buon gusto, dagli spiriti ser, ma senza che in ci trovassero seguito e che riuscissero a porle fine o freno. Il D'Annunzio stesso, che allora se ne stava in Francia, e gli piaceva vagheggiarsi "esule" e darsi tal nome, e scriveva in francese, nella solita ispirazione sadica, per una danzatrice russa il Martirio di San Sebastiano e la Pianella, intervenne ad accrescere il frastuono, inviando dalla Francia le sue Canzoni della gesta d'Oltremare, assai fredde esercitazioni metriche, non ostante il lusso dei vocaboli e delle immagini, in esaltazione dell'impresa e degli eroi dell'impresa, i valorosi ufficiali e soldati italiani, i quali, senza gesti e detti teatrali, adempivano il loro faticoso dovere e si maravigliavano di quei paludamenti di parole che venivano gettati sulle loro spalle, e se ne dimostravano ingenuamente grati per la sublimit delle cose che parevano contenere e che essi non bene comprendevano. Quel che si avvertiva di sentito nelle nuove canzoni del D'Annunzio erano sempre le impressioni sensuali, soprattutto delle cose crudeli, turpi e ripugnanti, come fin dai primi suoi tentativi di uscire dai giardini di Alcina e affacciarsi agli spettacoli della patria e della guerra. Ma pure questo elemento sensuale and sommerso e disperso nell'estrema manifestazione letteraria, che allora infier, del dannunzianesimo e che ne fu quasi un superamento, il futurismo, vacuo e arido fracasso, sebbene accompagnato da asserzioni dell'eroico, visto nella figura dell'eroe ciclista, automobilista e pugilatore.
Il nazionalismo, al pari della letteratura dannunziana, consider la guerra libica come cosa sua, o tale che gli ricadesse di buon diritto e vi di dentro con foga, acclamando, celebrando, auspicando, e, quando la guerra procedeva lenta (e il generale in capo, il Caneva, stimava che non si potesse e dovesse condurre in guisa diversa), con esortazioni, che rammentavano il peggior Crispi, di spiegare "maggiore energia", ossia di fare colpi a casaccio. Dapprima pensiero di pochi letterati e privo di efficacia pratica, tanto che il suo periodico Il Regno si era estinto dopo un anno di vita, il nazionalismo aveva ricevuto un afflusso di forze nel 1908, nella indignazione suscitata in Italia per l'annessione della Bosnia-Erzegvina; e allora si moltiplicarono i suoi giornali settimanali o quindicinali, il Tricolore, il Carroccio, la Grande Italia, e, un po' pi tardi, l'Idea Nazionale, ed esso prese forma di partito e pot tenere a Firenze, nel dicembre del '10, il suo primo congresso, nel quale domand al governo politica non "sentimentale" ma "realistica", e "precisi vantaggi" nelle alleanze da rinnovare o da innovare, ossia gli raccomand quel che ogni governo fa o procura di fare, e il punto  che vi riesca e la fortuna lo secondi. L'impresa di Tripoli, che esso tenne per principio di vita e d'ingrandimento del proprio partito, sembr partorire, per questo riguardo, contrario effetto. Concorde tutta l'Italia in quell'impresa, diventata nazionalistica tutta l'Italia e lo stesso Giolitti, parve che di un partito nazionalista non ci fosse pi bisogno, e non pochi se ne allontanarono, perch il fine che accomunava si era attuato e le differenze si facevano sensibili e incomportabili: differenze di nazionalisti liberali e nazionalisti antiliberali, democratici e antidemocratici, patrioti all'antica e sognatori di grandezze alla moderna, credenti nell'umanit e nel progresso civile e fautori della lotta e della forza autoritaria. Ma il nazionalismo, liberato dalle illusioni e confusioni che nascondevano la sua vera natura, cominci allora a percorrere la sua propria strada: convert in quotidiano il suo maggior giornale, ebbe favore presso taluni ceti industriali, si alle ai cattolici nelle elezioni, e la duplice tendenza all'avventura delle guerre e alla reazione antiliberale, l'una mezzo e insieme fine rispetto all'altra, divenne la sua intima guida. Raccomandavano di riformare dal fondo l'educazione e la scuola, buttando via i vecchi libri di timida morale e sostituendoli con quelli dei Kipling e dei Roosevelt, e con la "morale dei produttori". Dicevano che la libert  d'impaccio a un popolo, che "tende a conquistare per s la massima quota di dominio nel mondo".
Il socialismo continuava a decadere in quanto tale, ridottosi (come lamentava qualche scrittore socialista) da internazionalista a nazionalista, e da questo a regionale, e poi a provinciale, e poi, infine, a collegiale. Pareva raccogliersi e dar qualche guizzo di vita solo in manifestazioni puramente negative, come nell'opposizione all'impresa libica e nelle accuse a speculatori e profittatori; ma non aveva n forza n capacit d'imporre o di aiutare la soluzione dei problemi concreti, che pur conveniva affrontare, come il protezionismo doganale, l'ordinamento tributario, la scuola. La sua ala destra, i riformisti, parlavano bens assai di riforme, ma, restando nel socialismo, non potevano effettuarle: il loro prossimo avvenire era segnato, e nel 1911 il loro capo, il Bissolati, che ricus ancora una volta di far parte di un ministero borghese, saliva le scale del Quirinale a colloquio col re, e nel 1912 il congresso di Reggio Emilia li scacciava dal seno del partito socialista italiano. Nell'ala sinistra, era sorto in quel tempo un uomo di schietto temperamento rivoluzionario, quali non erano i socialisti italiani, e di acume conforme, il Mussolini, che riprese l'intransigenza del rigido marxismo, ma non si prov nella vana impresa di riportare semplicemente il socialismo alla sua forma primitiva, s invece, aperto come giovane che era alle correnti contemporanee, procur d'infondergli una nuova anima, adoperando la teoria della violenza del Sorel, l'intuizionismo del Bergson; il prammatismo, il misticismo dell'azione, tutto il volontarismo che da pi anni era nell'aere intellettuale e che pareva a molti idealismo, onde anch'egli fu detto e si disse volentieri "idealista". Non lieve fu l'effetto della sua logica e della sua oratoria, che non ascoltarono soltanto gli scontenti, i promotori di scioperi generali, gli uomini di rivolte e vie di fatto, strettisi intorno a lui, ma anche, poich egli fu chiamato nel dicembre del 1912 a dirigere l'Avanti!, non pochi intellettuali, gi disposti a riceverle o almeno a prendervi quell'interesse di dilettantismo, che portavano in tutte le cose. Nel congresso di Ancona dell'aprile 1914 gli si attest gratitudine pel nuovo vigore da lui dato al giornale del partito e alla propaganda, ed egli ottenne che fosse votata l'inconciliabilit di socialismo e massoneria, avversissimo com'era a una concentrazione democratica delle sinistre, quale si prenunziava in Italia e gi accadeva in Francia col Briand. I vecchi socialisti, che formavano il corpo o il ventre del partito, rimanevano sbalorditi e smarriti, e protestavano che quella predicata dal direttore dell'Avanti! e dai suoi era faciloneria e "miracolismo"; che cos il socialismo faceva il cammino a ritroso, dalla critica e dalla scienza, a cui l'aveva portato il Marx, all'utopia; che si giocava su cattive carte, a rischio di compromettere l'acquistato e di mandare ogni cosa in rovina. Ma non potevano dominare quell'impeto, anche per questa ragione, che non lo intendevano nelle sue scaturigini ideali e sentimentali, nelle premesse logiche, che era dato ritrovare solo risalendo al movimento di reazione al positivismo, movimento del quale essi erano rimasti affatto, ignari, talch continuavano per loro conto a ripetere trivialit positivistiche e sfogavano il malumore dell'ignoranza contro l'"idealismo", che non sapevano che cosa fosse e confondevano con l'irrazionalismo, e curiosamente accusavano ora di "reazionario", ora di "rivoluzionario".
Taluni fatti che accadevano in qualche regione d'Italia, particolarmente nell'Emilia e nelle Romagne, le leghe dei contadini, che, con le minacce, le violenze, le scomuniche o "boicottaggi", e i "sabotaggi", soverchiavano la classe dei possidenti e facevano da padrone a segno da costituire, come fu detto, uno "stato nello stato", parevano convalidare praticamente la nuova avviata del socialismo di sinistra. Nei primi giorni di giugno del '14, per una protesta contro la punizione di due soldati, si ebbero, sotto la guida dell'anarchico Malatesta, disordini e repressioni ad Ancona, seguiti dallo sciopero generale in tutta Italia e da sciopero parziale dei ferrovieri, e da tumulti e conflitti in pi luoghi, ma spiccatamente nelle Romagne e nelle Marche, dove si proclam la repubblica, si fece la cattura di alcuni ufficiali e di un generale, case municipali furono occupate e si abbozzarono governi provvisor. I moti furono repressi presto, con fermezza e con prudenza, dal governo del Salandra, che era succeduto al Giolitti; i socialisti ufficiali, dopo essersela nella Camera e sulle piazze presa col governo, sconfessarono i promotori delle violenze, riaffermando il 20 giugno, in un ordine del giorno del Turati, in nome del gruppo dei loro deputati, il "concetto fondamentale del socialismo internazionale moderno, che le grandi trasformazioni civili e sociali, e in particolare l'emancipazione del proletariato dal servaggio del capitalismo, non si conseguono merc scatti di folle disorganizzate", e nei loro discorsi e articoli misero in guardia il socialismo contro le gesta della "teppa"; ma il direttore dell'Avanti! tolse in protezione questo elemento necessario di tutte le rivoluzioni e si glori di quella che fu denominata la "settimana rossa".
L'opinione pubblica reag con vigore contro tali moti anarchici, dando forza al governo anche con adunate e cortei di cittadini a tutela dell'ordine, come a Napoli, e poi li condann nelle elezioni amministrative; che seguirono tra il giugno e il luglio, dove in molte citt vinsero i conservatori. Sul finire del luglio, la calma era tornata dappertutto; le famiglie pensavano agli esami dei loro figliuoli e si apprestavano o gi movevano spensierate per le villeggiature estive: quando, quasi fulmine a ciel sereno, sopraggiunse, improvviso e inatteso, quantunque qualche settimana innanzi fossero risonati i colpi di pistola di Serajevo, l'ultimatum dell'Austria-Ungheria alla Serbia (23 luglio), segnale della guerra europea, di quella guerra che aveva visitato le immaginazioni per circa quarant'anni, ma che ora, a un tratto, diventava presente realt.
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12. LA NEUTRALIT E L'ENTRATA DELL'ITALIA NELLA GUERRA MONDIALE. 1914 - 1915.
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Il tumulto dei sentimenti, l'uragano delle fantasie, che si disfren dappertutto al disfrenarsi della guerra,  stato, nella forma particolare che prese in Italia, rappresentato al vivo in molti libri di romanzi, ai quali offriva materia adatta. Ma a una trattazione non romanzesca importano, non i sentimenti e le fantasie, ma le volont e le azioni, e quelli solo secondariamente, ossia in funzione di queste, e, cos considerandoli, si pu, per ragioni di brevit, sottintenderli o accennarli appena. Il problema pratico fu allora per l'Italia: in qual modo condursi nella nuova situazione internazionale, che era sorta; e il nostro compito teorico  di intendere in qual modo effettivamente essa si condusse.
L'alleanza italiana con gli Imperi centrali sussisteva, come abbiamo veduto, al modo stesso con cui la pace durava in Europa, per forza di inerzia: stava in piedi come una facciata dietro la quale non ci sia pi la casa. Ci era tanto evidente e tanto noto che si trovava stampato non solo in opuscoli politici di pubblicisti, ma in manuali di storia per le scuole e pel pubblico colto. Per esempio, nel dodicesimo volume della Cambridge Modern History, pubblicato nel 1910, si poteva leggere, a proposito della Triplice alleanza: " dubbio fino a quel segno la Germania e l'Austria possano contare sulla cooperazione cordiale dell'Italia in caso di guerra: nella questione del Marocco l'Italia si dimostr pi favorevole alla Francia che alla Germania; il popolo italiano sente che i suoi interessi nei Balcani non sono stati abbastanza rispettati dall'Austria nella sua recente annessione della Bosnia-Erzegvina, e nella Triplice non vi  un'unica e comune politica generale, come quella che stringe Germania e Austria". E chi non avesse voluto starsene al giudizio di uno storico inglese, poteva aprire un manuale tedesco, la Weltgeschichte der Neuzeit dello Schfer, nella cui quinta edizione, pubblicata nel 1912, era detto: "Con questo passo dell'Italia (l'accordo con l'Inghilterra e la Francia e l'impresa di Tripoli), la Triplice Alleanza  apertamente rotta: nell'avvenire, la penisola appenninica potr appoggiarsi solo alle potenze occidentali. Che la nostra diplomazia tenti di velare la cosa con mitigamenti di parole si spiega, e pu anche avere la sua giustificazione; ma, in realt, neppure essa conta pi sull'Italia". Le relazioni tra Italia e Austria erano sempre cattive: durante la guerra libica, furono frequenti gli attriti, e bisogn per prudenza che l'Aerenthal facesse rimuovere da capo dello stato maggiore il generale Conrad, il quale, come ai primi del 1909 aveva messo innanzi l'idea di profittare del terremoto di Messina per una facile campagna contro l'Italia, cos, al cominciare dell'impresa libica, aveva riaffacciato quel pensiero; nel 1913 si ebbero i decreti del principe Hohenlohe, luogotenente in Trieste, per il licenziamento degli impiegati cittadini italiani, e conflitti sanguinosi tra italiani e sloveni in quella citt; nei torbidi della "settimana rossa" corse voce per l'Italia che agenti austriaci avessero soffiato nel fuoco; l'ambasciatore austriaco a Roma continuava a mostrarsi pi che mai fastidioso e petulante. I documenti, venuti fuori nel corso della guerra e dopo la guerra, provano che nel 1913, per due volte, nell'aprile e nel luglio, l'Italia imped azioni militari dell'Austria in Albania e contro la Serbia, rifiutando la sua partecipazione, e che l'ultimatum contro la Serbia, del 23 luglio, ossia, come nei casi precedenti, la provocazione della guerra europea, fu preparato in segreto dall'Austria con la Germania, tenendo studiatamente al buio la terza e ai loro occhi non fida alleata, la quale non ne seppe nulla, e forse stim conveniente, per aver le mani libere, di non avvedersi neppure di quel tanto di cui le doveva giungere notizia o sentore per mezzo dei suoi diplomatici.
Suscitata dall'ultimatum austriaco la guerra generale, la necessit politica, o che  lo stesso, la buona politica imponeva che l'Italia, in un primo tempo, dichiarasse la sua neutralit nel conflitto; ma, per la medesima logica politica, essendo in via di cangiamento, e gi in parte cangiata per effetto del conflitto, la situazione internazionale, la neutralit doveva valere semplicemente come una ripresa di libert per condursi nella nuova situazione in modo conforme alla salute della patria. Le conclusioni, a cui la guerra generale avrebbe portato nel caso del trionfo austro-germanico, non erano tali da potervisi l'Italia quietare, perch non solo l'avrebbero lasciata coi suoi malsicuri confini ed esclusa da ogni efficacia nei Balcani; ma l'avrebbero assoggettata, con la restante Europa, all'oppressione di una egemonia austro-tedesca. Onde la dichiarata neutralit conteneva in s un germe di contrasto con gli Imperi centrali, che o si sarebbe risoluto in un nuovo accordo o avrebbe menato alla guerra, secondo il consenso o il rifiuto dell'Austria a dare all'Italia i confini che essa chiedeva e le altre garanzie territoriali, e con ci il rispetto della sua indipendenza e libert d'azione, e secondo le condizioni che avrebbero offerto le potenze del campo avverso, a tutela degli stessi interessi e ad acquisto di maggiori vantaggi. Posta la natura dello stato austriaco, che anch'esso aveva la sua logica e la sua necessit, era da attendere che si sarebbe arrivati alla guerra, e nondimeno i negoziati per l'eventuale accordo bisognava condurli per il vantaggio o il minor danno che potevano apportare in cos aggrovigliata e pericolosa situazione, e, in ogni caso, per accertarsi col fatto che, la guerra fosse proprio ineluttabile, perch questa  giuoco di salvazione o di rovina per un popolo da non arrischiarsi da uomini coscienziosi senza aver prima compiuto tutti gli sforzi e usati tutti gli avvedimenti per conseguire per altre vie quel che  necessario mettere in sicuro. Il tempo speso in quei negoziati avrebbe dato agio alla preparazione militare, e anche a quella psicologica e affettiva, che non segue senza ritardi e resistenze i calcoli della ragion di stato: l'Italia era stata per lunghi anni legata alla Germania, senza litigi e amarezze e con molte reciproche manifestazioni di deferenza e cortesia, e pareva duro abbandonare l'antica alleata nel suo grave pericolo; e, d'altra parte, verso la Francia era ancora fresco il ricordo di quel che era accaduto durante la guerra libica, pel caso del Manouba e del Carthage, e del tono arrogante con cui il Poincar ne aveva discorso alla Camera francese. L'indugio avrebbe permesso anche di scegliere, per l'entrata in guerra, il momento prevedibilmente migliore a renderla pi efficace e risolutiva; nella quale ultima parte, per altre, la libert di scelta era limitata dall'urgenza di soccorso e dalle premure di ogni sorta delle nuove alleate, oltrech bisognava contare con la fortuna, che qui  sinonimo della guerra stessa e delle sue sorprese.
Se, movendo da questo tracciato ideale, il solo che il senno politico poteva proporre a risolvere il problema messo innanzi all'Italia, e che in fatti si venne delineando in ogni spirito riflessivo e devoto alla patria e disposto ad accettare per lei le pi aspre prove, si passa a considerare l'azione degli uomini di stato italiani nei dieci mesi che corsero tra lo scoppio della guerra e la partecipazione dell'Italia, si vede che essi vi si attennero esattamente. La neutralit fu dichiarata il 2 agosto, tra la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia che fu del 1 e alla Francia che fu del 3, e appoggiata al testo del trattato della Triplice, che stabiliva il casus foederis solo per una guerra difensiva, non provocata dagli Imperi centrali: interpretazione formalisticamente incontrovertibile, ammessa l'anno innanzi dalla stessa Austria-Ungheria, quando si ritenne dall'imprendere la guerra contro la Serbia, ma a cui era dato contenuto politico attuale dalla situazione politica e dalla volont dell'Italia. Solo qualcuno di quegli uomini di stato, che allora non apparteneva al governo, il Sonnino, dubit del partito che si era scelto, ed ebbe il pensiero che si dovesse unirsi all'azione delle alleate, dicendo che le cambiali bisogna pagarle, segnatamente se sono cattive cambiali, cio per una nobile considerazione di onore alla firma, che egli poi, meglio informato, riconobbe troppo astratta e sconcordante col nuovo caso. Ma l'altro e principale uomo di stato italiano, che era anch'esso fuori del governo, il Giolitti, approv e convalid col suo avviso la dichiarata neutralit. Parve anche, nei primi giorni, che tale neutralit volesse essere benevola verso le alleate; ma altre dichiarazioni restringevano il significato di quella benevolenza o la estendevano a tutti i belligeranti, e gi accennavano alla vigilanza per la tutela degli interessi italiani negli avvenimenti che si preparavano; e, qualche mese dopo, il presidente del Consiglio, il Salandra, con parola meno felice del pensiero che intendeva esprimere, disse del "sacro egoismo dell'Italia". In effetto, dopo aver nell'agosto stesso ricordato al governo austriaco l'articolo del trattato della Triplice, che obbligava ad accordarsi con l'alleata per le occupazioni permanenti o temporanee nei Balcani, il governo italiano, riaperta la Camera e avutane approvazione per la linea che seguiva, poneva ai princip di dicembre all'Austria-Ungheria le sue richieste di compensi territoriali. Porre quelle richieste ed entrare nei relativi negoziati, significava, come si  avvertito, togliere alla neutralit il carattere di assoluta e definitiva, e disporsi ad appigliarsi eventualmente all'alternativa della guerra, che era nell'implicito dilemma. Il Giolitti, che allora assunse nell'opinione comune la figura di oppositore del Salandra circa la politica della pace e della guerra, ammetteva anch'esso quelle richieste e i relativi negoziati, e con ci, logicamente, non escludeva la guerra, da escludersi solamente con una risoluta "politica dalle mani nette": sicch, per questa parte, continuava, consapevole o no, il sostanziale accordo. Disaccordo c'era bens per la maggiore speranza che il Giolitti riponeva nei negoziati e nella disposizione dell'Austria a cedere, e per la diversa previsione che egli formava intorno alla difficolt e lunghezza della guerra, e perci intorno al peso che all'Italia sarebbe toccato sopportare, e, infine, intorno alle disposizioni del popolo italiano, che, nelle masse operaie e nella stessa massa borghese, furono a lungo contrarie all'intervento; cio per una serie di obiezioni di cui qualcuno degli uomini di governo doveva pur farsi avvocato, e sia pure avvocato del diavolo, e che non solo non avevano nulla di sedizioso, ma, mentre giovavano a indurre alla massima ponderazione, fornivano al governo le carte necessarie per l'azione diplomatica. N questo disaccordo mut natura, quando nel maggio del '15 il Giolitti, recatosi a Roma per la riapertura della Camera, espresse al re e al Calandra il suo parere contrario alla guerra e favorevole alla continuazione dei negoziati con l'Austria-Ungheria e la Germania; e, poich l'autorit dell'uomo era grande, e grande la fiducia che la maggioranza della Camera e del Senato avevano nel suo senso pratico e nella sua saggezza e accortezza, fu anche naturale che molti si volgessero a lui, aspettando, come ad arbitro, e forse anche, ove la guerra diventasse necessaria, come a provato buon nocchiero. Il Salandra, sentendo allora di non avere il concorde consenso dei partiti costituzionali, present le dimissioni al re; ma, poich il Giolitti, per la stessa parte di oppositore che aveva esercitata, non avrebbe potuto assumere il governo senza che il suo avvento facesse cadere, almeno pel momento, la minaccia di guerra e imbaldanzisse l'Austria, e poich nessun altro avrebbe potuto condurre una politica diversa da quella tardiva del Giolitti e da quella ormai irrevocabile, se anche non ancora a tutti persuasiva, del Salandra (fin dal 26 aprile il governo italiano aveva stretto a Londra un segreto trattato con l'Intesa, e il 4 maggio aveva dichiarato all'Austria la nullit dell'alleanza), le dimissioni del Salandra non vennero accettate dal re, ed egli si ripresent al parlamento, che ormai era meglio rischiarato cos sulla situazione diplomatica come sulle disposizioni d'animo prevalenti nel paese.
Fu questo avviamento e risoluzione di guerra opera del partito liberale, che, nelle varie sue gradazioni, aveva governato l'Italia nei primi cinquantacinque anni dell'unit, e al quale spett il terribile travaglio di una deliberazione grandemente perplessa pei due opposti consigli che vi si dibattevano, nessuno del due esente da gravi obiezioni, dei quali l'uno importava guerra di vita e di morte e l'altro la prosecuzione della neutralit e della pace con malsicuro avvenire; consapevole del rischio al quale verrebbe messo lo stato italiano, che con tante fatiche era stato condotto alla presente saldezza e prosperit; crudele perfino, dopo che lo spettacolo di dieci mesi di guerra aveva spiegato innanzi agli occhi quali dure fatiche, quali immani stragi, quali lunghezze di stenti, quali distruzioni di ricchezze sarebbe convenuto sostenere al popolo italiano, e aveva tolto per questa parte ogni conforto d'illusioni. Pi fortunati erano stati, in tal riguardo, i popoli e i governi che la guerra, al primo momento, aveva trascinati nel suo vortice, senza dar luogo a riflettere, a ponderare e ad eleggere. E coloro che cos deliberarono non erano giovani ebbri di passioni, tiranneggiati dall'immaginazione, ignari per inesperienza, corrivi ai partiti estremi, ma vecchi uomini di governo, il Salandra, il Sonnino, l'Orlando, di animo temperato e mite, di molta prudenza, usi in lunghi anni di pace a trattare affari di pace; sicch, nella situazione in cui si trovarono, dovettero superare s stessi, vincere il loro temperamento, uscire dalle loro consuetudini, e farsi un animo nuovo e adeguato. A paragone di questo sforzo sopra se stessi prende aspetto di cosa secondaria il grande sforzo, che pure in quei mesi essi eseguirono, con l'indirizzare tutta l'amministrazione al fine della guerra, e ordinare e armare i milioni di combattenti, che bisognava mettere in campo.
Quegli uomini avevano dietro di s, nei loro concetti direttivi e nel metodo che osservarono, il consenso del largo partito che rappresentavano, e perci dell'intelligenza e dell'anima dell'Italia, come si era venuto formando con le sue tradizioni e le sue speranze. Unanime era questa nell'approvare la dichiarata neutralit, la preparazione militare, la vigilanza sul corso degli avvenimenti, le richieste da porre all'Austria e le garanzie per l'avvenire, e nell'accettare l'eventuale partecipazione alla guerra: tutte cose che discendevano dall'idea della patria, dal dovere verso la patria, un'idea che non si ombrava di alcun dubbio, un dovere che era sentito come sacro dalla classe dirigente italiana. Ma c'erano partiti che non pensavano e non sentivano allo stesso modo, perch sopra la patria o contro la patria ponevano altri ideali, quello della Chiesa e del suo dominio sulle genti o quello dell'umanit proletaria, che avrebbe instaurato, contro le patrie e contro le loro guerre, una pacifica societ internazionale di lavoratori. Nondimeno i cattolici in Italia si comportarono, in quella delicata situazione, con molta avvedutezza, senza smentire la loro professione di fede avversa alle violenze e allo spargimento di sangue, mantenendo la loro riverenza ai dettami della Chiesa, ma conciliando praticamente quella fede e questa riverenza coi loro doveri di cittadini italiani; e, insomma, non solo non istigarono ad alcun atto contro la politica del governo, ma anche nelle parole non accentuarono la polemica pacifista. Essi continuavano nella politica di ravvicinamento e di cooperazione con lo stato italiano, iniziata nel decennio precedente. I socialisti, invece, che, non ostante l'uscita dar loro partito di quelli di destra o riformisti, pure non avevano spezzato ogni legame coi partiti liberali e non erano tornati rivoluzionar e rivoltosi e anarchici, e anzi contrastavano le rivolte e i disordini e si dicevano "evoluzionisti", non mostrarono n continuit politica, n, soprattutto, saggezza e sagacia; perch si ostinarono a negare la guerra, cos quella che si combatteva nel mondo, come l'altra che si preparava nella mente e nella volont degli Italiani, cio a negare una realt che era ben reale e rendeva irreale e, sotto l'aspetto etico, illecito e riprovevole ogni proposito di disarmare l'Italia o di costringerla a non muoversi. Era chiaro che l'astensione dell'Italia dalla guerra non avrebbe segnato l'instaurazione della pace socialistica, la quale, anche concesso che fosse un bell'ideale, avrebbe dovuto aspettare ben altri avvenimenti e cangiamenti per diventare ideale pratico e attuale, e perci morale. In verit, adusati anch'essi a risolvere in pace problemi di pace, a destreggiarsi tra gli spiriti rivoltosi e lo spirito governativo, a far la voce grossa e irosa nei comizi e nelle altre pubbliche manifestazioni, e piccola e placida in privato e nei rapporti con lo stato e le sue amministrazioni, mancarono di quel coraggio, che non manc agli uomini del governo, di farsi un animo adeguato alla nuova situazione; e si ostinarono in no, che era contro la loro intima coscienza e li metteva male anzitutto con s stessi. Neppure al socialismo, a quello effettivo e storico, si tenevano fedeli, essendo cosa storica e di fatto che i loro perpetui modelli, i socialisti tedeschi, si erano sempre pi negli ultimi tempi congiunti agli intressi della nazione germanica e avevano ora, salvo una piccola minoranza, accettato e appoggiato la guerra, considerandola, come tutto il popolo tedesco, "guerra di santa difesa", e, per loro conto, pi particolarmente, di difesa contro l'autocrazia e la barbarie russa: il che voleva dire che il socialismo come tale, discioltosi nel campo delle idee, si dissolveva non meno in quello dei fatti, e, se un giorno dovesse risorgere, sarebbe risorto in condizioni nuove e con nuovi concetti e metodi. Praticamente i socialisti italiani non posero grandi ostacoli, e neppure dettero molto fastidio al governo; ma, idealmente, si staccarono dal popolo a cui appartenevano, e con ci si tolsero autorit sopr'esso nel caso di vittoria, e, in quello di sconfitta, sperarono (e forse nel loro cuore non la sperarono) la triste autorit, che  nel potersi avvantaggiare delle sventure nazionali, rigettandone da s sofisticamente e demagogicamente la colpa, e accrescere con l'obbrobrio il comune avvilimento. Ci percep acutamente quello dei socialisti che era a capo dell'estrema sinistra del partito, il Mussolini, che possedeva il fiuto politico e la risolutezza scarseggiante negli altri, e per, dopo aver seguito dapprima la linea dell'assoluta neutralit, e dopo alcune settimane di titubanze, si determin senz'altro per la guerra, dette le dimissioni dalla direzione dell'Avanti!, e fond un suo giornale per propugnare l'intervento militare dell'Italia. Cos i socialisti italiani si condussero proprio all'opposto dei loro colleghi tedeschi, assumendo essi la parte antinazionale che assunse col la minoranza rivoluzionaria, e lasciando che in Italia la minoranza rivoluzionaria assumesse la parte nazionale.
Certo, se coi secessionisti del socialismo si accrebbe nel fatto, merc l'aggiunta di un altro gruppo, il numero dei fautori della guerra, i sentimenti e le intenzioni che essi carezzavano erano affatto diversi e opposti a quelli del governo e della classe dirigente, perch non nascondevano di voler la guerra per la rivoluzione sociale e avevano scritto in fronte al loro giornale la sentenza del Blanqui: "Chi ha ferro, ha pane", e l'altra di Napoleone, che "una rivoluzione  un'idea che ha trovato le baionette". Ma, per allora, si accettava il fatto estrinseco e non si guardava pel sottile alle intenzioni, e in fondo si pensava non senza sagacia che queste sarebbero state eliminate o assai modificate dall'azione stessa alla quale si partecipava. Per la stessa ragione, non si guardava troppo alle manifeste o riposte intenzioni dell'altro e impaziente partito propugnatore di guerra, dei nazionalisti, anch'essi, nella concordanza del fatto esterno, diversi e contrar al sentire del partito liberale e, pi ancora, di quello democratico. I nazionalisti volevano la guerra per giungere attraverso la guerra al successo e alla gloria militare, all'espansione industriale, al soverchiamento del liberalismo e al regime autoritario, per sostituire all'Italia del Risorgimento un'altra Italia, rigenerata nella moderna plutocrazia, non impacciata da ideologie e da scrupoli. Erano perci indifferenti contro chi e come si dovesse muovere guerra, purch guerra ci fosse, e, nelle prime settimane, essi soli, tra tutti i partiti italiani, si mostrarono propensi all'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania e dell'Austria, e si disponevano a promuovere l'irredentismo di Nizza e della Corsica, di Malta e dell'italianizzante Tunisia. Poi, avvedutisi che di ci non c'era speranza, cangiarono il loro fronte, e lo diressero verso l'Intesa e contro gli Imperi centrali. E poich essi concepivano la politica non gi solamente specificata ma avulsa da ogni concetto etico, la politica con l'ideale della politica stessa, o, come si dice, della mra forza e del mero successo, non provarono alcun ritegno ad adoperare tutti i sentimenti che conducevano alla guerra; da quelli dei democratici e mazziniani, che vagheggiavano la giustizia internazionale e in virt di essa erano irredentisti e nemici dell'Austria e amici della Francia repubblicana, a quelli dei reazionar di ogni qualit e dei rivoluzionar socialistici; da quelli di coloro che, merc la guerra, volevano garentire la potenza italiana e l'assetto dello stato e della societ, a quelli dei bramosi di rivolgimenti e delle avventure che i rivolgimenti promettono e permettono; da quelli dei tedescheggianti, che esaltavano lo "stato forte" e lo "stato etico", a quelli degli odiatori dei tedeschi, del loro carattere, del loro costume e della loro filosofia; dal sentimento generale dell'amor di patria ai sentimenti particolari dei fabbricanti di armi e munizioni. Anche il sensualismo letterario si convert in interventismo, e il D'Annunzio, che era tornato in ispirito al tempo della guerra libica, ritorn in persona dalla Francia, e pronunzi orazioni in comizi e in piazza, e il 5 maggio, nell'inaugurazione del monumento ai Mille a Quarto, la cosiddetta Sagra, che era la lirica che la letteratura ormai quasi ufficiale in Italia offerse alla guerra. Chi ora rilegga quelle pagine sente da s, direttamente, quale fluido morale vi scorra per entro. Il decadentismo era assai rapace e largamente operante, specialmente tra i giovani; e uno di questi, di bellissimo ingegno e prode soldato, che cadde tra i primi nella guerra, compose allora uno scritto, l'Esame di coscienza di un letterato, nel quale con somma sincerit confessava quel che egli pensasse della guerra e dell'intervento dell'Italia, negando a ci ogni fine ideale, ogni speranza di maggiore potenza e di elevamento etico, e anche di semplice cangiamento, ma concludendo che la guerra era da volere, e che egli la voleva, in obbedienza alla sua "passione", al sentimento che si era impadronito di lui che, se guerra non ci fosse stata, sarebbe andato perduto, per lui e per gli altri che sentivano come lui, il "momento unico", il momento che non torna, quello il cui ricordo riempie gli anni che converr ancora prosaicamente vivere: cio, riduceva la guerra per la patria a cosa poco diversa da un fremito voluttuoso. Quello scritto, invece di esser guardato qual era, come un documento doloroso, fu letto con compunzione e celebrato monumento di alta religione. Era cotesta una disposizione psichica che, con vario grado e con vario miscuglio, si notava dappertutto nel mondo, come altri dei sentimenti e dei pensieri che abbiamo descritti; e questa sua generalit, che la dimostra pertinente a una et storica e non a un particolare popolo, confermando la profondit e gravit della malattia, diminuisce la taccia particolare che voglia darsene al popolo italiano, il quale; tutto considerato,  ancora uno dei pi sani di Europa, dei meno torbidi e morbosi nel sentire, dei pi disposti alla chiarezza e semplicit nei concetti. Del resto, fra i letterati che preparavano allora la guerra e poi vi parteciparono, e fra i poco letterati, e fra quelli che non attiravano l'attenzione e rimasero e rimangono ignoti o poco noti, rilucevano per fortuna altre pi limpide fonti di ispirazione, familiari, patriottiche, umane.
Anche nella rappresentanza politica e nella maggioranza, che si legava allo spirito e alle tradizioni dello stato italiano, c'era dissidio; e ardenti e vivacissime furono in quei dieci mesi le polemiche tra "interventisti" e "neutralisti", come erano chiamati. Pure quelle polemiche non toccavano il fondo comune n delle idee n dei sentimenti, concordi dall'una e dall'altra parte in quel che fosse da desiderare per l'Italia, ma soltanto i mezzi, i modi e il tempo di attuare i comuni ideali. I nomi di "interventisti" e "neutralisti" erano malamente scelti (al pari degli altri, detti per ingiuria, di "francofili" e "tedescofili" o "austrofili"), e oscuravano la verit delle cose, perch neutralisti non ne esistevano, neutralisti di assoluta neutralit, i soli meritevoli di questo nome, ma i cosiddetti neutralisti, erano anch'essi, a lor modo, interventisti. I contrar alla guerra, fuori di ogni considerazione politica, unicamente per paura della guerra, chiusi nel loro comodo e nel loro egoismo, erano certamente molti (in Italia come altrove), e forse "masse", ma non contavano, perch qui si discorre di coloro che politicamente pensavano, parlavano e operavano; come non era da tener conto di qualche solitario e stravagante nell'un campo o nell'altro. Guardando nel complesso e penetrando nell'intrinseco, si pu dire che si riproducesse, come sempre che vengono in deliberazione problemi fondamentali di indirizzo, il contrasto di Sinistra e Destra, di liberalismo democratico e liberalismo puro, di ideologia astratta e ideologia storica, di procedere spiccio e avventato e di procedere cauto. I neutralisti erano, se non in ogni parte, nella presente questione, liberali di Destra, che non prendevano alla leggiera l'alleanza per tanti anni mantenuta con gli Imperi centrali, che non prendevano alla leggiera la partecipazione dell'Italia a una guerra di indeterminabile durata e gravida di sorprese, n le nuove alleanze che, per la via dell'Intesa rafforzando la Russia e promovendo unioni di popoli e federazioni di stati nei Balcani e sull'Adriatico, portavano con s nuovi futuri contrasti, non minori di quelli che gi c'erano con l'Austria, e, soprattutto, non si davano a intendere che la guerra che si combatteva fosse una chiara guerra di idee, tra regimi liberali e regimi illiberali, perch la vedevano, invece, priva o scarsa di motivi ideali e ricca di quelli industriali e commerciali, tutta nutrita d'incomposte brame e di morbosa fantasia: una sorta di guerra del "materialismo storico" o dell'"irrazionalismo filosofico". Per queste e simili ragioni, essi non escludevano la guerra contro gli Imperi centrali ma chiedevano che l'Italia la dichiarasse solo dopo essersi bene accertata di non poter fare altrimenti. Gli interventisti o liberali-democratici ragionavano diversamente, con diversi presupposti di cultura e di forma mentale, e si tenevano sicuri che si trattasse, in quella guerra, di coronare l'edifizio incompleto della indipendenza dei popoli e delle libert interne, e che la giustizia fosse da parte dell'Intesa; e non si pu dire che avessero torto, come non si pu dire che l'avessero i loro oppositori: perch dissid di questa sorta non sono materia, nonch di tribunali, neppure di critica scientifica, e hanno questo carattere che entrambe le tesi, appassionatamente difese, sono necessarie per l'effetto politico, e, come suona il motto, che, se una delle due opposizioni non ci fosse, converrebbe inventarla. Pi di un cosiddetto "neutralista" si sentiva talvolta scosso dalla tesi avversaria e inclinava ad accoglierla, e il medesimo accadeva a pi di un "interventista"; e, tuttavia, anche quelli che provavano in s questa perplessit, si ripigliavano presto nel pensiero, che ciascuno debba asserire e mantenere la parte di cui ha preso a far valere le esigenze, e che il contrasto che ne nasceva, quale che ne fosse la conclusione, era perfettamente patriottico, e serviva agli uomini del governo per trarne forza nei negoziati, sia con gli Imperi centrali sia con l'Intesa: onde la protesta di "obbedienza alle risoluzioni del governo", che si udiva esplicita e risoluta nelle polemiche dei "neutralisti". Le quali polemiche avevano spesso accento assai acre e sarcastico, rivolte com'erano contro i democratici massonici, contro i nazionalisti e la loro politica di letteraria imitazione machiavellesca, contro gli altri che volevano la guerra per la rivoluzione sociale, e contro le ingerenze di propagandisti e agenti stranieri, soprattutto francesi, perch, sebbene le ingerenze dei tedeschi fossero del pari biasimevoli e da respingere, erano fatte assai goffamente e innocuamente, laddove le altre si spingevano fino ad arrolare in Italia legioni per la Francia e a intrighi di ogni sorta; e pi acri e sarcastiche ancora erano quelle polemiche, perch le facevano di solito uomini di stud, che mal tolleravano le storture logiche, le falsificazioni storiche e gli argomenti rettorici, e si davano pensiero dell'avvenire che simile diseducazione o educazione alla rozzezza mentale avrebbe preparato. Come che sia, la qualit affatto patriottica dell'opposizione dei "neutralisti" si mostr allorch la guerra fu decisa e dichiarata, quando tutti essi smisero le polemiche, si sentirono tutt'uno coi loro concittadini e coi loro stessi oppositori, e aiutarono alla guerra e partirono anch'essi (questo s'intende) per la guerra, chiamati o volontar, n pi n meno di tutti gli altri. Gli strascichi di malumore, dovuti a rivalit politiche, a ferito amor proprio e a malignit e calunnie, erano misere cose di animi miseri nell'una e nell'altra parte. Il capo del governo, il Salandra, in questa effettuata concordia nazionale, dichiar che i diversi avvisi e i dibattiti erano stati fin allora leciti e legittimi; e non poteva dire diversamente, perch quelle manifestazioni di pensieri e di affetti avevano riprodotto in grande, nell'opinione pubblica, i dissidi e i combattimenti che c'erano stati tra gli uomini di governo e nell'animo stesso di ciascuno di loro.
Travagliatissimi, per cozzo violento di sentimenti diversi e di opposte passioni, furono gli ultimi giorni della neutralit italiana; eppure, senza passare attraverso quel travaglio, non si sarebbe venuti a far che la guerra, gi decisa dagli uomini di governo sopra considerazioni e calcoli politici, prendesse aspetto di necessit e diventasse uno stato d'animo comune e nazionale. A formare questo stato d'animo concorsero una sorta di oscura insoddisfazione e di mortificazione al pensiero che tutta la tensione d'animo di quei mesi si sarebbe risoluta in nulla, e, mentre i grandi popoli di Europa lottavano e sanguinavano, gli italiani se ne sarebbero rimasti in disparte; come ai tempi della loro divisione e della loro decadenza, durante la guerra dei Trent'anni o quella dei Sette anni, non contribuendo alla nuova storia europea che aveva loro apportato l'indipendenza e l'unit e con ci imposto obblighi e doveri; la rivolta dell'orgoglio nazionale contro gli stolti modi a cui fecero ricorso gli agenti tedeschi col fabbricare, all'ultimo momento, un elenco di concessioni austriache, e, prima ancora di comunicarlo al governo, spargerlo nel pubblico, quasi che il popolo italiano fosse cos fanciullesco e inferiore da lasciarsi ingannare da gherminelle e prendere ad allettamenti indecorosi; il cresciuto ardore degli interventisti e il loro cresciuto numero, che diffondeva sicurezza di fede nella guerra e nella vittoria; e altri e simili motivi, che furono davvero fondamentali e determinanti, come non furono e non potevano essere le arti, che si dissero allora adoperate da personaggi e gruppi e associazioni, che per var interessi spingevano l'Italia alla guerra: queste arti aiutano, quando non guastano, quel che  gi spontaneamente in corso, ma non lo determinano mai. E, tuttavia, questi stessi motivi che abbiamo ora definiti, messi l'uno dopo l'altro, non bastano a spiegare quella volont che era sorta, e che, nell'accogliere quelli e altri simili, li oltrepassava tutti, avendo il suo unico motivo in s stessa, come opera di ispirazione, come parte assegnata allora all'Italia nel dramma umano dalla riposta logica della storia o (come si disse allora pi volgarmente) dalla fatalit".
Il guadagno di concordia nazionale, che si effettu in quei giorni, non si ottenne senza qualche perdita, perch gli interventisti promossero o si unirono a manifestazioni di piazza, nelle quali ebbe parte il D'Annunzio e si pronunziarono parole assai brutte, e minacce di morte agli oppositori, e di rivoluzione, se la guerra non fosse stata dichiarata; e si di a vedere il proposito di passar sopra al parlamento o di sforzarne la volont. Formalmente, questo non accadde, perch il re, come si  detto, dopo aver interrogato gli altri uomini di governo, non accett le dimissioni del Salandra e lo rimand innanzi al parlamento, che, avuta cognizione dei documenti sui negoziati corsi tra l'Italia e l'Austria-Ungheria fino al 5 maggio, compreso che ormai un nuovo trattato d'alleanza era stato stretto, e confortato dal sentimento formatosi nel paese, approv il disegno di legge che concedeva al governo i pieni poteri in caso di guerra, e, cio, approv la guerra, che fu dichiarata pel 24 maggio. Pure, rimase l'impressione, e le fu dato risalto da taluni, che la volont del popolo, o di gruppi di uomini risoluti parlanti in suo nome, si fosse sovrapposta alla volont del parlamento, come se nell'ordinamento costituzionale il parlamento non rappresentasse esso soltanto la volont del popolo; e che il popolo o quei gruppi di uomini avessero provveduto all'onore e alla fortuna d'Italia con l'intelligenza e la volont che la sua Camera e il suo Senato non possedevano. A questa incrinatura nel rispetto per la legale rappresentanza nazionale allora si bad poco e da pochi, e il gran guadagno ottenuto e il turbine della guerra vi passarono sopra e la fecero dimenticare per allora; ma non poterono fare che l'accaduto non fosse accaduto.
Con gli spiriti vari che abbiamo descritti, con le forze che erano il risultato dei decenni di vita unitaria che abbiamo narrati, col raccolto fervore di chi ha scelto ormai, dopo il tormento del dubbio, la via necessaria, l'Italia come Victor Hugo dice della guardia imperiale nella battaglia di Waterloo - "entra dans la fournaise", si gett nell'ardente guerra generale, in un momento avversissimo alle sue nuove alleate, nel pieno della sconfitta russa; - e narrare come si comportasse in quella fornace di fusione e come ne sia uscita, cio la parte che essa ebbe nella guerra e le sue vicende dopo la guerra, non appartiene alla nostra storia, e forse non ancora ad alcuna storia.
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FINE.
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ANNOTAZIONI.
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Di utile consultazione sono gli Annali d'Italia: Storia degli ultimi trent'anni del secolo 19esimo, narrata da PIETRO VIGO (Milano, Treves, 1908-15, voll. sette), e anche il manuale di F. QUINTAVALLE, Storia dell'unit italiana: 1814-1924 (Milano, Hoepli, 1926), pp. 199-595. Pi speciale per la parte parlamentare e legislativa: G. ARANGIO RUIZ, Storia costituzionale del regno d'Italia: 1848-1898 (Firenze, 1899), e per quella economica, industriale e tecnica, i Cinquanta anni di storia italiana (1860-1910), pubblicazione fatta sotto gli auspic del governo per cura della R. Accademia dei Lincei (Milano, Hoepli, 1911, voll. tre). Un sommario, Mezzo secolo di storia italiana sino alla pace di Losanna di R. DE CESARE,  da vedere nella 3 ediz. (Citt di Castello, Lapi, 1913: coi ritratti degli uomini principali). Per la storia delle finanze, A. PLEBANO, Storia della finanza italiana dalla costituzione del nuovo regno alla fine del secolo decimonono (Torino, Roux e Viarengo, 1899-1902, voll. tre). Tra i quadri delle condizioni d'Italia, dovuti a osservatori stranieri, i due principali sono: P. D. FISCHER, Italien und die Italieiner am Schlusse des neunzehnten Jahrhunderts (Berlin, Springer, 1899); e BOLTON KING-OKEY, L'Italia d'oggi, terza edizione italiana con l'aggiunta di un capitolo sull'Italia dopo il 1900 (Bari, Laterza, 1910). Ristretto alla parte economica, E. LMONON, L'Italie conomique: 1861-1912 (Paris, 1913); e, pi recente, V. PORRI, L'evoluzione economica italiana nell'ultimo cinquantennio (a pp. 72-354 del vol.: I cavalieri del lavoro, Roma, Tip. Camera dei deputati, 1926). Un tentativo di storia dell'intero periodo  quello di G. VOLPE, L'Italia in cammino: l'ultimo cinquantennio (Milano, Treves, 1927). Ottimi cenni nel saggio di G. SALVEMINI, L'Italia politica nel secolo XIX (in L'Europa nel secolo XIX, vol. I, Padova, 1925).
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Pag. 1. Discorso della Corona del 5 dicembre 1870: "Con Roma capitale ho sciolto la promessa e coronato l'impresa che ventitre anni or sono veniva iniziata dal mio magnanimo genitore. L'Italia  libera e una, oramai non dipende che da voi di farla grande e felice". - Pag. 2. Si vedano i discorsi della Corona del 27 novembre '71 e del 23 novembre '74. - Pag. 2. Per l'ultima impresa del Bixio, G. GUERZONI, La vita di Nino Bixio (Firenze, 1875), pp. 417-52. Il De Sanctis, nel necrologio del Bixio: "Stimato e rispettato, generale e senatore, questa era onorevole fine di bella vita, un degno ozio a cui sospirano molti. Pure ci si sentiva scontento, e non gli pareva che l'Italia dovesse esser proprio quella che aveva innanzi agli occhi. Si svegli in lui il marino e il genovese. E vide subito questa verit, che l'Italia non pu sorgere a vita nuova, se non ripigliando le sue tradizioni e aprendosi la via ai commerci, che gi la resero ricca e potente. E come in lui ideare era fare, and peregrinando in Italia, apostolo di questa idea. E il senatore e il generale divenne il capitano di un legno mercantile, e port in lontani mari la patria bandiera, pi glorioso e pi allegro l sul ponte che sugli stalli del Senato: aveva ritrovato s stesso. Non manc a questo apostolo di una nuova Italia la consacrazione del martirio. Un giorno, quando nelle industrie e nei commerci sar aperto uno sbocco a tutta quella esuberanza di vita di cui oggi sentiamo la presenza negli avventurieri, ne' cacciatori d'impieghi, nei sollecitatori d'affari, in tante carriere mancate o spostate, e ci avvieremo cos alla vera e radicale guarigione della immoralit pubblica e privata, gl'italiani chiameranno Bixio il Precursore, e ricorderanno come un augurio questa festa funebre di Genova intorno alle sue ceneri" (Nuovi saggi critici2, Napoli, 1879, p. 471). - Pag. 2. M. CASTELLI, Carteggio politico (ed. Chiala, Torino, 1890-91), II, 568, lettera del 4 ottobre '73: "Io temo che la nostra Camera sia in pericolo di cadere nell'anemia: il corso forzoso, le banche, la Banca Nazionale sono le sole questioni che possono interessare il paese. La politica, nel senso vero della parola,  materia esaurita". Si vedano anche le cronache politiche del BORGHI nella Nuova Antologia, gli articoli del DINA nell'Opinione (in CHIALA, Giacomo Dina e l'opera sua nelle vicende del Risorgimento italiano, Torino, 1896-1903), e l'articolo di P. VILLARI nella Nuova Antologia del '72 (ristampato in Lettere meridionali2; Torino, 1885, cfr. pp. 147-150). - Pag. 3. Il RICASOLI (lett. del 19 dicembre '70): "Io dicevo fin dal 1860: ora si chiude in Italia il tempo delle rivoluzioni nel campo politico; dobbiamo cercar in tutti i modi di fare sorgere quello della rivoluzione religiosa"; e lett. al Giorgini (23 gennaio '63): "Io ho la coscienza che siamo alla vigilia di una grande rivoluzione nel cattolicismo romano a pro del vero cattolicismo; ed io la desidero ardentemente e prima di morire vorrei vederla. Mi struggo di porci lo zolfanello, ma non so dove stia il punto pi vivo all'esplosione. La materia  tutt'altra che combustibile;  infingarda e putrida, e da ogni lato  cos: cos  Roma, cos i preti, cos sono i secolari, cos siamo tutti!" (cit. in GENTILE, Gino Capponi e la cultura toscana, Firenze, 1922, pp. 82, 99). Il BORGHI (in Nuova Antologia, luglio '71, p. 715): "Un fato ci tira, un fato che comanda a noi italiani un'opera di valore europeo, anzi mondiale, e che non  lecito di compiere altrove che in Roma... un grande scopo da raggiungere le cui vie non sono ancora tutte chiare n note... preparando le condizioni in cui un novissimus rerum ordo sia atto a nascere e a svilupparsi": cfr. nella stessa rivista, agosto '71, pp. 968-9. - Pag. 3. Il colloquio del Mommsen col Sella  riferito in A. GUICCIOLI, Quintino Sella (Rovigo, 1887-88), I, 353. Circa le "missioni", che tutti i popoli si sono attribuite nel corso del secolo decimonono, non  qui il luogo di entrare in particolari, ma, come curiosit, giova rammentare quella che il liberale GERVINUS (Einleitung in die Geschichte der neunzehnten Jahrhunderts, Leipzig, 1853) assegnava alla Germania nella direzione del moto liberale. Contro i fantastici paragoni, che aprono la via al giudizio che "l'Italia era riuscita inferiore all'aspettazione", gi metteva in guardia A. Labriola: v. CROCE, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono (Bari, 1964), II, 134. - Pag. 7. S. SPAVENTA, La politica della Destra (ed. Croce, Bari, 1910), p. 46: "In tre anni che la Sinistra  arbitra delle sorti dello Stato il suo governo  stato ben detto un governo della Destra peggiorato. Essa medesima lo sente e se ne irrita e ci si consuma". - Pag. 8. Lo SPAVENTA, op. cit., p. 465: l'allargamento del suffragio "snatura e falsa l'intento del voto e il principio da cui possiamo ripeterne il diritto", che  di essere "capace d'intendere e di operare il bene altrui". - Pag. 8. Lo SPAVENTA, op. cit., p. 40: "La Sinistra adoper in ci molto abilmente: gli scrupoli della Destra non la trattennero; o fu pi facile e naturale per essa cotanto acquisto; e, se essa non ci guadagn di altezza morale, ci guadagn, certo, di forze numeriche e di aderenti". Quanto a lui ripugnasse di adoperare, anche con proprio vantaggio politico, metodi di Sinistra, pu vedersi in Lettere politiche (ed. Castellano, Bari, 1926), pp. 131-2. - Pag. 9. Il "paese reale" fece una curiosa impressione al De Sanctis, quando ebbe a osservarlo da vicino: si legga il suo Viaggio elettorale del 1874 (Napoli, 1876). - Pag. 9. Il motto del Bonghi in P. TURIELLO, Governo e governati in Italia2 (Bologna, 1889), I, 193, e quello del Martini, in P. MARTINI, Due dell'estrema: il Guerrazzi e il Montanelli (Firenze, 1920), p. IX. - Pag. 12. La rivoluzione parlamentare del marzo 1876 intitol allora un suo opuscolo N. MARSELLI (Torino, 1876). - Pag. 10. Per gli articoli del De Sanctis nel Diritto, si vedano gli Scritti politici di lui (ed. Ferrarelli, Napoli, 1889), pp. 63-200. - Pag. 11. Per gli scrupoli del Lanza rispetto al Cavour, E. CAVALLINI, La vita e i tempi di Giovanni Lanza (Torino, 1887), I, 249-50; e ivi sul suo abito verso gli amici, p. 167. Per lo Spaventa rammento a questo proposito caricature del Fischietto o di altro giornale umoristico torinese. - Pag. 11. S. SPAVENTA, Lettere politiche cit., pp. 173-74 (lett. del dicembre '85): "... come dire che siamo dentro a un pantano senza speranza di uscirne". - Pag. 12 Si vedano del DE LAVELEYE, Lettres d'Italie (Paris, 1880): passim. - Pag. 13. G. GIOLITTI, Memorie della mia vita (Milano, 1922), I, 36: "la sua popolarit (della Sinistra) nel periodo di opposizione, che l'aveva condotta al potere, era derivata da una ricetta infallibile: opporsi alle nuove imposte e chiedere nuove spese". - Pag. 14. La frase del Sella, sul "pericolo immenso",  in una lettera al Dina del 1877 (v. CHIALA, op. cit., III, 498). Si veda anche la lettera di lui del 22 settembre '72 al Dllinger, in cui auspica Italia e Germania alleate nella lotta contro la Chiesa di Roma (in GUICCIOLI, op. cit., I, 420-22). - Pag. 15. Per il senso originario di "Sinistra storica" e "Sinistra giovane", v. TURIELLO, op. cit., I, 191. Credo che la denominazione "Sinistra storica" nel senso di oltrepassata e antiquata, fosse foggiata dal De Sanctis. - Pag. 15. Oltre al discorso del Minghetti del 1866, si veda quello del De Sanctis del 1 luglio 1864 (ristamp. in Critica, XI, 146-55), che enumera e rimpiange tutte le occasioni, lasciate sfuggire, di dividersi politicamente. - Pag. 17. Tra i prefetti che nel '76 dettero le dimissioni per seguire le sorti del loro partito furono il Mordini, prefetto di Napoli, il Gedda di Roma, il Gerra di Palermo, il Torre di Milano, il Capitelli di Bologna. - Pag. 17. Si veda come esempio di quelle persecuzioni il comportamento del Nicotera verso lo Spaventa, costretto a dar le dimissioni dal posto di consigliere di stato, al quale, qualche anno dipoi, fu richiamato dallo Zanardelli (in SPAVENTA, Lettere politiche cit., pp. 139-162). Dall'altra parte, si veda come il De Sanctis, che fu dei primi a favorire il movimento di Sinistra nell'Italia meridionale, si mettesse contro tutti i suoi amici, compagni d'esilio e discepoli, che cominciarono dal negargli capacit e seriet politiche e finirono con contestargli anche quelle letterarie: cfr. Ricerche e documenti desanctisiani, ed. Croce, puntate VII-IX, passim. - Pag. 17. Al primo accenno di un nuovo partito da costituire, di conciliazione, il Lanza (lett. del 29 gennaio '78) rimbeccava il Dina: "Non si potrebbe cadere pi basso nello scetticismo" (CHIALA, op. cit., III, 514-15). - Pag. 17. Il Giolitti, che era presso il Sella nel tempo del ministero di lui col Lanza, mi raccontava degli sfoghi di malumore del Sella, quando tornava dai consigli di ministri, a causa dei contrasti coi colleghi, specie nella questione di Roma. - Pag. 18. Ancora nel '94 il BONFADINI scriveva: "Quel fenomeno di trasformazione, che nella scarna storia politica del tempo non riusc nemmeno a trovare un nome di decente italianit: intendo accennare al trasformismo" (in Nuova Antologia, 15 febbraio '94, p. 634). - Pagg. 19-20. L'analogia fra teoria dei partiti politici regolari e teoria dei generi letterari fu gi notata da me in uno scritto del 1912: vedilo in Cultura e vita morale (Bari, 1955), pp. 191-98. Del resto, il Sella, fin dal 1866, e diversamente dal Minghetti, vedeva le cose pi realisticamente, ed era scettico circa i due partiti: cfr. GUICCIOLI, op. cit., I, 143-44. D. PANTALONI, nel 1884, se ne faceva beffe, criticando molto esattamente quella dottrina come "un rve des anglomanes, emprunt aux circonstances o s'est trouve l'Angleterre: c'est un expdient transitoire, ce n'est pas une solution. Cette doctrine... est fausse en histoire, errone en sciences et, en tout cas, impossible de nos jours. Ce n'est pas dans une priode de libre examen et de transformation universelle, quand les questions ont tant d'aspects diffrents, que vous pouvez esprer embrigader les opinions dans deux armes strictement disciplines et se combattant toujours sans s'anantir jamais, comme les Romains et les Carthaginois au thtre": v. in DE LAVELEYE, Nouvelles lettres d'Italie (Paris, 1884), pp. 105-6. - Pag. 21. Il CORRENTI, lettera al Crispi, del 1887, per la morte del Depretis (in CRISPI, Carteggi politici inediti, Roma, s. a. ma 1912, pp. 419-21): "non fece grandi cose, ma la linea della sua politica era giusta: concordia all'interno, alleanza coi forti all'estero, pace coi pacifici, tolleranza cogli irrequieti, monarchia liberale, democrazia ordinata e calma, neutralit colla Chiesa neutrale, mostrare i denti senza mordere: ecco il programma di ieri, d'oggi e forse di domani". Sul Depretis, notizie in L. BREGANZE, Agostino Depretis e i suoi tempi, ricordi storico-biografici (Verona-Padova, Drucker, 1894). - Pag. 22. Circa l'autogoverno all'inglese o all'americana da introdurre in Italia, si vedano gli Scritti politici di A. MARIO (ed. Carducci, Bologna, 1901), e il TURIELLO, op. cit., passim, dove  anche l'esortazione a rendere pi dura e guerriera l'Italia. La parola sul "bagno di sangue" fu ripetuta allora dal giornalista e deputato R. de Zerbi, ma gi era stata detta nel '66 dal Crispi: v. V. RICCIO, F. Crispi (Torino, 1887), p. 49.
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Pag. 26. Contro l'abito degl'italiani di attribuire tutto quel che era accaduto a dono della fortuna, protestava gi nel '72 D. PANTALONI (nella Nuova Antologia, novembre, p. 572): "Curiosa schiatta che  la nostra italiana! Proclive ognora agli od partigiani ed alle meschine gelosie, incomportabile le riesce di sentire l'elogio d'uno de' suoi e preferisce perfino calunniare s stessa pi presto che confessare la virt di molti dei suoi figliuoli. Io stimo che non vi ebbe mai un postulato pi erroneo di questo: n conosco nella storia intiera una intrapresa condotta ad un tempo con maggiore sapienza, con eguale prestanza, con superiore virt; e, se una cosa pu con sicurezza affermarsi, gli  anzi che la fortuna non si mostrasse eguale al coraggio, al patriottismo, al valore degl'italiani". Modestamente il Lanza, discorrendo della politica sua e dei suoi colleghi di ministero, che nel '70 condusse a Roma: "Ammetto che non vi fu un gran merito e la fortuna principale ci venne dallo stesso errore del disarmo" (in CAVALLINI, op. cit., II, 181). - Pag. 27. A Siena, il 16 aprile '63, il re Vittorio Emanuele avrebbe risposto al sindaco, che gli parlava di Venezia e di Roma: "Mi crederei indegno del nome d'italiano se non compissi l'opera intrapresa. Credo prossima la definitiva soluzione delle gravi questioni che ci preoccupano adesso: ho fiducia nella stella d'Italia e nella cooperazione degl'italiani. I destini d'Italia sono oramai assicurati" (in COMANDINO, L'Italia nei cento anni del secolo XIX, giorno per giorno illustrata, IV, 387). Del resto,  nota la sua lettera al Ponza di San Martino del 15 giugno '61 (in occasione della morte del Cavour): "Stia sempre saldo nella fede come sono io: l'avvenire  nostro". Per la storia di quell'immagine  da tenere presente l'opera in pi volumi di PIETRO CORELLI, La Stella d'Italia o nove secoli di casa Savoia (Milano, Ripamonti, 1860-63), nella cui pref.  detto: "Fui tra i primi a condurre una lunga opera per mostrare a voi tutti che dai piedi delle Alpi sarebbesi avuta la Stella che illumina ora il nostro tempo". V. anche sulla stella d'Italia e re Vittorio Emanuele, L. FORTIS, Conversazioni, II (Milano, 1879), pp. 500-501. - Pag. 28. Il Cavour al Minghetti, nel '59: "Il pericolo sta nel lasciarsi sopraffare dalle agitazioni rivoluzionarie. Guai a voi se ci avviene: l'Europa non vi avr pi nessun riguardo". Discorso della Corona del 18 febbraio '61 per l'apertura del primo parlamento italiano: "L'opinione delle genti civili ci  propizia, ci sono propizi gli equi e liberali princip che vanno prevalendo ne' consigli d'Europa. L'Italia diventer per essa una guarentigia d'ordine e di pace, e ritorner efficace strumento della civilt universale... Questi fatti hanno ispirato alla nazione una grande confidenza nei propri destini". - Pag. 30. Anche l'Opinione del 2 gennaio '71 sperava che, alla venuta del re in Roma, il Papa, "per impulso del suo animo essenzialmente buono e per torsi da una posizione insostenibile, avrebbe scelto questa circostanza per farla finita". - Pag. 30. L'Opinione (4 marzo '71), dopo l'approvazione della legge delle guarentigie: "Quando il papa fu pi libero d'adesso? Le contumelie che scaglia contro l'Italia e che l'Italia in omaggio alla libert gli lascia dire, non ne sono una prova?". S. SPAVENTA, La politica della Destra cit., pp. 195-6: "Un diplomatico straniero, accreditato presso il re d'Italia negli anni 1872 e '73, appartenente nel suo paese a un partito politico assai tenero del potere temporale, mi diceva un giorno, a proposito di quei discorsi di Pio IX: - Come voi siete fortunati! Questo vecchio, che ogni settimana vi butta in faccia le sue pi veementi ingiurie, che hanno eco in tutta l'Europa, fa pi bene all'Italia nell'opinione di questa, che non tutta l'onest e la moderazione della vostra politica verso il Papato! Quei suoi discorsi provano che il papa  rimasto l'uomo pi libero e indipendente della terra; di che l'Europa poteva dubitare prima che voi gli toglieste il potere temporale, e non pu dubitare pi ora". "Una volta, qualche anno addietro, se la posizione del papa fu oggetto di comunicazione diplomatica, lo fu in quanto era parso che la libert e irresponsabilit, che egli godeva, fosse soverchia". [Per tutto questo episodio delle rimostranze e pretese del Bismarck, e per il contegno dignitoso e abile degli uomini di stato italiani, v. ora VON BLOW, Denkwrdigkeiten, IV, 329-31.] - Pag. 32. Il Lanza al Dina (8 decembre '74): che non fosse da imitare l'atteggiamento del Bismarck verso la Santa Sede, e non convenisse rispondere alle provocazioni del Vaticano e far leggi per "disciplinare il clero": "noi n abbiamo la potenza di Bismarck, n siamo la Germania. Una lotta religiosa in Italia sarebbe assai pericolosa. Ritieni pure che le masse non sarebbero per noi. D'altronde, perch suscitarla? quale serio e grave imbarazzo ci hanno suscitato le proteste e le invettive clericali? Sarebbe proprio volersi mettere fra le ortiche per avere il piacere di grattarsi" (CHIALA, op. cit., III, 424-5). - Pag. 33. Vittorio Emanuele diceva nel luglio del '71 di non temere della Francia per la questione di Roma, n del Thiers, del quale raccontava in qual modo solesse celiare degli ufficiali francesi in Roma; e giudicava un "bel colpo" a favore dell'Italia il proclama di Enrico V: verso la Francia, bastava rispettare "certe convenienze teatrali" (CASTELLI, Carteggio, II, 511). - Pag. 33. Lettera del Vimercati da Parigi, 6 maggio '73, nella quale riferiva che l'ex-imperatore Napoleone dava piena ragione all'atteggiamento mantenuto dall'Italia, ammettendo gli errori della propria politica; ma soggiungeva: "che l'Italia rimanesse neutrale si comprende, ma che aderisse e proponesse la lega dei neutri, non si spiega: essa doveva starsene all'infuori, rammentando il passato" (CASTELLI, Carteggio, II, 536-7). Sul proposito, si veda J. KLATZKO, Deux chanceliers (3 ed., Paris, 1877), p. 374: "Aussitt aprs les premiers dsastres franais, il (Gortchakoff) saisit avec empressement l'ide ingnieusement perfide de la ligue des neutres, ide italienne d'origine, naturalise anglaise par le comte Granville et devenue bientt, entre les mains du chancelier russe, ainsi qu'on l'a trs-finement remarqu, le moyen pour organiser l'impuissance en Europe". - Pag. 33. Sulla reputazione che godeva allora l'Italia, MARSELLI, La politica dello stato italiano (Napoli, 1882), p. 23. La lettera del Cadorna, da Londra, 24 maggio '72,  nel CASTELLI, Carteggio, II, 523-4; le parole del Massari nella commemorazione di lui, scritta dallo Spaventa (in Politica della Destra cit., p. 165). - Pag. 35. La parola di Vittorio Emmanuele in una lettera del Castelli a N. Bianchi (Carteggio cit., III, 425). - Pag. 35. Sulla tranquillit politica dell'Italia a paragone degli altri stati di Europa, il BORGHI (in Nuova Antologia, febbraio '74, pp. 513-4): "L'Italia, nella sua presente condizione, lascia sperare e credere che non ci debba, non ci possa essere modo n ragione che essa si turbi mai. Tanto e cos tranquillo ed assennato vi continua lo spirito del paese: tanta  la sua alienazione da ogni eccesso di pensiero o di atto. Non mai miglior pasta si  trovata alle mani di un governo...". - Pag. 35. Per il "federalismo" si veda, quantunque insufficiente, il saggio di A. MONTI, L'idea federalistica nel risorgimento italiano (Bari, 1922). - Pag. 35. La tradizione unitaria del repubblicanesimo in Italia  riaffermata dal Crispi nel discorso del 25 gennaio '75 (Discorsi parlamentari, II, 208). - Pag. 35. Le parole del Crispi sulla "Monarchia che ci ha uniti e la Repubblica che ci dividerebbe" sono nel suo discorso alla Camera del 18 novembre '64. - Pag. 36. La immagine del "ponte"  del '74  di Alberto Mario, che cos la spiegava e confermava due anni dopo: "Difatti con la Sinistra si va alla repubblica e con la Destra vi si precipitava. E il capo dello stato, trovatosi alle strette fra ponte e precipizio, scelse il ponte" (Scritti politici cit., p. 155). - Pag. 36. Il Nicotera, nel '79: "Noi siamo stati repubblicani un tempo, quando esser tali era un dovere: eravamo allora una minoranza, ed il pericolo era grandissimo, perch ogni piccolo tentativo repubblicano in quei tempi si pagava colla testa. Ma adesso, grazie alla magnanimit del nostro re, non costa la testa neanche l'attentato alla vita del principe". - Pag. 37. Su questi primord del socialismo in Italia e sulla persona del Bakunin, R. MICHELS, Storia critica del movimento socialista italiano, (Firenze, 1927); N. ROSSELLI, Mazzini e Bakunin (Torino, 1927); e anche l'arguto romanzo storico di R. BACCELLI, Il diavolo al Pontelungo (Milano, 1927). Il Mazzini aveva giudicato il Marx come tale che avesse "pi elemento d'ira, se anche giusta, che d'amore in cuore". - Pag. 37. Sull'episodio del Lazzaretti, G. BARZELLOTTI, David Lazzaretti di Arcidosso, i suoi seguaci e la sua leggenda (Bologna, 1885). - Pag. 38. L'osservazione circa il carattere non rivoluzionario della capitale d'Italia, nel DE LAVELEYE cit., p. 380. - Pag. 38. Si veda il mio scritto: L'epopea italiana della casa di Savoia e G. Carducci: ora in Conversazioni critiche, III2, 342-48). - Pag. 39 Sul re Vittorio Emmanuele II  sempre da leggere G. MASSARI, La vita ed il regno di Vittorio Emmanuele II di Savoia primo re d'Italia (3 ed., Milano, 1879). - Pag. 39. Sul rifiuto di lui di recarsi a incontrare il Thiers GUICCIOLI, Q, Sella, I, 360-1; sulla sua riluttanza al viaggio di Berlino, CASTELLI, Carteggio, II, 564, 566. - Pag. 40. Sulla mutazione del numero si vedano censure del Dina (CHIALA, op. cit., III, 504-6). V. IMBRIANI, Ode alla Regina (1878): "Primo e non quarto Umberto intitolandosi, Paterni esemp scarta e dinastiche Tradizioni...". Pag. 40. Sulla rigida osservanza di re Umberto dei principi e delle norme del governo costituzionale e parlamentare, anche con duri sacrific personali, v. D. ZANICHELLI, Il carattere costituzionale del regno di Umberto I (nella Nuova Antologia, 1 settembre 1900). - Pag. 43. Le parole riferite sono del DINA (op. cit., III, 383). - Pag. 44 Il giudizio che la nazione italiana "hat sich innerhalb eines Jahrzehnts Lasten aufgebrdet wie sie kaum jemals von einem Volke bernommen sind, aber sie hat ihr Zweck erreicht",  del FISCHER, Italien und Italiener cit., p. 182. - Pag. 45. Sul Magliani e la sua finanza, GIOLITTI, Memorie cit., I, 38-45. - Pag. 46. Il vecchio generale napoletano G. Mauri Mori ha scritto test, ricordando quegli anni: "Noi giovinetti, nel 1861-62 usciti dal Collegio militare della Nunziatella, noi giovinetti appartenenti a famiglie militari devote al Borbone, dopo di aver ricevuto un secondo battesimo negli istituti militari, potemmo constatare de visu quanto era diverso l'indirizzo e la sostanza della disciplina dei due eserciti, quanto diverso e serio lo spirito pubblico nel settentrione d'Italia, potemmo valutare quanto era pi facile obbedire, quanto era pi facile comandare" (Il generale Pianell nei ricordi di un ufficiale del suo stato maggiore, ms.). - Pag. 46 e sgg. Per quel che riguarda i dati statistici e altre notizie economiche e amministrative relative a questo periodo, si veda principalmente l'op. cit.: Cinquanta anni di vita italiana. Per l'inchiesta agraria, oltre la ristampa della relazione del JACINI (L'inchiesta agraria, proemio, relazione finale, conclusioni ecc., Piacenza, 1926), la monografia del nipote S. JACINI, Un conservatore rurale della nuova Italia (Bari, 1926). - Pag. 48. Dell'opuscolo dello HAYMERLE, colonnello nell'esercito austriaco, Italicae res, si ha una trad. ital. con note (Firenze, tip. della Gazzetta d'Italia, 1880): intorno all'opera educativa dell'esercito italiano, v. p. 94, per un caldo elogio degli ufficiali italiani, pp. 96-7. - Pag. 54. Per l'opera del Luzzatti, G. ALESSIO, Commemorazione di Luigi Luzzatti (Verona, 1928: estr. dagli Atti del R. Istituto veneto). - Pag. 56. La parola "sventramento" risale al Depretis, che, visitando gli aggrovigliati quartieri poveri di Napoli insieme col re durante l'epidemia colerica dell'84, disse: "Bisogna sventrare Napoli". Si veda MATILDE SERAO, Il ventre di Napoli (Milano, 1885). - Pag. 56. GLADSTONE, Italy in 1888-89, in The nineteenth Century, n. 147, maggio 1889. Anche Enrico Treitschke nel 1877, dopo un viaggio in Italia, scriveva: "Questa geniale nazione, da quando ha raggiunto la sua unit, ha dimostrato in tutti i campi della vita una confortevole capacit di sviluppo. Come si  splendidamente sviluppata Milano negli ultimi dieci anni, e solo con propr mezzi!...". (CORNICELIUS, Enrico Treitschke e l'Italia, in Nuova Antologia, 1 settembre '21, p. 20 dell'estr.).
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 3.
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Pag. 59. Pel giornalismo di quel tempo, si vedano notizie nel BERNARDINI, Guida della stampa periodica italiana (Lecce, 1890); un ragguaglio della stampa italiana intorno al 1867  in E. CHAIRADIA, Stud critici e bibliografici (Napoli, 1868), pp. 268-85. - Pag. 60. Pei salotti politici, molte notizie nel DE LAVELEYE, Lettres cit. Per quello dei Peruzzi, E. DE AMICIS, Un salotto fiorentino del secolo scorso (Firenze, 1902). Si veda anche P. VASILI, La socit de Rome (Paris, 1887). - Pag. 61. Il giudizio sui napoletani  del TURIELLO, op. cit., I, 274. - Pag. 62. L'osservazione circa i militari e il teatro  in C. AIRAGHI, Scritti var (Citt di Castello, 1901), p. 124. - Pag. 61. Sui var tentativi religiosi di allora, abbondanti ragguagli in A. DELLA TORRE, Il cristianesimo in Italia dai filosofisti ai modernisti, appendice alla trad. ital. dell'Orpheus del Reinach (Palermo, 1912), p. 653 sgg. Pel Lanza, una sua lettera del 1878, in CAVALLINI, op. cit., II, 472-3. - Pag. 63. Per la fortuna che ebbe la formula del Cavour nel neocattolicesimo tedesco,  da ricordare la monografia del KRAUSsul Cavour (Mainz, 1902). Per le questioni giurisdizionali di quel tempo, v. M. FALCO, La politica ecclesiastica della Destra (Torino, 1914). - Pag. 64. La formula: "Non eletti n elettori" fu coniata da don Margotti, direttore dell'Unit cattolica, e approvata da Pio IX. - Pag. 65. Per le parole del principe Umberto, v. i Diari romani del GREGOROVIUS (trad. ital., Milano, 1895, p. 527), sotto il 21 gennaio '74. - Pag. 66. Sulla questione del divorzio, A. SALANDRA, Il divorzio in Italia (Roma, 1882), e anche l'altro vol. Politica e legislazione (Bari, 1915). - Pag. 66. Il discorso dello Spaventa, Il potere temporale e l'Italia nuova (1886), in Politica della Destra, pp. 181-202. - Pag. 66. Il DE LAVELEYE (Lettres cit., p. 367): "Il n'est qu'une seule solution dfinitive, c'est que les Italiens abandonnent un culte qui a pour but avou de leur enlever non seulement leurs liberts mais mme leur nationalit". - Pag. 68. Sulla teoria politica del Crispi v., tra l'altro, Discorsi parlamentari, II, 315. - Pag. 70. Il Bertani e il Mario fin dal '74 studiavano "i mezzi pi acconci perch il partito democratico non avesse nulla di comune con l'Internazionale" J. WHITE MARIO, Agostino Bertani e i suoi tempi, Firenze, 1888, II, 361). - Pag. 70. Le parole dello Spaventa, nella commemorazione di G. Lanza in Politica della Destra cit., p. 125. - Pag. 71. Il CASTELLI (lett. del 13 giugno '71): "Ora per me non ci penso. Prima che si faccia la famosa replica del dramma, sar fuori d'ogni politica di questo mondo; ma per quei che sono ancora giovani, non hanno da metterlo nel dimenticatoio" (Carteggio cit., II, 505). Il PANTALONI (art. cit., p. 581): "Possiamo noi affermare che l'Italia solida e ferma resister al soffiare di quel turbine tremendo, il quale, scotendo l'edifizio sociale, la civilt d'Europa minaccia?". - Pag. 72. Si veda del Crispi, tra gli altri, il discorso del 25 gennaio '75 (Disc. parlam., II, 208). - Pag. 72. Del Minghetti, v. il discorso elettorale tenuto a Legnago nel 1882; e La Legislazione sociale, conferenza (Milano, 1882); di P. VILLARI, Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale (2 ed., Torino, 1885). - Pag. 73. S. SPAVENTA, nel disc. cit. sul Potere temporale, l. c., p. 201. - Pag. 73. Del Ferrara si veda: Il germanesimo economico in Italia (nella Nuova Antologia, aprile '74), a proposito di libri del Cusumano, del Lampertico, del Toniolo e di altri. Il Cusumano pubblic Le scuole economiche in Germania in rapporto alla questione sociale (Napoli, Marghieri, 1875). - Pag. 73. L. FRANCHETTI, Sulle condizioni economiche e amministrative delle provincie napoletane (Firenze, 1875), con lo studio del Sonnino sulla Mezzeria in Toscana; FRANCHETTI-SONNINO, La Sicilia nel 1876 (Firenze, 1876). - Pag. 73. Di G. FORTUNATO, particolarmente gli scritti raccolti nei due voll. Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (Bari, 1911). - Pag. 74. Dello stesso tempo, oltre gli scritti del Villari (v. anche, nella Nuova Antologia, dicembre '90, quello: Nuovi tormenti e nuovi tormentati),  il libro del FUCINI, Napoli a occhio nudo (Firenze, 1877), con appendice della White Mario. - Pag. 76. Contro l'abolizione della pena di morte, P. TURIELLO, op. cit., I, 246-66, che di essa e del generale mitigamento delle pene dava la colpa ai giureconsulti napoletani, dal Pisanelli al Mancini. - Pag. 76. Il presidente della Repubblica francese telegraf in quell'occasione: "La sconfinata, sublime, eroica magnanimit della M. V. suscita in tutto il mondo civile ammirazione ed entusiasmo". - Pag. 76. Un tedesco scrisse sull'opera pietosa di re Umberto nel colra di Napoli un poemetto in venti canti: Knig Humbert in Neapel, Ein Gedicht von ADOLF BRIEGER (Leipzig, Reissner, 1885). - Pag. 77.  del 1878 l'ode Alla regina d'Italia del Carducci, che ferm l'immagine di allora della regina Margherita: si veda anche l'altra ode del 1889, Il liuto e la lira. - Pag. 78. L'articolo contro i festeggiamenti  del Dina, nell'Opinione del 23 agosto '71. - Pag. 82. Pel Sella e l'alpinismo, si veda GUICCIOLI, op. cit.; e per la ginnastica, il discorso del De Sanctis del 17 giugno '78 (rist. in Critica, XI, 405-10). - Pag. 83. Si veda, per l'Italia meridionale, A. ANZILLOTTI, Neoguelfi ed autonomisti a Napoli dopo il '60 (in Nuova rivista storica, IV, 1920, pp. 162-78). - Pag. 83.  caratteristico il caso dell'esplosione di affetti regionali in un uomo come Luigi Settembrini, condannato a morte sotto re Ferdinando II di Borbone e rimasto dieci anni nell'ergastolo per aver dato mano alla setta dell'Unit italiana. Si vedano in proposito i suoi Scritti vari (Napoli, 1879-80). Era tanto il suo spasimo per le distruzioni di istituti e costumi napoletani e per l'uniformit promossa dal governo, che una volta, ai suoi scolari che si dolevano di certi regolamenti, rispose crucciato: - Colpa di Ferdinando II! - Professore, come c'entra Ferdinando II? - Se avesse fatto impiccare me egli altri come me, non si sarebbe venuto a questo! - Per un altro caso di tenace rimpianto delle istituzioni napoletane, v. CROCE, Uomini e cose della vecchia Italia3, II, 365-92. - Pag. 83. P. ABIGNENTE, nel suo discorso alla Camera del 9 giugno '75: "Avevamo delle grandi citt alla testa delle provincie, avevamo codici rispettati e ammirati in Europa, avevamo un'amministrazione che, tranne tutto quello che vi poteva essere in servigio del dispotismo, era modello di amministrazione, ed era veramente l'aquila in confronto dell'amministrazione attuale: gli affari si disbrigavano subito, ecc. ecc.". - Pag. 83. P. CRISPI, discorso del 25 gennaio '75: "L'opposizione, anche partendo dal Mezzogiorno,  tutta nazionale... Che cosa vuole il Mezzogiorno? Vuole la libert, e la vuole per s, la vuole per tutti, ecc." (Disc. parlam., II, 204). - Pag. 83. C'erano, nell'Italia settentrionale, di quelli che, riattaccandosi a giudiz del D'Azeglio, stimavano che per l'Italia fosse stato un danno la prematura unione col Regno delle due Sicilie: v. tra essi G. NEGRI, Segni dei tempi (Milano, 1903), p. 225 sgg. Erano di coloro che sogliono pensare l'errata-corrige alla storia. Il motivo ricomparve talvolta nelle polemiche dei socialisti lombardi. Del resto, sul proposito v. CROCE, Storia del regno di Napoli. (Bari, 1965), p. 277 sgg. - Pag. 84. Su questo significato nazionale e unitario della letteratura dialettale riflessa o d'arte, si veda un mio saggio in Uomini e cose della vecchia Italia3, I, 222-235. - Pag, 85. Sull'aristocrazia italiana a quel tempo, CARPI, L'Italia vivente (Milano, 1878), p. 55 sgg. - Pag. 86. Su cotesta pseudoaristocrazia, M. SCOT (B. Ruspoli), Filosofia dello Snob (Roma, Garzoni, 1913). - Pag. 87. Per gli Ultimi borbonici di Napoli, v. il mio saggio in Uomini e cose cit., II, 393-415. - Pag. 89. Per un aneddoto caratteristico circa l'effettiva partecipazione dei preti alle lotte elettorali, GIOLITTI, Memorie, I, 41-2. - Pag. 89.  da leggere il ritratto che di Pio IX, nell'occasione della morte, deline il De Sanctis (in Scritti politici cit., pp. 189-200). - Pag. 91. Sulla buona amministrazione dei comuni tra il '60 e il '70, TURIELLO, op. cit., II, 230. - Pag. 92. Il giudizio sul Depretis  del BONFADINI(in Nuova Antologia, 15 febbraio '94, p. 634). - Pag. 93. Pel giudizio dello Spaventa, v. Politica della Destra, p. 49; Lettere politiche, p. 174. - Pag. 93. Per lo Sbarbaro, CROCE, Letteratura della nuova Italia, III, 381-387. Pel Coccapieller, C. LOMBROSO, Due tribuni (Roma, 1883), dove  da notare, come manifestazione di pessimismo politico, la prefazione del Lombroso. - Pag. 93. Oltre il TURIELLO, op. cit., A. CANTALUPI, Politica in Italia, appunti (Torino, 1880); G. MOSCA, Sulla teoria dei governi e sul governo parlamentare, stud storici e sociali (Palermo, 1884); P. SILIPRANDI, Capitoli teorico-pratici di politica sperimentale in considerazione dei mali d'Italia e della necessit di riformare lo stato (Mantova, 1898, tre voll.). - Pag. 93. Sull'ammirazione del Sella per la Germania, GUICCIOLI, op. cit.; del Minghetti, lettera del 12 agosto '73 (in CASTELLI, Carteggio, II, 528); del Bonghi, in Nuova Antologia, febbraio '73, p. 502. Si veda anche il mio saggio: Cultura germanica in Italia nell'et del Risorgimento (in Uomini e cose della vecchia Italia3. II, 254-266). - Pag. 94. Il caso singolare di un italiano, che credeva e viveva in s stesso la teoria germanistica della razza, quello del Montefredini,  stato illustrato da me in Letteratura della nuova Italia, III, 368-80. "Con quanto desiderio - egli scriveva - da questa morta gora guardo al nord, ove si agita tanto progresso, tanta forza di pensiero e di opere!...Non gi la nostra politica tortuosa, le nostre associazioni tutte personali, ma i problemi pi ardui della societ attuale. Come abbonda altrove la vita!...". Si veda anche la lettera del De Sanctis allo Zola, 16 agosto '79 (edita da me in DE SANCTIS, Scritti var ined. o rari, II, 60): "Non solamente la critica  morta in Francia, ma, ahim, molte altre grandi cose sono morte in Francia e presso tutta la razza latina: massime il sentimento del dovere e della legge, la seriet e la semplicit della vita. Noi stiamo per morire nella rettorica e nell'enfasi, la peggiore di tutte le morti per una razza in decadenza...". - Pag. 95. J. WHITE MARIO, prefazione al libro cit. sul Bertani (1888). - Pag. 96. La indipendenza politica dei deputati dagli elettori  notata, per quel che riguarda l'Italia meridionale, dal TURIELLO, op. cit., I, 195. - Pag. 97. Il Berti (riferiva il DE LAVELEYE, Lettres cit., pp. 243-244) "craint que sont parti ne soit menac dans l'avenir d'tre cras entre le radicalisme et le clricalisme. Le libralisme conservateur est un juste milieu, qui sera entam  droite et  gauche par les deux extrmes. La lutte des partis s'aigrissant sans cesse, ne laisse pas de place pour les nuances intermdiaires. Quand il ne restera en prsence que le radicalisme et le clricalisme, le choc peut conduire  des violences,  des rvolutions mme... Ce que je redoute, c'est une alternation de rvolutions et de ractions, de despotisme et d'anarchie. Dieu nous prserve du sort du Mexique! Heureusement, nous en sommes loin, et ceci n'est qu'un cauchemar qu'voque parfois une mauvaise nuit". Il pericolo della "dittatura" (v. SPAVENTA, op. cit., p. 63), e della "reazione", era sempre presente a quegli uomini. Il DE SANCTIS, nel Diritto, 8 agosto '77 (Scritti politici, p. 91): "Ci vuol poco a esser profeta. L'Italia, se non si bada, cammina a gran passo verso il regno dei violenti e degl'ignoranti, con tutte quelle conseguenze che insegna la storia; voglio dire con quella reazione della gente onesta, tanto poltrona e dormigliona nella sicurezza, quanto feroce e reazionaria nel pericolo. Cos saremo dei buoni latini, e vivremo nelle convulsioni periodiche". E nel discorso alla Camera, del dicembre '78: "Io negherei l'Italia se potessi temere che venisse un giorno cos infausto da poter mettere in pericolo conquiste, le quali rimontano a molti secoli, e che hanno i nostri pi grandi scrittori a fautori: la libert del pensiero... Io non credo alla reazione; ma, badiamo, le reazioni non si presentano con la loro faccia; e, quando la prima volta la reazione ci viene a far visita, non dice: - Io sono la Reazione. - Consultate un po' tutte le storie; tutte le reazioni sono venute con questo linguaggio: - che  necessaria la vera libert, che bisogna ricostituire l'ordine morale, che bisogna difendere la monarchia dalle minoranze. - Sono questi i luoghi comuni (ormai la storia la sappiamo tutti), coi quali si affaccia la reazione". - Pag. 97. Lo SPAVENTA (op. cit., pp. 29-31) notava che era stata fortuna che gli eventi del '60 fossero guidati dagli uomini stessi del '48, perch "pare come se le lezioni della storia non giovino veramente se non agli uomini che ne sono stati protagonisti". - Pag, 97. A proposito di quei triviali detti sul parlamentarismo e sulle ciarle dei deputati, giova ricordare uno scatto del Clemenceau, nel 1880: "Ces discussions qui vous tonnent - egli esclam, - c'est notre honneur  nous. Elles prouvent notre ardeur  dfendre les ides que nous croyons justes... Oui, gloire aux pays o l'on parle! Honte aux pays o l'on se tait. Si c'est le regime de discussion que vous croyez fltrir sous le nom de 'parlamentarisme' sachez-le, c'est le regime reprsentatif c'est la Rpublique sur qui vous osez porter la main!". - Pag. 98. M. TORRACA, Politica e morale (Napoli, 1878), p. 64: "Legalmente, abbiamo il sistema rappresentativo; realmente, domina un'oligarchia. Si ha un esempio pratico del come, mediante le istituzioni elettive, si possa giungere alla pi completa dittatura". - Pag. 98. Qualche esempio, tra gl'innumerevoli. Il MARSELLI, ai suoi elettori (1879): "Gravemente preoccupato dell'avvenire, ricordo con tristezza i bei tempi del nostro Risorgimento, e chiedo a me stesso se gl'italiani, che ebbero l'ingegno e la virt per unificare la patria, abbiano le qualit necessarie per farne uno stato prospero e forte". Il CRISPI, discorso dell 10 marzo '81: " un fatto che pi noi ci allontaniamo dai giorni della grande rivoluzione, e pi gli animi diventano gelidi e meschini, quasi antipatriottici" (Disc. parlam., II, 486). - Pag. 99. Sulla formazione del D'Annunzio, CROCE, Letteratura della nuova Italia, IV, 15-42. "Andrea Sperelli", com' noto,  l'eroe del romanzo Il piacere (1889), dove si leggono le parole riferite nel testo.
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Pag. 103. Per il motteggio del diplomatico russo, BUSCH, Mmoires de Bismarck (trad. franc., Paris, 1898- 99), II, 149-150: il Bismarck di suo aggiungeva sarcasmi peggiori. - Pag. 104. Si diceva, infatti, nei preliminari che le tre potenze erano animate dal desiderio "d'augmenter les garanties de la paix gnrale, de fortifier le principe monarchique et d'assurer par cela-mme le maintien intact de l'ordre social et politique dans leurs tats respectifs". Se ne veda il testo nella raccolta The secret treaties of Austria-Hungary, ed. by D. P. Myers e J.G. D'Arcy Paul, vol. I (Cambridge, 1920), p. 64. - Pag. 104. La visita si voleva dal governo austriaco fare restituire dall'imperatore a Torino, dicendo che qui era il "berceau" della casa di Savoia: al che l'ambasciatore italiano Robilant avrebbe risposto: "Le berceau, oui, mais pas le lit". - Pag. 105. Di questo sentimento tedesco, in occasione della Triplice, si trova ancora qualche accenno nel LAMPRECHT, Deutsche Geschichte, vol. di appendice, II, II, 221 sgg. - Pag. 105. Che la maggiore opposizione all'accoglimento dell'invito inglese facesse il ministro delle finanze, Magliani, il quale allora con l'aiuto della finanza francese preparava l'abolizione del corso forzoso,  notizia che ricordo di avere udita da uomini politici di quel tempo. Notizie tratte da documenti serbati nell'archivio Mancini sulle ragioni del rifiuto offre R. DE CESARE, Mezzo secolo di storia italiana (3 ediz., 1913), pp. 75-6: dalle quali viene confermato il giudizio dato nel testo. - Pag. 106. DE SANCTIS, Storia della letteratura italiana, ed. Croce (Bari, 1912), II, 423-4. - Pag. 106. Parecchie di tali incisioni sono riprodotte nella citata Italia del Comandini. - Pag. 108. Discorso del Bismarck alle delegazioni di Colonia del 24 aprile '95. - Pag. 108. Il CRISPI, nel suo discorso del 3 febbraio '79 (Disc. parlam., II, 344). - Pag. 108. Rassegne politiche del Bonghi nella Nuova Antalogia, gennaio '71, p. 240; dello stesso, Il bismarckismo (ivi, febbraio 71). - Pag. 109. Si veda l'Opinione del febbraio '71 (CHIALA, G. Dina, III, 788), e lettera del Cialdini dell'11 settembre '70 (in CASTELLI, Carteggio, II, 481). - Pag. 109. Le parole del Sella, nel GUICCIOLI, op. cit., II, 6. Il giudizio del Visconti Venosta, nel DE LAVELEYE, Lettres cit., p. 145. - Pag. 110. Conversazioni del Minghetti col De Laveleye, in Nouvelles lettres d'Italie (1884), pp. 67, 99. - Pag. 111. Il colloquio di Francesco Giuseppe con Vittorio Emmanuele  in CHIALA, Pagine di storia contemporanea (Dal congresso di Plombires al congresso di Berlino), p. 266. - Pag. 111. Si vedano i due scritti del SALVEMINI, La politica estera della Destra: 1871-76 (in Rivista d'Italia, 1924-25); e Alla vigilia del Congresso di Berlino (in Nuova rivista storica, IX, 1925, pp. 72-92: cfr. 274-279). - Pag. 111. Sui documenti pubblicati nel 1922 dal Ministero degli Esteri tedesco (Die grosse Politik der europischen Kabinette. 1871-1914), espone la situazione e la politica estera italiana dal '71 al '75 il SALVATORELLI (in Rivista storica italiana, XL, 1923, pp. 113-129), il quale conclude che "gi nel 1875 l'Italia si trovava in un isolamento alquanto pericoloso di fronte alla Francia ed alla Germania", n aveva intese precise coll'Austria-Ungheria; e tenderebbe ad accusare l'ultimo ministro della Destra, il Visconti Venosta, di essersi "addormentato in un dolce dondolamento tra Germania e Francia" (p. 129). - Pag. 111. Che l'Italia dovesse dimostrarsi "affatto disinteressata" era la tesi del Visconti Venosta (discorso alla Camera del 23 aprile '77), e cos anche che non si dovesse pensare ad annessioni (discorso del 9 aprile '78). Sulle ragioni della politica del Corti, e l'approvazione che meritava, si veda il discorso del Jacini al Senato, 21 gennaio '79; e cfr. il libro del JACINI iun., Un conservatore rurale cit., II, 92 sgg. Si veda anche il parere del Dina (in CHIALA, G. Dina, III, 557). - Pag. 111. Che l'Italia avesse nella politica europea, e nel congresso di Berlino, "acted as a conservative and a philanthropic Power" attestava il GLADSTONE, nel cit. art., p. 779. Quanto alla taccia d'incoerenza, si vedano il discorso del Visconti Venosta del 31 gennaio '79 e quello del Minghetti del 17 marzo '80: "La peggiore delle soluzioni  quella che avete adottata, cio di accettare di mal grado ci che non potevate impedire, avvegnach  stato evidente agli occhi di tutto il mondo il vostro malumore; e la politica del malumore  la politica della debolezza senz'altro vantaggio". Si veda anche l'opuscolo del MARSELLI, Raccogliamoci (Roma, 1878). - Pag. 112. Circa l'offerta di occupazione dell'Albania, il Visconti Venosta diceva al De Laveleye (Lettres cit., p. 245): "On a prtendu que nous avions des vues sur l'Orient, que nous voulions prendre pied en Albanie. Rve de cerveau brl! Conqute insense, dont la gographie et l'etnographie ne permettraient jamais l'assimilation, et que nous perdrions tt ou tard: en attendant, cause de dpenses et de faiblesse. Comme riverains de l'Adriatique, nous avons certes un intrt dans la question, mais un seul - et il est aussi celui de l'Europe - c'est que la pninsule des Balkans ne tombe pas toute entire aux mains d'un puissant empire, dont le voisinage serait pour nous, dans certaines ventualits, un danger et en tout temps une source d'inquitudes". - Pag. 112. Si vedano del Crispi i discorsi del 3 febbraio '79 e del 15 marzo '80: "L'Impero austro-ungarico  una necessit per noi. Quell'Impero e la Confederazione elvetica ci tengono a giusta distanza da altre nazioni, che noi vogliamo amiche, che devono essere nostre amiche, come furono altre volte nostre alleate, ma il cui territorio  bene non si trovi in immediato contatto con l'Italia". - Pag. 113. Le parole del Marselli sono nel suo discorso alla Camera dell'11 marzo '80. - Pag. 113. Della famiglia Imbriani si pu vedere la storia nel mio libro: Una famiglia di patrioti3 (Bari, 1949). - Pag. 114. Sull'irredentismo, [F. SALATA], Il diritto d'Italia su Trieste e l'Istria, documenti (Torino, 1914), spec. pp. 71-82, 555-616; G. F. GUERRAZZI, Ricordi di irredentismo. I primordi della "Dante Alighieri": 1881-1894 (Bologna, 1922). - Pag. 114. Sull'Oberdan, SALATA, Guglielmo Oberdan (Bologna, 1924). - Pag. 114. Il conte di Robilant, diventato ministro degli esteri nel 1886, diceva all'ambasciatore austriaco Ludolf, che gli faceva rimostranze e premure contro le manifestazioni irredentistiche: "Voi mi citate un caso isolato, il cui svolgimento esatto non mi  noto; ma io posso assicurarvi che fino a quando sto io qui al timone e la pace europea si mantiene salda, non ci sono da temere pericoli da parte dell'Irredenta. Ma, se dovese essere turbata questa pace, allora veramente io non garantisco di niente e di nessuno, neanche di me!". (Rapporto riservato del Ludolf al Klnoky da Roma, 5 marzo 1886). Il Bismarck, avuta notizia delle parole del Robilant, faceva scrivere il 5 maggio al principe Reuss a Vienna, che, in fondo, il Robilant aveva ragione. Vedi questi docc. in SALATA, G, Oberdan cit., pp. 210, 214, Il Treitschke, che nel 1875 prevedeva che nella prossima guerra il "generoso popolo italiano" sarebbe stato dal re e dalla diplomazia fatto marciare contro la Germania, nel compiacersi, nel 1883, del trattato della Triplice non lasciava di osservare che questa alleanza "si dovette conquistare col freddo senno politico, vincendo l'opposizione di violente passioni popolari. Agli intimi sentimenti degli italiani sarebbe indubbiamente riuscita pi gradita un'alleanza con la sorella latina, che non un'alleanza col secolare nemico, il tedesco; gi fin sui banchi della scuola gli italiani hanno appreso che il Brennero e il Carso formano il confine naturale della loro patria, per cui nel grido di: Trento e Trieste! si pu dire riecheggi una larga, diffusa aspirazione nazionale"; onde, senza l'ostilit della Francia verso l'Italia nel Mediterraneo, l'alleanza non sarebbe nata (v. CORNICELIUS, art. cit., p. 24). - Pag. 114. Per la storia delle origini della Triplice, CHIALA, Pagine di storia contemporanea cit., III, La triplice alleanza (Torino, 1893); G. SALVEMINI, La Triplice alleanza, in Rivista delle nazioni latine di Firenze, 1916, vol. I; A. SINGER, Histoire de la Triple alliance (trad. franc., Paris, 1915), se oltrepassato per quel che riguarda la storia del trattato, ricco di notizie per gl'incidenti che l'accompagnarono e gli echi nell'opinione pubblica; ma, soprattutto, si vedano i testi originali dei trattati nella citata raccolta: The secret treaties of Austria-Hungary, I, 64-73, 104-15. Quanto al rifiuto d'includere nel trattato impegni di politica interna, si veda la nota del Mancini all'ambasciatore De Launay, 10 gennaio '82 (in CHIALA, pagine cit., III, 245-47): dov' detto che "l'amicizia e l'alleanza dei due grandi stati, reclamate dai loro vicendevoli interessi, pu e deve rimanere indipendente dal funzionamento anche diverso delle rispettive interne istituzioni... Un pi intimo e cordiale riavvicinamento dell'Italia con la Germania non pu avere per condizione o per conseguenza una modificazione o un pregiudizio qualunque per il modo d'essere della nostra interna libert". Pare che la formola adottata poi nei preliminari fosse suggerita dall'Italia: cfr. SALVATORELLI, in Rivista stor. ital., XLII, 1925, pp. 132-3. - Pag. 116. L'accordo con l'Inghilterra del 12 febbraio. '87, al quale accedette il 24 marzo l'Austria-Ungheria, quello con la Spagna del 4 maggio e l'accessione dell'Italia il 12 dicembre all'accordo dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria circa l'Oriente, si leggono nella citata raccolta, pp. 94, 116, 124 sgg. - Pag. 116. R. CAPPELLI, La politica estera del conte di Robilant (in Nuova Antologia, 1 novembre '97): il Robilant, che fece precedere la rinnovazione del trattato da una saggia politica a tutela della pace europea, specie durante il conflitto serbo-bulgaro, disse poi al Cappelli, a proposito del modificato trattato della Triplice: "Lasciamo l'Italia apprezzata all'estero come non lo fu mai, e sicura come in una botte di ferro". - Pag. 116. "Man wird dabei kaum bestreiten knnen, dass von den beiden Staaten (Italia e Germania, entrambe giunte in ritardo e prive di colonie) Italien von Anfang an sein Ziel klarer erkannt und seine Mittel geschickter ausgewhlt hat. Es mochte allerdings mit der relativen militrischen Schwche des apenninischen Knigreichs zusammenhngen, dass das Land dabei stets so vorging, dass es einen offenen Konflikt mit einer anderen europischen Grossmacht vermied. Aber man wird Italien, das eine noch viel strkere Auswanderung wertvoller Arbeitskrfte aufwies und vielleicht noch mehr Grund hatte als Deutschland, einen politischen Zusammenhang zwischen seinen auswrtigen Landeskindern und dem Mutterlande aufrechtzuerhalten - man wird Italien auch an sich das Zeugnis nicht versagen knnen, dass es seine auswrtige Politik konsequent auf dieses Ziel eingestellt und die Bedeutung der Kolonialpolitik nie missachtet hat. Von Deutschland kann dies nicht in demselben Masse gelten. Seine kolonialen Erfolge waren zwar, was das Areal seiner Erwerbungen betraf, bedeutender als die Italiens. Es konnte von den brigen Staaten dank militrischen Pressionsmitteln Konzessionen erlangen, an die Italien noch nicht denken durfte. Aber die Konsequenzen aus diesem Programm wurden in der auswrtigen Politik nicht immer gezogen; die auswrtige Politik des Reiches in Europa wurde nicht so modifiziert, wie es infolge der neuen kolonialen Ziele ntig gewesen wre": E. FEUTER, Weltgeschichte der letzten hundert Jahre: 1815- 1920 (Zrich, 1921), pp. 434-5. - Pag.117. Per la storia della questione di Tunisi, CHIALA, Pagine cit., II, Tunisi (Torino, 1892); P. SILVA, Il Mediterraneo dall'unit di Roma all'unit d'Italia (Milano, 1927). - Pag. 118. Per la storia delle imprese italiane in Africa,  ora da rimandare a G. MONDANI, Storia coloniale italiana (Roma, 1927). Il FRIEDJUNG, Das Zettalter des Imperialismus, I (Berlin, 1919), pp. 180-82, mette in luce l'impresa italiana di Massaua come parte della politica inglese, che mirava a impadronirsi della valle del Nilo azzurro, e perci a soffocare, con l'aiuto degl'italiani, lo stato abissino.
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Pag. 121. Per uno schizzo del pensiero europeo nell'et positivistica, CROCE, Teoria e storia della storiografia (Bari, 1963), parte II, cap. VII (pp, 275-92). Il rivolgimento accaduto dopo il '48, e pi fortemente dopo il '60, in Italia,  descritto nell'altro libro, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono (Bari, 1964), II, 5 sgg. - Pag. 122. Sul Bertini e sul Berti, P. GODETTI, Risorgimento senza eroi (Torino, 1926), pp. 147-54, 271.320. Delle "religioni dell'avvenire" non ebbero eco in Italia n quelle forastiere, n le disquisizioni italiane, come del MAMIANI, La religione dell'avvenire (Milano, 1880). - Pag. 123. Per l'idealismo napoletano e la sua storia si veda il mio saggio sulla Cultura a Napoli dal 1860 al 1900 (in appendice al vol. IV de La letteratura della nuova Italia, spec. pp. 275-347); v. anche G. GENTILE, Le origini della filosofia italiana contemporanea (Messina, 1917-1923), particolarmente nel vol. III, e L. RUSSO, Francesco de Sanctis e la cultura napoletana (Venezia, 1928). - Pag. 125. Per le condizioni e le vicende degli studi storici, esposizione particolareggiata in CROCE, Storia della storiagrafia italiana cit., II, 35-122. - Pag. 127. Si veda, a contrasto, con quanta precisione di concetti e realismo di percezione trattasse problemi di questa sorta un vecchio hegeliano di Napoli, A. C. DE MEIS, Il Sovrano (ristampa a cura di B. CROCE, Bari, 1927). - Pag. 128. In esempio, le costruzioni del Pantaleoni (riforma del Senato da comporsi di competenti nei vari rami, e, sotto di esso, una Camera che rappresentasse il popolo e facesse udire "gli urli della belva", cio i suoi bisogni: in DE LAVELEYE, op. cit., 100-104); del Jacini (competenza del Parlamento ristretta solo alla difesa dello Stato, alla politica estera e alle finanze, decentrate tutte le altre parti dell'amministrazione, suffragio universale anche degli analfabeti, ma indiretto: in JACINI iun., op. cit., II, 21 sgg.); del Siliprandi (v. op. cit., di sopra a p. 288); e cos via. - Pag. 128. Del Mosca, la gi citata Sulla teoria dei governi e sul governo parlamentare, e poi gli Elementi di scienza politica (1895), ristampati con l'aggiunta di una seconda parte in Elementi di scienza politica (Torino, Bocca, 1923). - Pag. 130. Per la letteratura di quel tempo, il quadro  dato nella mia op. cit.: La letteratura della nuova Italia. - Pag. 133. Circa l'esercizio di stato e il pensiero dello Spaventa, v. MARSELLI, La rivoluzione parlamentare cit., pp. 29-30, e A. CANTALUPI, op. cit., pp. 143-4. - Pag. 133. Nell'ultimo ministero della Destra, la "testa forte" era lo Spaventa, fornito di quella energia che spesso difettava nei suoi colleghi e amici, il quale perci non piaceva molto al re, come si legge in CASTELLI, Carteggio, II, 557. Pag. 136. Sul Carducci, oltre la monografia speciale che  nel II vol. della Letteratura della nuova Italia (e a parte, 5 ed. accresciuta, Bari, 1953) si veda l'ultimo saggio del volume Poesia e non poesia. (Bari, 1955, pp. 334-41).
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Pag. 139. Per la preistoria, non meno che per la storia del socialismo e del marxismo in Italia, si vedano di preferenza i volumi bene informati di R. MICHELS, Storia del marxismo in Italia (Roma, 1909); Sozialismus in Italien, Intellektuelle Strmungen (Mnchen, 1925); Storia critica del movimento socialista italiano (Firenze, 1926). Una mera cronaca, ma abbondante di notizie,  in ANGIOLINI-CIACCHI, Socialismo e socialisti in Italia, storia completa del movimento socialista italiano dal 1850 al 1919 (Firenze, 1919). - Pag. 140. Pel Labriola, la cit. Storia della storiografia italiana, II, 123-41, [e ora il mio saggio: Come nacque e come mor il marxismo teorico in Italia: 1895-1900, in appendice al Materialismo storico, 10 ed., Bari, 1961]. I suoi scritti sul socialismo, anteriori ai Saggi, si trovano tra gli Scritti var (Bari, 1906). Ivi la conferenza Del socialismo (1889), dov' detto (p. 315): "Non ho appreso il socialismo dalla bocca di un gran maestro, e quel che ne so lo devo ai libri. Mi ci ha condotto il disgusto del presente ordine sociale e lo studio diretto delle cose". Di recente sono state pubblicate (ritradotte dal tedesco, e dagli originali ora serbati in Russia) le lettere del Labriola all'Engels, in una delle quali, da Roma, 3 aprile '90, si legge: "Ben pochi dei miei connazionali sono in grado di comprendere in qual modo un uomo, intento per lungo volger d'anni con ardore infaticabile alla filosofia astratta, proprio attraverso la filosofia insensibilmente siasi poi volto al socialismo, prendendo parte anche alla propaganda pratica. Ella non solo domin con lo spirito tutta la cultura contemporanea, ma rec in maniera degna il contributo suo allo sviluppo dell'idea socialistica. Ella quindi non stimer come contrario alla natura delle cose che un dotto dai vertici della filosofia morale di Kant, e passando attraverso la filosofia della storia dello Hegel e la psicologia dei popoli dello Herbart, sia giunto con convinzione alla necessit di professare pubblicamente il socialismo come se si trattasse di una sua missione naturale... Il graduale e non interrotto avvicinarsi ai problemi pratici della vita, il disgusto per la corruzione politica, la consuetudine coi lavoratori mutarono via via il socialista astratto nel socialdemocratico attivo". E in un'altra, del 21 febbraio '91: "All'Universit, ove, dopo tutto, ho trovato di bel nuovo coraggio e libera parola, attendo da parecchi mesi a svolgere la teoria materialistica della storia" (in Nuova rivista storica, XI, 1927, pp. 372, 373). - Pag. 141. Dei Saggi sulla concezione materialistica della storia del Labriola mi feci io, gi suo scolaro, sollecitatore ed editore nel 1895-98. - Pag. 141. Per il Devenir social e i suoi collaboratori italiani si vedano le Lettere di Georges Sorel a B. Croce, che sono state pubblicate nella Critica (a. XXV, 1927 e sgg.) - Pag. 141. Mi risparmio una rassegna di nomi, che pu trovarsi abbastanza copiosa nei citati libri del Michels. - Pag. 142. Di quel tema io fui, tra gli accademici, proponitore e relatore. Vi concorsero due giovani, V. Giuffrida de Luca e Arturo Labriola, entrambi pi tardi deputati e ministri del Regno d'Italia. - Pag. 142.  di quel tempo il libro del NITTI, Il socialismo cattolico (Torino, 1891). - Pag. 145. Per quel che riguarda il marxismo e il concetto di "forza" si veda la prefaz. del 1927 al mio libro Materialismo storico ed economia marxistica (ed. cit.) - Pag. 145. Il ravvicinamento del nome del Marx a quello del Machiavelli fu gi tatto da me nel 1897: v. Materialismo storico ed economia marxistica, pp. 106-7. Che il Machiavelli non fosse pi inteso nel periodo del positivismo (laddove ben l'aveva inteso il De Sanctis), si vede dal fiacco libro che scrisse intorno a lui il VILLARI (Nicol Machiavelli e i suoi tempi, Firenze, 1877-82), e che pass per libro classico. - Pag. 147. Alludo al libro di E. FERRI, Socialismo e scienza positiva: Darwin, Spencer, Marx (Roma, 1894): si veda, contro un altro di cotesti marxisti positivisti, A. LABRIOLA, Discorrendo di socialismo e filosofia (Roma; 1898), pp. 86-98. - Pag. 147. Per questa fase della storiografia, CROCE, Storia della storiografia italiana cit., II, 123-41. - Pag. 149. Per la Negri, come anche per il De Amicis, CROCE, Letteratura della nuova Italia, I, 156-77; II, 343-64. - Pag. 149. Anche pel Bettini, op. cit., II, 254-67. - Pag. 149. Alcune notizie sulla "belletteristica" socialistica in R. MICHELS, Elemente zur Geschicte der Rckwirkung des wirtschaltlichen und gesellschaltlichen Milieus auf die Literatur in Italien (nell'Archiv f. Sozialwissenschaft, 1923, vol. L, pp. 617-652). - Pag. 150. Per la caratteristica del D'Annunzio, del Fogazzaro e del Pascoli, e in generale intorno al relativo periodo letterario, v. i voll. IV e VI della cit. Letteratura della nuova Italia. - Pag. 151. M. DE VOG, La renaissance latine: G. D'Annunzio, in Revue des deux mondes, 1 gennaio 1895. - Pag. 151. Sulla "impurit" del marxismo italiano, la cit. Storia critica del MICHELS, spec. parte II, cap. III. - Pag. 153. Il CARDUCCI, al Senato, 13 aprile 1897, disse discorrendo sulla questione di Candia: "Oh tre figli nostri caduti, come porta la fama, per la liberazione di tutta la Grecia!...Prima i valvassori crociati di Lombardia, poi i baroni delle Puglie normanni, poi i mercanti cittadini dei comuni di Venezia di Pisa di Genova, poi i cavalieri savoiardi e piemontesi d'Amedeo, poi i gentiluomini di Lepanto, poi i liberali filelleni con Santarosa, poi i militi rossi di Garibaldi, ed ora i socialisti.  uno sfilare continuo d'Italia contro l'ultimo ed eterno barbaro. Salvete, flores martyrum! Primavera d'eroi della mia terra! Di qualunque credenza o partito fossero, martiri sono, dappoich espiarono col loro sangue il sangue sparso sotto i nostri cannoni a Hierapetra: sono primavera di eroi che preannunzia il rinnovamento d'Europa al crollare dell'Impero ottomano" (si veda in CARDUCCI, Opere, XI, 18-24). Sui volontar italiani, R. GARIBALDI, La camicia rossa nella guerra greco-turca del 1897 (nella Nuova Antologia del 16 luglio '98). - Pag. 153. Per la critica sopraricordata delle teorie marxistiche si veda il cit. libro Materialismo storico ed economia marxistica. - Pag. 154. Circa il Bernstein e il suo riconoscimento di quel che aveva appreso dalla critica italiana, cfr. le Lettere del Sorel, in Critica, XXV, 311. - Pag. 154. Per la scuola economico-giuridica della storiografia italiana, si veda Storia della storiografia italiana, II, 142-57.
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Pag. 157. Sul Crispi, V. RICCIO, Francesco Crispi, profilo e appunti (Torino, 1887); W. J. STILLMAN, Francesco Crispi, Insurgent, Exile, Revolutionist and Statesman (London, 1899); A. C. JEMOLO, Crispi (Firenze, 1924); v. anche l'opuscolo sincrono di G. Ferrero, Il fenomeno Crispi e la crisi italiana (Torino, Olivetti, 1894). Una raccolta curiosa  quella di T. GRAND-CARTERET, Crispi, Bismarck et la Triple alliance en caricatures (Paris, Delagrave, 1891). Ma principalmente sono da vedere i tre volumi di Discorsi parlamentari (Roma, 1915), e le lettere, i diar e i documenti pubblicati a cura del Palamenghi Crispi: I Mille (Milano, 1911); Politica estera (ivi, 1912); Carteggi politici inediti (Roma, 1912); Questioni internazionali (Milano, 1913); Ultimi scritti e discorsi parlamentari (Roma, 1913); Politica interna (Milano, 1924). - Pag. 157. Si veda il discorso del Crispi alla Camera del 4 marzo '86: "Mettete un uomo energico l (accenna al banco dei ministri), ma non un uomo che piega, che cede; non l'uomo che, per farsi una maggioranza, ha bisogno di beneficare i deputati, i quali alla loro volta debbono beneficare gli elettori: l'uomo con un programma sicuro, attorno al quale si riuniscono uomini sicuri e convinti; ed allora potrete sperare oche questi sette popoli decrepiti e viziati dal dispotismo divengano popoli ser e virtuosi. Sarebbe quest'uomo l'on. Depretis? Non ho bisogno di manifestarvi la mia convinzione contraria: l'on. Depretis  l'uomo assolutamente incapace a rendere i popoli virtuosi". - Pag. 158. Per esempio, C. MONZANI (25 marzo '78): "...M'inganner, ma io vedo con dolore la Sinistra finita e non ho troppa fede nelle deboli ed inesperte mani nelle quali  venuta.  grave il pensare che in due anni si sciup e si logor miseramente un grande tesoro di simpatia e di fiducia!" (Carteggi politici, pp. 359-60); F. PEREZ (30 marzo '78): "I tristi, che vollero impedire il governo all'unico uomo di stato eminente che resti oggi a quella che fu gi la Sinistra, si avvedranno fra non molto quanto male avranno fatto al paese, e quanto fugaci saranno le gioie d'una femminile vanit soddisfatta" (vol. cit., pp. 360-1). - Pag. 158. V. RICCIO (op. cit., p. 3): "Lo spirito pubblico si rinfranca, pensando che  lui ministro. Tanto a destra che a sinistra, tutti guardano a lui e sperano nella sua opera. Desiderato Chiaves e Giovanni Bovio, che seggono alla Camera in banchi affatto opposti, hanno a lui rivolto parole di lode e di fiducia. E sono spiriti sdegnosi, che non s'inchinano al potere, vaghi anzi di combatterlo". Il CORRENTI, nella lettera del 1887, recata a proposito del Depretis (v. sopra in queste annotazioni, pp. 279-80) concludeva: "Tu vi aggiungerai certamente (all'opera del Depretis) una scintilla di fuoco vitale, un raggio di successi fortunati, e a tempo e a luogo lo scocco. Il povero Depretis non ebbe fortuna che stando quatto...". Il principe di CAMPOREALE (23 ottobre '88): "La vostra politica ferma ed oculata ha rialzato il prestigio del paese pi di quanto non lo sia stato dalla costituzione del Regno" (Carteggi cit., p. 430). N. MARSELLI (20 ottobre '88): "Ed ora che alle storiche feste per la venuta dell'imperatore di Germania succede il raccoglimento de' pensieri e l'attivit del lavoro, mi sia lecito di mandare una forte stretta di mano all'uomo di stato che alla politica della Triplice alleanza ha dato una cos vigorosa intonazione" (op. cit., p. 429). A. MORDINI (14 luglio '89): "Tu per la patria hai operato fin qui eccelse cose, e molto pi potrai... Dall'indirizzo della politica estera  lecito aspettare onore, gloria, aumento di potenza all'Italia" (vol. cit., p. 465). A. LEMMI, gran maestro della Massoneria, all'"illustre, venerato e caro fratello" (25 giugno '88): "Plausi e ringraziamenti per la energica e sapiente opera con la quale, come capo dello Stato (sic), trasfondete i princip massonici di libert e di giustizia nei movimenti e riordinamenti del consorzio civile... L'indipendenza restituita alle urne amministrative e politiche, e nel tempo stesso eccitato con nobile esempio il sentimento del dovere negli elettori; provveduto all'infanzia abbandonata; condotto a termine il codice sanitario, iniziato sotto il vostro predecessore dal compianto fratello Bertani; riformati e resi pi umani i regolamenti della prostituzione; presentata la legge comunale e provinciale; concesse con larga generosit somme e pensioni alle vedove e agli orfani dei patriotti; data sincera e prudente opera al mantenimento della pace fra i popoli; rinvigorita con saggezza civile la lotta contro il Pretendente del Vaticano: voi, Illustre fratello, bene a ragione siete proclamato in tutto il paese instauratore delle pubbliche libert, rivendicatore della forza e del decoro della Nazione" (Carteggi cit., pp. 424-5). - Pag. 161. F. CRISPI, alla Camera, 5 dicembre '78: "Signori, comincio per farvi una professione di fede. Io ritengo che gli statuti non creino diritti, che i diritti individuali siano innati, anteriori a qualunque carta scritta" (Disc. parlam., II, 315). E alla Camera, come presidente del Consiglio, il 26 novembre '87: "L'on. Ferrari ha parlato di possibili dittature. In verit io non vedo la stoffa del dittatore in questa Camera, non ne vedo neanche le abitudini. Dir di pi, o signori. L'Italia  un paese troppo fatto per la libert per poter tollerare dittature. Una delle glorie maggiori della patria nostra  questa: che l'Italia si  fatta per mezzo della libert, senza stati d'assedio, senza violenze, con il consenso del popolo; e quindi, una volta costituita la nazione, non pu temere della libert: essa la tiene anzi come la base della sua vita, e chiunque osi attentarvi, di qualunque parte sia, trover nella immensa maggioranza del popolo italiano una resistenza e una forza che faranno cadere tutti i tentativi che mai potessero osarsi" (op. cit., II, 872). - Pag. 161. Per il Crispi, la guerra era "un gran delitto internazionale" (Ultimi scritti, p. 293). Si veda il discorso del '90, per l'indipendenza e l'autonomia dei popoli (vol. cit., p. 362). Ivi anche (p. 286 sgg.) la storia del conflitto con la Francia, quale egli la ricostruiva. Lettera del Crispi al Brachet (nell'opuscolo di costui Al misogallo signor Crispi, v. pi sotto): "Vous vous trompez en me croyant l'ennemi de la France. C'est un culte pour moi que l'indpendance des nations: leur libert a t le rve de toute ma vie. Je serais heureux si, avant de mourir, je pouvais voir amis et confdrs tous les peuples de l'Europe". - Pag. 161. Si veda, circa il giudizio del Crispi sul Cavour, anche un aneddoto narrato dal MARTINI, Due uomini dell'estrema cit., p. XII. D'altra parte, a lui solo si attribuivano pensieri di "avventure internazionali": v. nel libro che va sotto il nome di P. VASILI, La socit de Rome (Paris, 1887), pp. 338-9. Per le accuse del Crispi alla politica estera della Destra, si veda suo discorso alla Camera del 3 febbraio '79 (Disc. parlam., II, 332 sgg.). Circa la guerra del '66, v. Ultimi scritti, pp. 279-282. - Pag. 162. La parola "megalomania" fu messa in circolazione dagli articoli del senatore Jacini, Pensieri sulla politica italiana, nella Nuova Antologia del giugno '89: v. S. JACINI iun., op. cit., II, 207-211. - Pag. 163. Circa l'affetto e il fervore del Carducci pel Crispi, v. CARDUCCI, Opere, XII, 443-462, e l'ode Alla figlia di Francesco Crispi: X gennaio MDCCCXCV. - Pag. 163. Sulla politica estera del Crispi, G. SALVEMINI, La politica estera di F. Crispi, in Rivista delle nazioni latine di Firenze, 1 maggio 1918. Giudizi del Crispi sulla Triplice, in Questioni internazionali, p. 278 sgg.: v. anche il suo discorso di Palermo del 1892. - Pag. 164. Pei sospetti francesi contro l'Italia e contro il Crispi, anteriori al suo ministero, v. i due opuscoli di A. BRACHET, L'Italie qu'on voit et l'Italie qu'on ne voit pas (Paris, Hachette, 1881), e Al misogallo signor Crispi.  propos de l'Italie que l'on voit ecc. (Paris. Plon, 1882). Sulle relazioni italo-francesi del periodo crispino, A. BILLOT, La France et l'Italie. Histoire des annees troubles: 1881-1899 (Paris, Plon, 1905, due voll.). - Pag. 165. Sull'allarme del luglio '89, v. CRISOI, Politica estera, p. 314 sgg. Il GIOLITTI, Memorie, I, 47-8, racconta: "Io mi trovavo, d'estate, in campagna a Cavour, quando egli (Crispi) mi telegraf di venire senza indugio a Roma. Arrivato, quando fui nel suo gabinetto, egli mi disse senz'altro, ex abrupto, che dovevamo aspettarci un colpo di mano della Francia sulla Spezia. - Come? - esclamai io - siamo in guerra con la Francia? - No, - mi rispose egli, -  la Francia che si prepara ad attaccarci d'improvviso, con un colpo di mano, che  imminente. - Io gli replicai che non credevo assolutamente alla cosa, e gli detti buone ragioni del mio scetticismo; tra l'altro, era incomprensibile che la Francia, che possedeva allora una flotta tre volte superiore alla nostra, si prendesse l'odio di una cos enorme violazione del diritto, per fare un colpo di assai dubbia convenienza. Ma egli rimaneva fermo nella sua convinzione, come non avesse alcun dubbio della cosa... Quando poi fui presidente del Consiglio e ministro degli interni, scopersi che quella sorprendente informazione Crispi l'aveva avuta da un agente che teneva presso il Vaticano, e l'aveva accettata senz'altro come vera senza curarsi di appurarla". [L'aneddoto dell'ammiraglio Hewett  raccontato con precisi particolari nel giornale il Lavoro di Genova, 4 agosto 1931.] - Pag. 166. L'opposizione alla Triplice era soprattutto lombarda, e non solo dei democratici e repubblicani, ma anche di conservatori. Il NEGRI (Segni dei tempi cit., p. 227, in uno scritto del 1895), parlando degli uomini di Sinistra: "Volendosi pur distinguere dai loro antecessori, non hanno trovato altro modo possibile che quello di governar male. Ed hanno governato tanto male che son riusciti a quello a cui, certo, non sarebbe riuscito nessun governo veramente moderato, ad avvincere l'Italia a quelle nazioni che a lei non erano punto affini, e ad inimicarla, forse in modo irrimediabile, con quella sola che le sarebbe stato supremamente utile conservarsi amica. Quanta tristezza quando si pensa che Cavour telegrafava allo sventurato Napoleone, onde persuaderlo a lasciar fare l'unit d'Italia: Ne laissez pas dtruire le seul alli possible de la France!". - Pag. 167. Lettera del Bonghi dell'8 febbraio '93 al giornale Le Matin (R. BONGHI, Questioni del giorno, Milano, 1893, pp. 149-150). - Pag. 167. Crispi a P. Martini 27 dicembre '91): "Io combattei acerbamente l'impresa di Mancini limitata a Massaua, ma poscia, riflettendoci e studiando, mi convinsi che se ne potesse trar profitto" (Carteggi cit., p. 467). - Pag. 168. Sull'africanismo e le speranze riposte in esso, v. TURIELLO, op. cit., I, 41 sgg. - Pag. 169. Sull'opera del Tosti, si vedano (oltre quel che se ne dice nei citati documenti crispini) il DE CESARE (nella Nuova Antologia, 1 giugno 1898), e il card. CAPECELATRO nella commemorazione del Tosti (in Problemi moderni, Roma, 1904): e, pi di recente, E. CARLOY, Il tentativo dell'ab. Tosti posto nella sua vera luce (nella rivista Le opere e i giorni, 1932, fascicolo di novembre-dicembre). - Pag. 170. La politica gallofila e italofoba del Rampolla, preparatasi dal 1887 al 1890, si fece particolarmente velenosa nel 1890-1893: nel 1891, accadde l'insulto che pellegrini francesi osarono fare alla tomba di re Vittorio Emanuele nel Pantheon. - Pag. 171. Sugli esili dai comuni nelle Romagne, TURIELLO, op. cit., I, 207-8. - Pag. 172. Del merito del Crispi come amministratore rende testimonianza anche il GIOLITTI, op. cit., l, 46-7: "Possedeva un senso d'amministrazione severo, proprio dell'uomo di governo: ricordo che, quando ero con lui ministro del Tesoro, avendo dovuto procedere contro un suo amico, non ebbi da lui, nonch ostacoli, nemmeno raccomandazioni". - Pag. 174. L'abbondante letteratura sulla crisi bancaria di quegli anni si trova raccolta nella monografia di E. WILMERS- DOERFFER, Notenbanken und Papiergeld im Knigreich Italien seit 1861 (Stuttgart-Berlin, 1913: nella raccolta degli stud economici diretta dal Brentano e dal Lotz). - Pag. 176. Le parole riferite sulle pretese degli operai sono del CORSI, L'Italia: 1870-1895 (Torino, 1896); p. 371. - Pag. 177. A. LABRIOLA, Ad un operaio socialista (1890): "Guardate alla Germania e udite come gli operai di tutto il mondo, esclamano: - Guardiamo alla Germania! - A guardarci bene, ci s'impara come il proletariato di lass cammini sicuro, non alla rivoluzione di un anno, ma alla conquista stabile e duratura della posizione nella quale  pur lecito dettare un nuovo diritto. La Democrazia sociale di Germania  la educatrice della nuova storia" (Scritti var, p. 344; e cfr. ivi, pp. 345-8, l'indirizzo I socialisti italiani ai socialisti tedeschi per il congresso di Halle del 1890). - Pag. 177. Sui casi di Sicilia, oltre lo stesso CRISPI, Politica interna, p. 288 sgg., E. CAVALIERI, I fasci dei lavoratori e le condizioni della Sicilia (nella Nuova Antologia, 1 gennaio '94); N. COLAIANNI, Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause (Palermo, Sandron, 1894); P. VILLARI, La Sicilia e il socialismo (nella Nuova Antologia, luglio-agosto 1895).  da leggere, a proposito dell'equivoco coltivato dai socialisti in Sicilia, lo scritto del LABRIOLA: Su un filo di rasoio (1 gennaio '94, in Scritti var, pp. 385-88). - Pag. 179. Per la politica finanziaria del Sonnino nel ministero Crispi, A. SALANDRA, Due anni di finanza (nella Nuova Antologia del 16 maggio '96). - Pag. 179. Circa la Triplice dopo il suo primo ministero, accenni del Crispi nella lettera al Desmarest sugli "Stati uniti d'Europa", in Ultimi scritti, pp. 386, 390. Il trattato della Triplice era stato rinnovato dal Rudin il 6 maggio '91 con modificazioni che consideravano l'eventualit di un'azione dell'Italia nell'Africa settentrionale, in Cirenaica, Tripolitania e Tunisia. - Pag. 180. A proposito dell'invocazione di Dio (alla quale fece eco il Carducci, nel discorso La libert perpetua di San Marino, del 30 settembre '94: in Opere, X, 323-44: cfr. pp. 330-32), v. lettera del Crispi: (18 settembre '94) al Lemmi, che gli aveva mosso rimostranze nome dei fratelli massoni: "Voi sviate la questione e date forza al vero nemico della Patria. Gli anarchici hanno scritto sulla loro bandiera: n Dio, n Capo. Io chiamai a raccolta tutti gli uomini onesti, tutti coloro che vogliono salvare la societ dagli imminenti pericoli, scrivendo sulla nostra bandiera: con Dio e col Re, per la Patria. La formula  una conseguenza logica di quella del Mazzini dopo il plebiscito del 21 ottobre 1860. A questo grido di allarme voi vi opponete supponendo reazioni politiche ed un mondo nuovo contro la conquista della libert, che nessuno pi di me sapr e potr difendere. Col vostro contegno, od allontanandovi da me, voi aiutate l'anarchia, che si fa avanti colla dinamite e col pugnale. Me ne duole, ma non per questo indietregger dalla via che ho preso a percorrere" (Carteggi cit., pp. 519-20). - Pag. 182. Del Barbato, uomo retto e coraggioso, corse divulgata in opuscoli popolari l'autodifesa; Il Socialismo difeso da Nicola Barbato al Tribunale di guerra (Roma, 1895). - Pag. 183. Per le cose d'Africa, la letteratura  assai copiosa: ci restringiamo a ricordare le Memorie d'Africa di uno dei principali responsabili, il BARATTIERI (Torino, 1898). - Pag. 183. CESARE AIRAGHI, Scritti var, pubblicati a cura del colonnello Pezzini e del tenente Di Giorgio (Citt di Castello, 1901). Nella prefazione dei due ufficiali, p. 28, si fa notare l'"illusione di poter conquistare un impero senza spender milioni e senza sparger sangue: cos si arriv ai facili successi del 1894-1895, e quindi, logica inesorabile conseguenza, ai disastri del 1896". GIOLITTI, Memorie, I, 46: "Il Crispi era indiscutibilmente un fervido patriota, che pensava altamente dell'Italia ed avrebbe voluto condurla a sempre pi alti destini. Era uomo di grande energia, di mente larga e pronta, ed aveva idee molto chiare nel suo programma generale; a cui non corrispondeva per una eguale attitudine a curare i particolari e l'esecuzione. Il disastro d'Adua, a mio avviso, fu appunto una conseguenza di questa manchevolezza; egli aveva tracciato un largo ed audace programma di offensiva, sproporzionato per alla potenzialit del paese; non ne seppe curare l'esecuzione ed adeguare i mezzi allo scopo, avventurandosi con mezzi insufficienti, che furono la ragione principale della disfatta". - Pag. 185. La lettera del Crispi alla moglie, del 30 giugno '97, in Carteggi cit., pp. 536-7.
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Pag. 189. Per le ultime operazioni in Africa, L. DAL VERME, Il ministero e la campagna d'Africa dopo il maggio 1896 (nella Nuova Antologia, 16 dicembre '97). Pag. 190. Sulla tentata impresa cinese, accenno e giudizio in GIOLITTI, Memorie, I, 145. - Pag. 191. Per le relazioni con la Francia durante il ministero del Rudin, BILLOT, op. cit. - Pag. 192. A. LABRIOLA, Esame di coscienza (1 maggio 1896): "La legge di eccezione del domicilio coatto  scaduta. Crispi  caduto. I colpiti dai tribunali militari di Sicilia e della Lunigiana sono tutti in libert. Due di essi, Bosco e De Felice, passarono direttamente dal reclusorio al Parlamento. I socialisti son cresciuti di numero in tutta Italia; e con essi son cresciuti i circoli ed i giornali. Dalle elezioni generali del giugno in qua, e per tutte le elezioni parziali e suppletive, tredici sono ormai i rappresentanti del socialismo alla Camera dei deputati. Arrivando al potere il nuovo ministero, si  sentito da pi parti invocare la pacificazione generale; e in questo grido c' di certo la chiara confessione, da parte di quei liberali che non hanno ancora perduto il senso comune, che le persecuzioni contro i socialisti non approdano a nulla. Le previsioni che erano negli animi, e che correvano per le bocche di tutti in questi due ultimi anni, si son, dunque, avverate. Il movimento siciliano ha fatto scuola. Le persecuzioni han rinforzato il socialismo; ed il partito n' uscito pi grande di numero e pi consistente nei propositi e nelle azioni.. I socialisti non vanno in cerca delle persecuzioni. La loro via  chiara ed  precisamente tracciata. Far propaganda, rivoluzionare i cervelli, organizzare in partito politico i proletar: ecco tutto; - e il resto verr da s, perch, solo dal momento che i proletari avranno il predominio nei poteri pubblici, comincer ci che dicesi rivoluzione sociale, della qual parola ora molti abusano, quasi avessero essi soli della cosa il monopolio, o potessero avviarla come una privata impresa". La difficolt in Italia era che "anche oggi molti operai ondeggiano sempre fra intendimenti e metodi opposti, e spesso si mostrano restii a mettersi per la via della organizzazione politica, della lotta di classe" (in Scritti var cit., pp. 355-58). - Pag. 193. A. LABRIOLA, L'Universit e la libert della scienza (Roma, 1897), pubblicato da me, avendo il Consiglio accademico dell'universit di Roma opposto ostacoli e richiesto modificazioni per la stampa nell'annuario, - Pag. 193. L'articolo del Sonnino (pubblicato con la firma "Un deputato" e col titolo Ritorniamo allo Statuto)  nella Nuova Antologia del 1 gennaio '97. - Pag. 194. Pei fatti del 1898, notizie in N. COLAIANNI, L'Italia nel 1898, tumulti e reazione (Milano, s. a., ma 1898). - Pag. 195. Tra le manifestazioni contro i tribunali militari di quell'anno si veda anche una mia lettera nell'opuscolo di V. PARETO, La libert conomique et les vnement d'Italie (Lausanne, 1898), pp. 99-100. - Pag. 196. A. LABRIOLA, I fatti di Milano, lettera al Turati del 26 giugno '99: "Ben altra crisi che non quella della scienza, ha attraversato ed attraversa l'Italia da un anno in qua! La Critica sociale, tornando in vita, documenter, con l'esempio della continuata e migliorata discussione, di quanto giovamento sia stata per tutti la lezione delle cose. Il primo frutto  questo, che i socialisti sapranno dir meglio che non sapessero in passato quanto sia difficile e complicata la lotta che tocca loro di sostenere. Se per l'effetto della lezione delle cose il partito rimarr libero dell'ingombro dei facilisti, tanto meglio: - e sia lodata anche la cos detta crisi del marxismo, che mette fuori delle file quelli i quali confondevano con le loro illusioni personali di trionfi a breve scadenza la teoria catastrofica di C. MARX!".  necessario che gl'italiani sappiano "come il partito socialista non abbia inteso mai, n intenda, di organizzare delle rivolte; e come esso, anzi, per le condizioni proprie dello sviluppo economico e politico d'Italia, si trovi limitato nella sua azione normale e progressiva dal risorgere continuo delle agitazioni violente ed intempestive". Ma anche per un altro verso "sembra opera di falsa carit il negare che nel partito c' dissenso, non dir di princip, ma di umori. Da ci non si verr ad alcuna scissura; ma quei dissensi devono essere pur chiariti o rimossi con la discussione, con la persuasione, col metodo intuitivo delle necessit presenti. Bisogna che cos i focosi come gl'intiepiditi, cos gli illusionisti come quelli che serbano troppo vive impressioni dei casi di maggio, sottopongano a regolare revisione le impressioni ed i giudiz loro, per rassegnarsi alle norme del fattibile... Io credo fermamente che il partito ha guadagnato, anzi che perdere, dopo le ultime traversie; e, se ha perduto, ha perduto ci che era inutile o nocivo ci fosse. Molti hanno perduto il figurino del mondo avvenire, che recavano sicuramente in tasca. A molti sar passata la tentazione di appellarsi ad ogni pi sospinto all'autorit dei princip astratti. Altri si saranno accorti che i compagni, che s'intiepidiscono, erano stati per lo innanzi e ab origine dei dilettanti di novit. Anche molti di quelli che avevano una certa pratica politica si saranno finalmente persuasi, che non vale di dommatizzare sulle massime della tattica, quando manchi il tatto" (Scritti var, pp. 396-401). - Pag. 200. Sul D'Annunzio deputato, E. COSTANTINI, D'Annunzio, Altobelli e il discorso della siepe (nella Rivista abruzzese di Teramo, XXXIV, 1919). - Pag. 200. Sull'opera compiuta dagli oppositori a pro della libert, P. PARAFAVA, Dieci anni di vita italiana: 1899-1909, cronache (Bari, 1913), I, 87, in occasione delle elezioni imminenti, rivolgendosi a un ideale elettore: "Se mai qualcuno le avesse detto di votar pel candidato ministeriale per salvare le istituzioni, l'unit d'Italia, l'ordine, la societ, il 'retto funzionamento delle istituzioni parlamentari', il bene dei 'buoni' operai, dia retta a me, non l'ascolti: son bugie. Voti pel candidato di opposizione, chiunque sia, fosse il diavolo, non importa. Votando per il candidato di opposizione, votiamo per la giustizia e per la libert; votando pel candidato governativo, votiamo per la frode e per la tirannia. Forse le han detto che i candidati d'opposizione sono parolai, ambiziosi, arruffoni. Ve ne sar. Ve n' in tutti i partiti. Non guardo agli uomini, guardo ai fatti e alle idee. Io vedo che questi parolai, ambiziosi e arruffoni hanno tenuto testa per due anni contro i cos detti 'uomini d'ordine' che volevano annientare le libert statutarie. Vedo che, senza questa 'minoranza faziosa' noi non avremmo pi n libert di stampa, n libert di pubblica discussione, n libert di sciopero; vedo che, senza questa minoranza faziosa, gli uomini d'ordine avrebbero eretto a sistema parlamentare la violenza e la frode. 'Il paese  con noi' dicono gli 'uomini d'ordine'. Che sar dell'Italia se l'esito delle elezioni desse loro ragione? Dovremo ripetere col Carducci: 'La nostra patria  vile'? Diamo torto al poeta; votiamo pel candidato d'opposizione, sia giolittiano, zanardelliano, radicale, repubblicano o socialista. Questa alleanza vivr... quel tanto che potr vivere. Non importa. Oggi vive,  sana e robusta, perch le circola dentro il sangue della libert, perch  sincera, spontanea, necessaria, fatale, utile". - Pag. 200. Cfr. M. TORRESIN, Statistica delle elezioni politiche del 3 giugno 1900 (in Riforma sociale di Torino, 15 agosto 1900). - Pag. 201. Ricordo di aver udito, in quei giorni, da una dama di corte che, sebbene il centro dell'opposizione antimonarchica e del socialismo fosse la citt di Milano, re Umberto si riempiva di gioia a ogni nuova manifestazione dell'attivit economica e civile di quella citt, e diceva che non importava gli desse travaglio politico e gli mostrasse ostilit personale, quando con le sue opere "faceva onore all'Italia".
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 9.
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Pag. 203. Per questo periodo si ha il racconto del GIOLITTI, Memorie, I, 161-268. Si vedano anche gli estratti dei suoi discorsi nel volumetto: Giolitti, a cura di L. Salvatorelli (Milano, Caddeo, 1920). Anche da tenere presente F. PAPAFAVA, op. cit., vol. I. Sulla figura del nuovo re, G. A. ANDRIULLI, Vittorio Emanuele III (Roma, Formiggini, 1925). Un tentativo di racconto dell'intero decennio  in ARTURO LABRIOLA, Storia dei dieci anni: 1899-1909 (Milano, 1910). - Pag. 205. S. SONNINO, Quid agendum? (nella Nuova Antologia, 16 settembre 1900). Gli rispose nella stessa rivista (16 ottobre) G. ALESSIO, Partiti e programmi. Sulla confessione che poi il Sonnino fece al Giolitti, v. Memorie cit., I, 149-50. - Pag. 208. PAPAFAVA, op. cit., II, 461 (1905): "Mai uomo di stato italiano ha tanto portato (quanto il Giolitti) nella pratica la teoria dell'egual diritto per tutti i partiti e tutte le classi. Fu compensato da un formidabile assalto rivoluzionario e reazionario, che lo costrinse a nuove elezioni. E le nuove elezioni gli han dato una maggioranza anche pi infida della precedente. Di qui all'estrema Destra e all'estrema Sinistra raddoppiamento d'accuse contro l'opportunismo, l'equilibrismo, il cinismo, il nichilismo di Giolitti: come se, data la Camera come l'hanno fatta gli elettori, il barcamenare non fosse imposto, pena il cadere". - Pag. 209. Sul socialismo di allora  da leggere: I. BONOMI, Le vie nuove del socialismo (Palermo, 1907). - Pag. 211. Sulla democrazia cattolica, R. MICHELS, Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano (Torino, 1908), p. 223 sgg. - Pag. 212. Sulla politica vaticana, C. CRISPOLTI, Pio X e un episodio del partito cattolico in Italia (Roma, 1913). - Pag. 212. Le parole riferite sono prese dalle cronache politiche del PAPAFAVA, op. cit., I, 152. - Pag. 215. Sul progresso economico, v. i dati raccolti nei Cinquant'anni di vita italiana, nel KING-OKEY, op. cit, appendice alla terza ediz., nel LMENON e nel PORRI, opere cit.; nel COLAIANNI, Il progresso economico (Roma, 1913), e nelle Memorie del GIOLITTI. - Pag. 216. Sull'emigrazione italiana e l'imperialismo, v. le osservazioni di O. MALAGODI Imperialismo: la civilt industriale e le sue conquiste (Milano, 1901), pp. 368-76. Nella speciale monografia di R. P. FOERSTER, The italian emigration of our times (Cambridge, Harvard Univ. Press, 1919): "One honour indeed Italy enjoys upon which little or no stress has been laid. Her blood makes its contribution to the great world races... The Italian blood will count in the remotest future of Europe and North Africa, of South and North America, and in some important countries it will count for a great deal" (p. 506). "What shall be thought of the mountains of labour performed by the Italians in the countries where they go? A poet might make an epic out of it. It is a tale which deserves never to be forgotten, a tribute to hardihood and energy" (ivi). Certo, sarebbe desiderabile che questo lavoro italiano si appoggiasse a un impero politico; "The Italian people are one of the priceless assets of the world. What the world may bain by making Italian emigrants and their children into citizens of other countries is as nothing compared with what it may gain from continuing in a Greater Italy their language, their traditions, their finest spirit as it breathes in the arts of civilization" (p. 524). - Pag. 217. Pel carattere e il disegno della mia esposizione non ho potuto, n per questo n per gli altri periodi, mentovare se non alcuni dei molti uomini benemeriti che, ciascuno a suo modo e secondo le sue attitudini, contribuirono all'opera politica e amministrativa italiana, "alla preparazione e all'educazione del popolo italiano nel periodo prebellico", come dice l'ALESSIO (Commem. di L Luzzatti cit.), il quale (pp. 67-8) ne ricorda affettuosamente parecchi. Gioverebbe per essi comporre un libro di profili e biografie, ed  da augurare che ci sia chi si accinga a quest'opera doverosa e civilmente giovevole. - Pag. 218. Per la politica del Prinetti nella questione della Tripolitania, alcune notizie sono nel DE CESARE, Mezzo secolo, ed. cit., pp. 113-15. - Pag. 221. Sulla annessione della Bosnia-Erzegvina e la convenzione italo-austriaca, oltre quel che se ne dice nelle Memorie del Giolitti, si veda il racconto del ministro italiano degli esteri, Tittoni (in Nuova Antologia; marzo-aprile 1928, col pseudonimo di Veracissimus).
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Pag. 225. La "reazione al positivismo" e il risorgere della filosofia, e, con essa o accanto ad essa, del sentimento mistico e dell'interessamento religioso in tutta l'Europa, via via dopo il '90 e con moto accelerato dopo il 1900, richiederebbero un intero volume, che ne discernesse ed esponesse le forme diverse e spesso opposte e ne narrasse gli svariati incidenti: basti qui aver accennato alla internazionalit del movimento. - Pag. 228. Che cosa fosse il dannunzianesimo per gli adolescenti intorno al 1900, dice uno di questi, G. A. BORGHESE, Gabriele d'Annunzio (Napoli, 1909), pp. 174-6: "I libri del D'Annunzio gli danno... ville sul mare, passeggiate a cavallo, vestiti d'ultimo figurino, successi mondani. Gli danno cortigiane famose, scenar luminosi, immagini di terre lontane. Per giunta, gli danno ragione, gli dicon che ha ragione lui, l'adolescente, a volersi emancipare, a voler 'abolire i divieti'... Le ore neghittose della torbida pubert suggeriscono sogni bislacchi: i fogli dell'atlante geografico si imbrattano d'itinerari, che descrivono interminabili viaggi, e di linee e convergenti e divergenti, lungo le quali l'esercito del futuro Napoleone d di cozzo contro le. schiere nemiche e, dopo tre giorni di stratagemmi, le mette in fuga, fondando Imperi di sterminati confini. Qualcuno s'abbandona magari all'innocuo capriccio di disegnar penisole ed isole pi frastagliate e pittoresche d'aspetto che non siano l'isole e le penisole di questo basso mondo. Anche questi uomini trovano sfogo nella fantasia dannunziana: splendide tirannidi, viaggi senza meta, conquiste fulminee e figlie di re barbari stuprate...". A riscontro e contrasto, si rammenti il giovinetto italiano, quale emergeva dal sogno romantico e patriottico, nei versi del Carducci (Ai miei censori, 1871): "E il giovinetto pallido, a cui cade Sugli occhi umido un velo, Sogna la morte per la libertade In faccia al patrio cielo". - Pag. 230. Il programma della Critica (1902)  ristampato in fondo al vol. II di CROCE, Conversazioni critiche,(Bari, 1950), pp. 353-57: si veda anche il Contributo alla critica di me stesso, che  del 1915 (3 ed., Bari, 1945). Per una trattazione complessiva si noti, tra le molte monografie, quella recente di F. FLORA, E. Croce (Milano, 1927). - Pag. 232. Ragguagli sulla estensione fuori d'Italia di quel pensiero si trovano (fino al 1919) in G. CASTELLANO, Introduzione allo studio delle opere di B. Croce, note bibliografiche e critiche (Bari, 1920) e (fino al 1941) in L'opera filosofica, storica e letteraria di B. Croce (Bari, 1942). - Pag. 232. Questo punto della sostanziale incomprensione, o del fraintendimento dell'opera esercitata dalla Critica in quel che aveva d'intimo e di proprio, fu gi avvertito e schiarito da M. VINCIGUERRA, Un quarto di secolo: 1900-1925 (Torino, Gobetti, 1925), pp. 17-24. - Pag. 233. La mia netta opposizione e la mia critica di princip a cotesta corrente dell'irrazionalismo di moda, che veniva ad attraversare l'idealismo di tradizione classica, fu fatta gi nel 1913, in un saggio che  ristampato nelle Conversazioni critiche, serie seconda, pp. 67-95. D'allora in poi, quello pseudoidealismo ha peggiorato e anche le mie censure sono diventate pi aspre: come si pu vedere nelle raccolte dei miei saggi e nella rivista la Critica, che ha continuato da sola l'opera sua. - Pag. 233. Intorno a G. Gentile, che  il filosofo dell'"idealismo attuale", il VINCIGUERRA (op. cit., p. 30) scrive: "Il panlogismo gentiliano, nella sua elastica astrattezza e nella facilit di meccanizzazione dialettica, presta i suoi trampolini a tutte le spiegazioni e a tutte le giustificazioni, anche meglio del latinorum di don Abbondio. Nel gioco dialettico ricco di sottintesi capziosi tra la logica astratta e la logica della realt e con tutte le scappatoie di uno stile da iniziati - che d una tal quale idea di massoneria filosofica - si presenta come una delle tante forme della sofistica, una forma affine, nei suoi effetti pratici, al probabilismo dei gesuiti". E pi oltre: "Il Gentile  in certo modo il teologo del futurismo" (op. cit., p. 31). - Gli odierni laudatori notano, in altro tono, le stesse cose,  anche di pi gravi: "Se Vautrin, nel mirabile discorso che tiene dall'alto di Parigi al suo nuovo discepolo Eugenio di Rastignac, avesse potuto essere al corrente della filosofia del secolo ventesimo, avrebbe certamente dato la sua adesione alla dottrina dell'Atto... Con questa filosofia crollano le superstiti impalcature d'ogni trascendenza; con questa filosofia dileguano le prudenti distinzioni che il Croce ha mantenute fra attivit teoretica e attivit pratica, fra arte e religione, fra economia ed etica...  un attivismo esasperato e impetuoso, rivestito di forme idealistiche neohegeliane:...qui lo spirito non  pi intelletto, ma volont... lo Spirito puro atto, di cui il Gentile s'infiamma,  qualche cosa di molto simile, dentro le sue bardature neohegeliane, allo Slancio vitale di cui parla Bergson, alla misteriosa Azione di Blondel, e perfino alla Volont dei prammatisti o al Wille zur Macht nietzschiano... E non solo all'Irrazionalismo la dottrina del Gentile  legata da profonde affinit, ma essa viene altres a convergere con le pi estreme conseguenze del relativismo scettico... A tale constatazione sono costretti anche i pi ortodossi discepoli: l'imperativo dell'attualismo non : - Definisci, rifletti, contrapponi te a te, - ma piuttosto: - Realizza. - Dunque, si tralasci ogni lavorio concettuale, ogni elaborazione riflessa, e ci si abbandoni al flusso del pensiero in atto, che col suo procedere irresistibile fonde ogni concrezione oggettiva, ogni ostacolo di legge fissata... Dietro le sue formole mistiche e vagamente teologizzanti, questa filosofia incarna con forza mirabile quell'incessante spirito di mutamento, quell'inebriante volont di conquista, quell'imperialismo morale che contrassegnano i nostri tempi, che non contemplano pi Idee eterne e in cui la nuda frenesia della vita irrazionale ha capovolto ogni altro altare" (articolo col titolo: Il mistico dell'Azione, nel giornale Il lavoro d'Italia di Roma, del 3 novembre '27). - Pag. 234. Il contrasto in cui la societ moderna stava per entrare con s stessa, fu visto, fin dalla fine del secolo decimottavo, da un pensatore, il Pestalozzi, del quale quest'anno  stato celebrato il centenario. Trascriviamo da uno dei migliori libri pubblicati in tale occasione: "Segno della pi esatta percezione che, rispetto al Rousseau, ebbe il Pestalozzi dei dissid, della problematica inerente alla civilt europea moderna,  la sostituzione al dualismo di Natura e Civilt di quello, assai pi corrispondente alla realt, di Civilt (esterna) e Cultura (interna, spirituale, cio morale)... Certo, il pervertimento, che egli denomina Zivilisation,  frutto di sfrenate tendenze egoistiche, effetto e causa di impoverimento e infiacchimento delle energie morali, della fede e dell'amore. Tale ipertrofia dei valori tecnico-economici e il culto della potenza politica come valore a s stante: disvalori non per s medesimi, ma quando abbiano per effetto di ottundere il senso dei valori morali, di soffocare le sorgenti dell'amore e di sostituire alla fede la sete di guadagno e di potenza, l'avidit e l'ambizione... Sintomo manifesto del difetto costituzionale della civilt moderna  l'ondeggiare fra opposti inconciliabili: fra un estremo individualismo e un estremo collettivismo nel concetto e nella pratica delle istituzioni politiche; fra un estremo intellettualismo e un estremo volontarismo (energetismo, attivismo, pragmatismo) nella concezione della vita... Che la presente situazione spirituale sia al disotto del livello di consapevolezza raggiunto dal Pestalozzi, rivelano inequivocabilmente l'unilaterale, ostentato, spesso insincero volontarismo, l'attivismo, l'energetismo, e, in genere, il fanatico irrazionalismo prevalenti nelle generazioni giovani; appunto perch reazione voluta, esagerata, posa, essi rappresentano un atteggiamento di vita inferiore, nel suo valore, all'opposto medesimo che vogliono sopprimere" (C. STANZINI, Giovanni Enrico Pestalozzi, Bellinzona, 1927, pp. 284-5). - Pag. 234. L'"imperialismo", com' noto, si manifest in Inghilterra tra l'80 e il '90 sotto l'influsso dei concetti bismarckiani e germanici; in Francia, sulla fine del secolo, al tempo dell'Affaire Dreyfus, col considerare "antinazionali" gli ebrei, i protestanti e, con essi, i liberali. Si diffuse poi dappertutto, unito ai miti delle razze: perfino la Spagna ebbe l'"iberismo". - Pag. 234. Per la paternit dannunziana del nazionalismo, da richiamare un articolo di E. CORRADINI sul D'Annunzio, nella rivista il Regno di Firenze, 1903, n. 3. - Pag. 235. Nel Regno, 29 maggio 1904 (art. di E. Corradini),  gi l'esaltazione del Crispi: "Crispi  stato l'ultimo grande uomo di stato che l'Italia abbia avuto. Uomo di stato intendiamo, non nel senso diplomatico di prudenza equilibristica e di timidezza paziente in cui molti, troppi, lo intendono, ma uomo di stato nel senso eroico e nazionale della parola. Egli  stato l'ultimo, cio, a fare della politica italiana e della grande politica italiana, l'ultimo a sentire in s stesso la coscienza forte della nazione, nel suo passato e nel suo futuro, al di l e al disopra degli urli della piazza e dei pettegolezzi del retroscena", ecc. - Pag. 236. Per le definizioni che il nazionalismo tentava di s stesso, v. S. SIGHELE, Il nazionalismo e i partiti politici (Mliano, 1911), p. 34 sgg. La definizione citata nel testo  del Corradini. - Pag. 236. L'opposizione contro il nazionalismo e la sua psicologia ed etica, e contro la confusione del sensualismo con l'idealismo, svolsi di proposito, fin dal 1907, nel mio saggio: Di un carattere della pi recente letteratura italiana (rist. nel vol. IV della Letteratura della nuova Italia, pp. 194-212): Si vedano anche alcuni degli scritti raccolti in Cultura e vita morale. - Pag. 237. Per una caratteristica della rivista La Voce, G. SCIORTINO, Esperienze antidannunziane (Palermo, 1928), pp. 45-51. - Pag. 238. In parte per la mancanza di uno sfondo teorico (si osservi come le Memorie della mia vita ignorino tutta la vita intellettuale e morale d'Italia), ma pi ancora perch si contrapponeva alla psicologia prevalente o invadente, la figura del Giolitti dava impressione di "prosaicit". Gi nel 1904 il PAPAFAVA (op. cit., I, 441) scriveva: "Nessuno dubita che Giolitti sia un forte parlamentare, ma qualche cosa gli manca per essere un forte uomo politico. Non  rappresentativo. Rappresentativo era Crispi, e anche Zanardelli. Si era crispini o anticrispini, zanardelliani o antizanardelliani, con calore, con passione. Il nome del Giolitti non significa che una vaga tendenza democratica, di pi in pi sbiadita e amorfa. Non suscita nel paese n grandi od n grandi amori, non fa vibrare alcuna corda dell'anima nazionale, non determina alcuna corrente viva nell'opinione pubblica. Nella migliore ipotesi, si pu dire che rappresenta la politica del piccolo buon senso, che vive alla giornata. L'ultimo programma, del 18 ottobre,  un programma da capodivisione: un po' poco per un paese che ha nome Italia. Un po' poco anche per resistere al movimento socialista rivoluzionario o per dirigere questo movimento e arginarlo". Alcuni anni dopo, pur con intonazione alquanto diversa, G. PREZZOLINI (nella Voce, IV, n. 43, 24 ottobre '12): "Quest'uomo (Giolitti), freddo e burocratico, industriale e pratico,  quel che ci voleva per un popolo che si lascia troppo spesso trascinare dall'entusiasmo e dalla retorica. Giolitti  un segno dei tempi: egli  la sovrana apparizione della prosa nel campo della politica italiana:  il ritmo del Codice commerciale, scandito in una nazione di versaiuoli e di pindarici. Egli getter sempre, intorno a s, per gli uomini che hanno un po' d'ispirazione e di fede, un senso di repulsione e di gelo. Ci spiega il disprezzo che pu suscitare, e insieme il successo che ha, ma scompagnato da affetto e da entusiasmo. Giolitti ha degli ammiratori, ma non ha una persona che si farebbe ammazzare per lui. Lo si stima come uomo politico, ma da lontano. Non riscalda n chi l'odia n chi l'ama". - Pag. 238. G. PREZZOLINI, I cenci vecchi del liberalismo (nel Regno di Firenze, 31 gennaio 1904): "Chi sapeva che esistesse un partito liberale italiano? Cosa aveva da fare in Italia un partito liberale? Diffondere forse l'idea di libert? Ma tutti sono liberali quest'oggi, e la parola di liberale non  un segno di riconoscimento di un partito, ma la livrea democratica di tutti i partiti, e l'uniforme follaiola di tutti gli uomini. Dall'Unit cattolica a Enrico Ferri, dal Giornale d'Italia ai repubblicani, tutti sono liberali. Se lo scopo d'un partito  diffondere un'idea, il partito liberale lo ha raggiunto; ed appunto per questo  morto". - Pag. 239. Per lo sfondo filosofico del liberalismo, si vedano: Il presupposto filosofico della concezione liberale, Liberalismo e liberismo, e altri scritti raccolti in: Etica e politica (Bari, 1956). [Ma in modo pi largo e preciso la Storia d'Europa nel secolo decimonono, Bari, 1964, e soprattutto: Principio, ideale, teoria, a proposito della teoria filosofica della libert, nel vol.: Il carattere della filosofia moderna, ivi, 1963.] - Pag. 239. Pei tentativi di scuola e propaganda liberale, dall'Idea liberale, che si pubblic in Milano fino al 1899, al Rinnovamento di Firenze e poi di Roma, e all'Azione di Milano del 1914, e pel movimento giovane liberale, v. A. CARONCINI, Problemi di politica nazionale, con prefazione di A. Solmi (Bari, 1922). - Pag. 240. Per la morte del liberale liberista Papafava fu scritto (Unit di Firenze, 1914, p. 66): "Apparteneva a quella specie, purtroppo ancora assai scarsa in Italia, di uomini profondamente, istintivamente liberali e democratici, e appunto per questo invincibilmente avversi ad ogni settarismo e volgarit demagogica: i quali per la loro indipendenza e rettitudine e imparzialit non esercitano nessuna larga influenza politica, ma con l'esempio di una vita nobile e pura, vissuta in uno sforzo continuo di perfezionamento e di dovere, suscitano e fortificano silenziosamente intorno a s, in tutti coloro che hanno la ventura di conoscerli, le aspirazioni e le azioni migliori". - Pag. 240. Sull'unit e la differenza di liberismo e liberalismo si veda la mia nota con questo titolo, raccolta in Etica e politica cit. - Pag. 241. Pel futurismo, vedere il volumetto: Noi futuristi, teorie essenziali e chiarificazioni (Milano, Quintieri, 1917), nella cui prefazione si legge: "Combattiamo la cultura germanica, non gi per difendere la cultura latina, ma combattiamo tutte e due queste culture, egualmente nocive, per difendere il genio creatore italiano d'oggi. A Mommsen e a Benedetto Croce opponiamo lo scugnizzo (il monello) italiano". Per una critica e storia della letteratura dell'ultimo periodo, F. FLORA, Dal romanticismo al futurismo (nuova edizione con aggiunte, Milano, 1925). - Pag. 241. Del Gozzano si veda la raccolta completa: I primi e gli ultimi colloqu (Milano, Treves, 1925). Del Gaeta le Poesie e le Prose sono state ora raccolte per mia cura (Bari, Laterza, 1928). Si veda, tra le sue liriche, quella che  una sorta di confessione d'intimo distacco da ogni passione e sentimento: "Cuore, fingiam di credere..." (a p. 165 della mia edizione).
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Pag. 243. Per la riforma elettorale e il monopolio delle assicurazioni  da vedere la trattazione che ne fa lo stesso GIOLITTI, Memorie, II, 279-325. - Pag. 245. Anche per la storia politica e diplomatica della guerra libica, v. l'ampia esposizione del GIOLITTI, op. cit., II, 327-443. Sotto l'aspetto economico, cfr. R. MICHELS, L'imperialismo italiano, stud politico-demografici (Milano, 1914). L'intervista del Labriola dell'aprile 1902, che esortava alla espansione coloniale e alla occupazione di Tripoli,  raccolta in Scritti var cit., pp. 432-441. - Pag. 246. Che la nuova guerra d'Africa cancellasse la triste memoria di quella di vent'anni innanzi, disse F. MARTINI, discorso tenuto a Firenze il 28 dicembre 1911 in commemorazione di ufficiali toscani caduti in Libia: "Adua! Adua! s! funesta giornata: non perch imprevidenti e mal preparati affrontammo un nemico agguerrito e cinque o sei volte a noi superiore in numero, non soltanto per le migliaia di giovani vite vanamente recise, Adua fu funesta; ma perch, l, fu sconfitta e fiaccata l'anima nostra. Ci reputammo da quel giorno incapaci di colorire ogni eccelso disegno. Guardinghi che l'ideale non ci tentasse, battezzammo rettorica tutto che ci parlasse di Patria, di destini, di glorie o conseguite o sperate. Venti anni dur questa tortura; e ai fratelli lontani, ai quali la luce della memoria e del desiderio fa pi fulgente l'immagine della Patria, essa apparve d'un lutto velata. Ed io li ho visti trascinare angosciati oltre gli oceani l'umilt di una Italia disperante di s, pigra, rassegnata... Sursum corda, fratelli lontani! L'Italia nel cinquantenario della sua rinascenza politica ricanta gli inni degli albori, gli inni che espressero la speranza e l'orgoglio suo primo. L'Italia si  desta. Il sangue dei nostri soldati e dei marinai, che bagn le sabbie di Homs, di Sidi Messeri e di Ain Zara, ci ha rinnovati e rifatti. Giovane sangue e prezioso. Ma la tempesta non purifica l'aria se non sradicando gli alberi e allagando i maggesi. Il Gebel, il Fezzan, la Cirenaica, che valgono? Non lo so. Valgono intanto questo inapprezzabile rinnovamento nostro, questa concordia di popolo di cui l'Italia non ha esempio nella sua storta. Non mai, neanche nei giorni or ora celebrati, essa fu cos unita di fede e di volont". - Pag. 250. Per questa crisi del nazionalismo, S. SIGHELE, Ultime pagine nazionaliste (Milano, 1912); e anche A. ANZILLOTTI, La crisi spirituale della democrazia italiana. Per una democrazia nazionalistica (Faenza, 1912). - Pag. 252. Era quello il tempo in cui pi rison in bocca a socialisti e ad antisocialisti la formola: "il mio avversario politico e amico personale": documento della decadenza in cui era il socialismo rivoluzionario. - Pag. 252. A quegli anni di estenuazione intellettuale del socialismo si riferisce il mio scritto: La morte del socialismo (1911), ristamp. in Cultura e vita morale, pp. 150-59. - Pag. 252. Resoconto stenografico del 13esimo Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano: Reggio-Emilia, 7-8-9-10 luglio 1912 (Roma, 1913). Si veda a pp. 68-78 l'atto di accusa del Mussolini contro i deputati riformisti, che concludeva per l'espulsione di essi dal partito, a causa dell'atteggiamento d'ossequio che avevano tenuto verso la persona del re e del favore dato alla guerra libica. - Pag. 253. Si veda il Resoconto stenografico del XIV Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano: Ancona, 26-27-28-29 aprile 1914 (Roma, 1914), spec. pp. 26-30, e 133-37. Claudio Treves prese la parola per fare una protesta assai caratteristica: "Io ben so - ed  questa un'altra delle ragioni per le quali debbo dissentire dalle direttive dell'Avanti! - che oggi prevalgono nel partito dei concetti che si riallacciano a quella corrente filosofica del neo-idealismo, secondo la quale non gi le circostanze esterne dominano il nostro pensiero e creano le nostre idee, ma sono le nostre idee che dominano i fatti e le circostanze esterne, e pu bastare la volont dell'idea formatasi nella mente di alcuni uomini rappresentativi per avere ragione delle circostanze esterne della vita, talch  capovolta tutta la filosofia del nostro partito. Il nostro partito era nato e si era sviluppato nel materialismo storico ed ora va sostituendo il principio di un fatuo idealismo, sicch tutti i marxisti della grande e gloriosa tradizione non si riconoscerebbero pi. Ed ecco appunto che, in applicazione di questa nuova corrente del pensiero, voi, compagni della direzione del partito, vi potete illudere di aver seguito la tattica intransigente per una cosciente e volontaria applicazione del metodo; ed io vi dico che voi come noi avete applicato il metodo necessario sotto la fatale incoercibile necessit storica della evoluzione compiuta dal nostro paese in questi ultimi anni" (op. cit., pp. 60-62). - Pag. 253. Per questo "stato nello stato", che era in parecchi comuni dell'Emilia e della Romagna, A. RAGGHIANTI, Gli uomini rossi all'arrembaggio dello stato (Bologna, 1914), che descrive le condizioni e narra i casi di Molinella, Minerbio, Imola, e di altri luoghi. Oltre gli atti d'intimidazione e di violenza, si scorgevano come le linee di un nuovo ordinamento: "Gli uffic di collocamento pretendono l'esclusivit e il monopolio di tutto il lavoro, vogliono limitare negli assuntori il diritto di scelta, condannando cos, per ragioni politiche, alla disoccupazione tutti coloro che non sono iscritti alle leghe" (p. 36). "La definizione: uno stato nello stato, ha dato alquanto sui nervi ai contradittori; ma ogni giorno nuovi fatti mettono sempre pi in chiaro questo stato e la sua organizzazione. Ha le sue monete: nell'Imolese si paga non in danaro, ma coi buoni delle cooperative rosse, e ci si pratica anche da alcuni municip rossi verso gl'impiegati, ai quali una met dello stipendio o anche due terzi si paga in questo modo. Ha i suoi tribunali che da Crespellano in poi han sempre funzionato.." (p. 52). Altri opuscoli di quell'anno, che si riferiscono a questi e simili accoramenti, sono: DUCA di GUALTIERI, D'un nuovo concetto dello Stato (Napoli, 1914); O. CINA, La commedia socialista (Roma, 1914). - Pag. 253. Nell'Avanti! del 12 giugno '14, circa l'importanza dello sciopero generale effettuato: "Il proletariato esiste ancora, dentro e contro la nazione dei nazionalisti, e il Partito socialista  di esso proletariato l'espressione politica unica e dominante... Due elementi essenziali distinguono il recente sciopero generale: l'estensione e l'intensit... Non  stato uno sciopero di difesa, ma di offesa. Ha avuto un carattere aggressivo...". Il Mussolini ricordava pi tardi con compiacimento (Popolo d'Italia, n. 36, 20 dicembre '14): "Il rivoluzionarismo di questi ultimi anni  stato un audace tentativo d'infondere una corrente di giovinezza ideale nelle vene di un organismo inesorabilmente malato. L'esperimento dell'idealismo rivoluzionario comincia col minaccioso sciopero per Ettore Giovannini e si conclude con lo sciopero della settimana rossa. Tutti movimenti tollerati e subiti dalla casta sacerdotale che dirige il Partito". Nell'Avanti! (28 giugno '14), accettando la responsabilit dell'accaduto: "sarebbe invero - scriveva - relativamente facile, comodo e igienico lasciarsi alle spalle una porticina aperta: accettare, ad esempio, ci che  opera del proletariato e respingere ci che  opera della 'teppa'. Ma  assurdo il distinguere...". Si veda anche il suo discorso sul Valore storico del socialismo, tenuto a Firenze l'8 febbraio del '14, in cui sostiene che il problema  di opporre alla minoranza dirigente borghese una minoranza rivoluzionaria, che s'impadronisca del potere e crei l'ordine nuovo. A contrasto, sono da leggere le polemiche del gi ricordato autorevole rappresentante del Partito socialista ufficiale, il Treves: "Il facilonismo rivoluzionario, che professa l'odio alla coltura, che deride le Universit popolari, che va abolendo la propaganda socialista a vantaggio di una troppo comoda ed analfabetica propaganda di ribellione politica, in cui repubblicani, socialisti, sindacalisti, anarchici sbraitano tutti ad un dipresso le stesse cose...", trova nello sciopero generale "il punto di convergenza di tutti i partiti di avanguardia (non si dice cos?), l'idea semplicistica che coacerva tutti quelli che sperano di pescare qualche cosa nel bailamme: la protesta doverosa per gli assassinamenti della forza pubblica o il collettivismo, un po' di repubblica o una fiera rappresaglia contro i carabinieri, la caduta di un ministero o la sospensione del codice penale, una riforma legislativa o la demolizione del Parlamento, o anche, infine, semplicemente, lo sciopero generale, lo sciopero generale per esercizio di allenamento, per propedeutica rivoluzionaria". "La predominante corrente rivoluzionaria, ci porta, senza che il Partito se ne accorga, a fare a ritroso la evoluzione che Marx ha fatto fare al socialismo. Noi torniamo al socialismo utopistico. Noi crediamo alla 'taumaturgia dell'Idea' ai 'miracoli della volont'; la natura, i fatti, l'ambiente, la scala della civilt ecc., non hanno pi senso per i nuovi socialisti idealisti. Si predica che, con l'idea e la volont di rivoluzione, anche col pi perfetto analfabetismo di masse e col pi ancestrale patriarchismo georgico, la rivoluzione socialista si pu fare..." (La teppa e la rivoluzione socialista, e Involuzione rivoluzionaria, nella Critica sociale del luglio '14, rist. in C. TREVES, Polemica socialista, Bologna, 1921: v. pp. 260-2).
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Pag. 255. The Cambridge Modern History, vol. XII, The latest Age (Cambridge, 1910), p. 9; DIETRICH SCHFER, Weltgeschichte der Neuzeit (Berlin, 1912), II, 389. - Pag. 256. Pei due tentativi dell'Austria di rompere la pace nel 1913, v. GIOLITTI, Memorie, II, 480-83. - Pag. 257. Oltre le memorie del Giolitti, per la politica italiana nel periodo della neutralit: A. SALANDRA, I discorsi della guerra (Milano, 1922), e dello gtesso il libro ora venuto in luce: La neutralit italiana (1914), ricordi e pensieri (Milano, 1928). - Pag. 259. La lettera del 24 gennaio '15 del Giolitti al Peano, pubblicata poi nella Tribuna di Roma, della quale divenne proverbiale per irrisione la parola del "parecchio" che si sarebbe potuto ottenere merc i negoziati,  ristampata in Memorie, II, 519-521, dove, in luogo di "parecchio", si legge "molto": che era, in verit, il testo autentico, modificato in quel punto, per considerazioni di apportunit politica, e senza saputa del Giolitti, dal direttore del giornale. [Ci volle dichiararmi nel 1928, a sgravio di coscienza, quel direttore, Olindo Malagodi, in un colloquio al Senato e in presenza di un gruppo di senatori, che io presi a testimoni di quanto il Malagodi mi diceva.] - Pag. 260. Una delineazione dell'atteggiamento dei var partiti italiani di fronte alla guerra  in G. DE RUGGIERO, La pense italienne et la guerre (nella Revue de mtaphysique et de morale, t. XXIII, 1916, n. 5). - Pag. 263. Il giornale del secessionista Mussolini fu il Popolo d'Italia, il cui primo numero usc il 15 novembre del '14. - Pag. 264. Quantunque i nazionalisti avessero innalzato a loro proprio simbolo la figura del Crispi,  da notare che gli interpreti autentici del pensiero crispino furono contrar all'intervento e rimasero triplicisti, nel giornale da loro a tal fine fondato, la Concordia (1915). - Pag. 265. G. D'ANNUNZIO, Per la pi grande Italia, orazioni e messaggi (Milano, 1918). - Pag. 265. R. SERRA, Esame di coscienza di un letterato, in La Voce, VII, n. 10, 30 aprile 1915. - Pag. 266. Non c' stato ancora chi, con fine intelligenza morale e fuori di ogni intento oratorio ed edificatorio, abbia fatto oggetto di studio i molti volumi di lettere di giovani combattenti, pubblicati dai loro amici e congiunti, e che contengono vivi documenti delle idealit che li animavano. Su qualcuna di quelle raccolte, v. CROCE, L'Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra. (Bari, 1965). [Ora ha compiuto nel miglior modo questo lavoro l'OMODEO, nella serie di articoli pubblicati nella rivista la Critica (1929-1933), col titolo: Momenti della vita di guerra, e raccolti in volume, Bari, 1934.] - Pag. 266. Nel recente romanzo di THOMAS MANN, Der Zauberberg (1924), il tipo dell'italiano illuminista, democratico, interventista  rappresentato nel modo pi serio e nobile dal personaggio al quale l'autore d il nome di "Settembrini". [Fu creduto, e io credetti, che con questo nome egli alludesse al nostro Luigi Settembrini; ma alcuni anni dopo, in un incontro col Mann in Germania, egli mi confess di avere ignorato affatto l'esistenza di Luigi Settembrini, e di avere composto quel nome, derivandolo dal "20 settembre"!]. - Pag. 266. I cosidetti "neutralisti" nel significato chiarito, ebbero il loro organo in un giornale Italia nostra, che si pubblic dal 6 dicembre '14 al 6 giugno '15. Nel suo programma, questo giornale diceva: "Noi non siamo n per le Potenze centrali, n per quelle della Triplice Intesa; non siamo, anzi, a priori n per la pace n per la guerra. Siamo per il nostro paese, pro Italia nostra. Solo il suo interesse vogliamo che si faccia, con una visione inesorabilmente integrale. E ben venga la guerra contro chicchessia, quando per l'interesse della nazione ci richieda, sicuri che il governo, tutelandone l'interesse, sapr anche tutelarne l'onore". - Pag. 267. DE RUGGIERO, art. cit., pp. 763-4: "Un penseur de chez nous - (ero io, che avevo ci detto in conversazione) - rsumait scientifiquement cette conception en disant que cette guerre lui apparait comme 'la guerre du materialisme historique'. L'observation est heureuse et elle donne  penser". - Pag. 267. Per le cose che si dissero in quei giorni di concitazione, si veda, oltre il gi citato vol. del D'Annunzio, la raccolta di P. CAMMELLI e G. FABBRI, L'arma della parola nella guerra d'Italia (Teramo, 1918 sgg.), vol. I. - Pag. 269. Per la condizione in cui il Parlamento venne a trovarsi  da leggere il discorso del Turati alla Camera, del 20 maggio 1915. - Pag. 269. Al proclama dell'imperatore Francesco Giuseppe del 24 maggio, che parlava del "tradimento quale la storia non conosceva pari", compiuto dall'Italia, e del "nuovo perfido nemico" che entrava in campo, ricordava le passate vittorie sopr'esso dell'esercito austriaco e si metteva sotto la protezione dell'Altissimo, non fece riscontro quello del re d'Italia, che, senza contumelie e iattanza, cos il 25 maggio, dal gran quartiere generale, s'indirizz ai soldati di terra e di mare: "L'ora solenne delle rivendicazioni nazionali  suonata. Seguendo l'esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare, con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico, che vi accingete a combattere,  agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell'arte, egli vi opporr tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio sapr, di certo, superarla. Soldati, a voi la gloria di piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che la natura pose a confine della patria nostra, a voi la gloria di compiere, finalmente, l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri".
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FINE.